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Quell’arcivescovo amato dai poveri

Monsignor Romero, ucciso 25 anni fa dagli squadroni della morte nel Salvador per il suo amore nei confronti del popolo, sarŕ beatificato a maggio.

Lun 27 Apr 2015 | di Giacomo Meingati | Energia
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Dicono che una domenica una bambina lo vide, prima di entrare in Chiesa.
La bimba era corsa in sacrestia ed era rimasta incuriosita a guardare quell’uomo che tremava. «Perché tremi?», chiese la piccola. «Perché ho paura», rispose lui.
La meraviglia di Romero è che aveva paura, ma non si fermò.
Come tutti sanno, l’Arcivescovo di San Salvador, martirizzato il 24 marzo del 1980, sarà beatificato il 23 maggio prossimo. Questo è un gesto di grande significato, così come grande significato ha tutta la vicenda umana di Romero.
Ci troviamo in Centro America, nello Stato del Salvador. La storia di questo popolo è scritta col suo sangue e nella sofferenza, perché già quando arrivarono gli spagnoli, pieni dei loro rosari, delle loro messe e del loro cristianesimo, conquistarono quelle terre strappandole agli Indios che c’erano nati, monopolizzando il controllo economico, politico e sociale su di esse, a suon di morte, stupri, tradimenti e crimini contro l’umanità. Il tutto nel nome di Dio, il tutto confermato dal clero cattolico che affermava come i “conquistadores” potessero stare tranquilli: tanto gli Indios non avevano un’anima. Questo durò finché non ci furono le grandi ondate rivoluzionare, che investirono tutto il Sud e Centro America, e le élite borghesi locali pretesero il potere per il popolo, in nome della libertà, della democrazia, della giustizia. Pretesero il potere e lo ottennero. 
Questo creò presto una situazione ancora peggiore, perché queste alte borghesie di proprietari terrieri, di industriali, di imprenditori, crearono un sistema politico, sociale ed economico micidiale. Spesso appoggiate dalle superpotenze mondiali, l’élite di famiglie ricche in Salvador e negli altri stati centro e sudamericani crearono un sistema per cui la maggioranza delle terre e dei beni apparteneva a loro, meno del 4% della popolazione, mentre tutti gli altri erano costretti a vivere nella miseria, sfruttati, schiacciati, umiliati.
I ricchi al potere non permettevano al popolo di votare, di emanciparsi, di studiare, per poter mantenere il controllo su di loro e mantenendo le loro pance piene, le loro ville maestose, i loro pomeriggi in lussuosi circoli per ricchi. Mentre la gente moriva di fame.
Se provavi a dire che non era giusto, se provavi a fondare un movimento, un partito, un gruppo, se provavi a fare qualsiasi cosa, tu eri un uomo morto. Perché, per mantenere i privilegi, i ricchi si servivano degli squadroni della morte.
Arrivavano di notte, ti rapivano, se eri donna ti stupravano, se eri uomo ti eviravano. La mattina dopo buttavano il tuo cadavere davanti a casa tua, nudo. Dovevano saperlo tutti, nessuno poteva fare niente.
In questa situazione il clero in linea di massima era a braccetto con queste famiglie ricche, confermando la loro azione nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo. In un clima del genere il comunismo attecchiva facilmente, facendo leva sulle masse disperate, ed anche la Teologia della liberazione aveva molto credito nei membri più ribelli del clero, trovando diversi punti in comune con le dottrine marxiste e comuniste, sfociando spesso in propositi di guerriglia e lotta armata per la libertà a qualsiasi costo.
La figura di Romero si staglia fragile e meravigliosa, dicendoci qualcosa di diverso da tutto questo.
Oscar Arnulfo Romero ha studiato a Roma in gioventù ed è uno dei vescovi più giovani del Salvador quando viene eletto come aiutante del vecchio arcivescovo. Quando arriva il momento di eleggere il nuovo arcivescovo di San Salvador, sono tutti d’accordo. Deve essere lui.
Il clero colluso, i membri dell’oligarchia considerano Romero l’Arcivescovo migliore che vi possa essere, perché è un topo da biblioteca, uno studioso, uno che dirà tantissime belle parole, ma che non darà fastidio ai loro interessi politici.
Ed in effetti all’inizio hanno ragione. Romero è un timido, introverso, poco incline ad alzare i toni, uno studioso che non ha interesse nel fomentare le tensioni politiche. è entrato in seminario ad 8 anni per cui non conosce la gente, il mondo. Romero, però, ha due grandi doni: sa ascoltare ed ha un grande amico. Padre Rutilo Grande è un sacerdote gesuita che ama svolgere il suo ministero tra i più poveri dei poveri. Egli ha una relazione con loro, li comprende, li sostiene, li incoraggia a lottare nelle piccole cose di tutti i giorni per la loro dignità. Dice che Gesù ha creato tutti loro per essere liberi e per vivere dignitosamente, dice che lottare in modo non violento per la propria libertà non è peccato, anzi, peccato sarebbe non farlo.
Ecco perché Padre Grande è amato da tutti, ecco perché intorno a lui il popolo respira, ha speranza, si emancipa, si libera. Ecco perché verrà assassinato brutalmente, insieme ad un vecchio ed un bambino, dagli squadroni della morte.
La morte di Grande ha in Romero un impatto devastante, tra di loro c’era un legame meraviglioso e lui non faceva che incoraggiare Romero ad ascoltare il suo popolo, la sua gente. «Parlaci, ascoltali - diceva -, ascolta le loro storie».
La morte di Padre Grande diede il via alla leggenda di San Romero e, se voi oggi andate lì nelle strade del Salvador, loro vi racconteranno di lui, la sua gente vi racconterà la sua storia.
Vi diranno di come tutti almeno una volta lo hanno visto camminare da solo nelle baraccopoli, nei villaggi, dove egli si recava e stava ore a parlare con la gente, con le persone, con i bambini.
Già all’epoca i salvadoregni lo chiamavano “San Romero”, perché partecipava a loro, ascoltava tutto: le loro storie, i loro sogni, i loro incubi. I sogni e le speranze di una ragazza, le ferite e i dolori di un padre al quale è stato ucciso il figlio dalle squadre della morte, i sorrisi dei bambini.
“San Romero” lo chiamavano, non perché predicava, ma perché li ascoltava. Era con loro, era lì, era tra loro: era loro. Una volta egli si fermò a parlare con una famiglia di contadini ed i bambini dissero che a loro il Vangelo lo insegnava il nonno, che era un saggio, e lo insegnava anche a tutto il villaggio. «Ma state zitti! - dissero i genitori - Non si dicono queste cose ad un vescovo». Romero volle ascoltare il vecchio che spiegava il Vangelo e quando lo ascoltò si allontanò per non farsi vedere da nessuno, ma i bambini lo seguirono e lo videro: piangeva! Non aveva mai sentito nessuno parlare di Gesù così.
Romero ascolta la sua gente, diventa la sua gente, ma soprattutto, diventa la loro voce: dà voce a chi voce non ha. Ogni messa della domenica nella Cattedrale è piena di gente che viene da tutto il paese e l’omelia viene trasmessa alla Radio diocesana, entrando così in ogni casa, in ogni angolo. Ma non è lui a parlare, a parlare sono loro: i bambini, i vecchi, i padri e le madri, i loro sogni, i loro incubi. Possono parlare, ora.
Egli denuncia il male, la corruzione, gli omicidi, gli squadroni della morte, i torti dei ricchi, ma anche i sacerdoti che prendono le armi, i guerriglieri, condannando qualsiasi ricorso alla violenza. Racconta le storie che sente e gli da voce. Scrive al Presidente degli Stati Uniti di non vendere più armi al Salvador, perché ci ammazzano la sua gente. Egli denuncia il male e dà voce alla gente. Ed è per questo che viene ucciso il 24 Marzo del 1980. Il clero corrotto e colluso lo ha isolato, il Vaticano non ha fatto molto per difenderlo, è rimasto solo e alla fine è stato ucciso. La Chiesa lo beatifica solo nel 2015 e solo perché oggi è Vescovo di Roma una persona che, se non fosse lì in San Pietro, sarebbe dov’era Padre Grande, tra la gente. Francesco ha il coraggio di riconoscere il martirio di questo grande personaggio, dopo anni in cui la Chiesa era stata vaga nei suoi confronti, perché si temeva potesse essere in qualche modo strumentalizzato da chi appoggiava  la lotta armata. Ma lui l’aveva sempre fermamente condannata e loro  questo lo hanno sempre saputo. Il fatto è che Romero era troppo scomodo: smascherava come il clero fosse stato ancora una volta troppo colluso col potere, non prendendo posizione contro le ingiustizie che esso perpetrava.
C’è voluto Francesco che ha avuto il coraggio di beatificarlo, ma tanto, per loro, era già “San Romero”.
Era già “San Romero” quando li ascoltava, quando gli dava voce. Se andate oggi dov’è sepolto potete essere testimoni di qualcosa di meraviglioso. Nella cultura degli indios del centro America, infatti, Dio si manifesta nel Sole. Il calore del Sole è l’Amore che Dio ha per gli uomini che feconda il grano, riempiendolo di Sé, grano che nutre gli uomini che poi, quando muoiono, ridanno a Dio l’energia che Egli attraverso il Sole e il grano gli ha donato.
Per cui quando il Sole penetra nel grano in quei campi, gli Indios lo ritengono un momento sacro, da vivere in silenzio. Se oggi andate lì, a San Salvador, vicino alla tomba di Romero, vedrete che loro, i discendenti degli Indios, vi faranno cenno di stare zitti e, se gli chiederete perché, vi diranno il suo nome: “San Romero”.
Lì c’è qualcosa di sacro per loro, c’è un dono del sole che ha dato per loro il cuore e la voce, per cui vi diranno di stare zitti. E se la domanderete, vi diranno la storia di San Romero, molto meglio di quanto abbia potuto fare io.                                                            




UCCISO SULL’ALTARE

Oscar Arnulfo Romero y Galdámez, nato A Ciudad Barrios nel 1917, secondo di otto fratelli, manifestò presto il desiderio di seguire la strada del Signore. Ordinato sacerdote il 4 aprile 1942, nel 1970 divenne vescovo ausiliare di San Salvador. Il 24 marzo 1980, mentre stava celebrando la messa nella cappella dell'ospedale della Divina Provvidenza, fu ucciso da un sicario su mandato di Roberto D'Aubuisson, leader del partito nazionalista conservatore ARENA (Alianza Republicana Nacionalista). Nell'omelia aveva ribadito la sua denuncia contro il governo. L'assassino sparò un solo colpo, che recise la vena giugulare, mentre Romero elevava l'ostia.

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