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Donne, č arrivato il bonus bebč

960 euro l’anno per i primi tre anni di vita del bambino

Lun 27 Apr 2015 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

Donne, mamme, è arrivato l’arrotino. Beh no, l’arrotino non arriva più, ma è arrivato il bonus bebè. Non sarebbe bello se lo annunciassero come si annunciava l’artigiano viandante che ti affila i coltelli e ripara gli ombrelli? Una bella cantilena, intonata per strada, che si fa sentire da tutti. In passato ci hanno provato ad avvisarci porta a porta attraverso il postino. Il precedente bonus bebè veniva comunicato ai diretti interessati, cioè i neo genitori, direttamente a casa, con una lettera. Peccato che viviamo in un Paese in cui, nonostante le tonnellate di carte e moduli che lo Stato ci chiede di riempire, i cittadini sono spesso degli sconosciuti per la burocrazia. E così la lettera che annunciava il bonus è arrivata a una platea molto più vasta di quella che ne aveva effettivamente diritto. C’è chi, soprattutto immigrati, è pure finito sotto inchiesta per il solo fatto che, ricevuta la lettera, ha riscosso il bonus, pur non avendone diritto, perché privo di cittadinanza italiana. Insomma, il solito caos disorganizzato. Dovuto anche a una caratteristica tipica di queste generose elargizioni: vengono annunciate in termini generici, “un regalo dal governo per tutte le mamme, evviva!”. Poi quando si scrivono per davvero le regole per ottenerle, si finisce sempre con l’inserire complessi schemi di limitazioni, tipo “concesso a tutte le neo mamme, purché con i capelli biondo-cenere, alte 1 e 68, abili solutrici di cruciverba”. Ok, forse i requisiti non sono esattamente questi, ma l’esempio calza lo stesso, perché rende il senso di queste limitazioni: sono spesso totalmente arbitrarie e quasi sempre piuttosto astruse. Nel caso del bonus bebè, entrato in vigore a metà aprile, le cose sono un po’ più semplici, ma il trucco c’è comunque. Ne hanno diritto i neo genitori con figli che sono nati o nasceranno nel periodo 2015-2017 (o verranno adottati nello stesso lasso di tempo). Stavolta sono ammessi anche gli stranieri purché residenti, ma va presentata da tutti una domanda all’Inps entro novanta giorni dalla nascita o dall’arrivo in famiglia del bimbo adottivo (e solo se si rispetta il termine stabilito l’assegno decorrerà fin dalla nascita). C’è un ben preciso limite di reddito: non bisogna superare i 25.000 euro l’anno, che non sono però quelli ottenuti sommando le entrate di casa (sarebbe troppo semplice), ma devono corrispondere alla misura dell’Isee, il cosiddetto Indicatore della situazione economica equivalente. Il bonus ammonta a 960 euro l’anno, erogati a tranche da 80 euro al mese, per i primi tre anni di vita del bimbo. L’importo raddoppia se l’Isee familiare è inferiore a 7.000 euro. C’è da dire che 7.000 euro l’anno è una soglia entro la quale la sopravvivenza di un’intera famiglia con bambino diventa davvero difficile. E infatti qualche associazione di consumatori ha fatto presente al governo che entrambe le soglie di reddito sono troppo basse e rischiano, come accade, di essere irrealistiche, finendo col premiare soprattutto chi ha redditi in nero. Il punto è che, come spesso accade, questi incentivi hanno la vista corta, sono idee un po’ raffazzonate per far vedere che il governo aiuta le famiglie, ma si muovono sulla base di coperture economiche risicate. E infatti ecco il trucco: l’Inps limiterà la distribuzione dei bonus se la cifra che l’ente sarà costretto a spendere sarà superiore alla disponibilità prevista. Mettere stretti limiti di reddito risponde proprio a questa logica: non allargare troppo la cerchia delle persone aiutate, per evitare di dover allargare troppo i cordoni della borsa. è il massimo che le aspiranti mamme possono ottenere. Per ora sì, speriamo per il futuro in politiche un po’ meno di corto respiro.


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