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Jude Law: Il mago del palcoscenico

Jude Law ha trionfato nel 2015 con “Grand Budapest Hotel”: il coronamento di una carriera brillante e variegata o solo una tappa verso la consacrazione definitiva?

Lun 27 Apr 2015 | di Giulia Imperiale | Interviste Esclusive
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Basta una manciata di secondi per capire lo stile dell’attore che hai di fronte. La varietà degli atteggiamenti è infinita e si passa dallo showman sempre nel personaggio (Robert Downey Jr.) al tenebroso annoiato (Johnny Depp), dall’educato ma con distacco (Ben Stiller) al gentiluomo zen (Richard Gere). Jude Law non smentisce l’aplomb britannico infervorandosi o emozionandosi a sproposito, calibra invece ogni singola parola prima di pronunciarla e, in maniera quasi teatrale, fa una pausa nei momenti di maggior enfasi del discorso. E poi ti guarda, per un tempo che sembra lunghissimo, per leggere sul tuo viso la reazione ai suoi pensieri.
Sai che sta tacendo molto e che non si sbottonerà più del dovuto, forse perché in passato ha dovuto farlo fin troppo, fino a chiedere pubblicamente scusa per qualche frivolezza di troppo durante la relazione con Sienna Miller. O più semplicemente ha imparato con l’esperienza che darsi un tono, trincerarsi nella riservatezza e costruire muri attorno a sé davanti alla stampa possono risultare strategie difensive perfette per anticipare qualsiasi mossa.
Faccia a faccia non gioca a fare l’eroe (come nell’ultima pellicola “Black Sea”), anzi svela che sono i ruoli oscuri, da cattivo, ad intrigarlo di più, quasi fossero liberatori per tutte quelle sensazioni non manifestate o condivise.

Durante la sua carriera si è cimentato in ruoli molto diversi. Quale ha richiesto una maggiore fatica?
«Di solito si tratta dell’interpretazione di personaggi lontani da sé, come quando ti trovi ad incarnare il male, come nel caso dell’Uomo Nero ne “Le 5 leggende”…».

Ma quello non conta, o no? Prestava solo la voce al personaggio…
«Ecco perché è stato più difficile, mi ha richiesto uno sforzo notevolissimo e non dimentichiamoci che doveva combattere con ben cinque buoni».

Quando ha iniziato a fare l’attore ha mai pensato ad un cartone?
«Da piccolo ho sempre amato i cartoni animati, pur avendo un debole – lo ammetto – per i cattivi Disney. Ci ho pensato a lungo, soprattutto dopo essere diventato papà, e ho deciso che mi sarei dedicato prima o poi all’animazione, ma valutando con estrema attenzione il progetto prima di accettare. I cartoni influenzano intere generazioni, lasciano il segno sull’animo dei più piccoli».

La paura è una delle emozioni più potenti. Lei come la vive?
«Quella del buio, tipica dei bambini, ha preso vita in questo cartone, che però è il classico cattivo a due dimensioni, in bianco e nero. A me spaventa invece quello che non vedo, tutto ciò che di irrazionale ci circonda e non conosciamo. Se c’è una lezione che ho imparato nella vita è quella di affrontarla, a qualunque costo».

E come si fa?
«Io la impiego nel mio lavoro: rappresenta la sfida più intrigante a cui possa sottopormi, perché mi porta ad accettare ruoli sempre diversi e rischiosi, cambiando pelle continuamente».

Come seleziona i copioni?
«Scelgo innanzitutto una parte che non ho mai interpretato prima, preferisco lavorare con registi che mi spronano e se poi è in un bel posto diciamo che sono incline a dire di sì…».

Come mai le offrono questi ruoli tormentati ultimamente? Anche in “Anna Karenina” è tutt’altro che buono…
«In quel caso più che cattivo, il personaggio di Karenin mi ha intrigato per il suo essere introverso e inespressivo. Lui è il classico marito che non ama, eppure non capisce cosa ci sia di sbagliato nel suo comportamento e cosa avrebbe dovuto fare per tener legata a sé la protagonista. Il film è un fedele adattamento del libro, ne coglie sfaccettature e profondità. D’altronde la grandezza della letteratura sta proprio in questo: nel raccontare alti e bassi, fallimenti e trionfi».

Quale libro le leggevano da piccolo?
«Mia madre me ne regalava moltissimi, soprattutto dei fratelli Grimm, ricordo alcuni dettagli piuttosto forti persino oggi… (Ride - ndr)».

Aveva anche lei paura del buio?
«Sì, lo ammetto, anche se non ero un bambino pauroso, le scale e i luoghi in penombra non mi facevano impazzire».

E i suoi figli?
«Loro sono indomiti, molto più coraggiosi di quanto non fossi io alla loro età… e peraltro oggi si dimostrano i critici più feroci. Comunque li spingo sempre a volare con la fantasia, perché l’immaginazione resta una risorsa preziosissima che li aiuta a crescere e diventare adulti sani».

Li porta spesso con sé?
«Mi piace andare al cinema con loro, adoro vederli divertire e, a volte, siamo noi adulti a mettere le etichette su quello che guardiamo, come se il mondo sia fatto per categorie. E viceversa se li porto a guardare un cartone, che non dovrebbe essere pensato per gli adulti, mi sento un buon genitore».

Gli attori hanno un debole per i ruoli dark, com’è possibile?
«Ognuno di noi ha un lato oscuro e a volte è gratificante che venga a galla, rappresenta la parte più debole dell’animo umano ed è salutare che venga sfogata in scena».

È un tipo competitivo?
«Fin da ragazzo ho imparato che se gareggi esiste il rischio che tu perda. A 18-19 anni vivevo con Ewan McGregor e a volte ci contendevamo la stessa parte per un provino. Ma anche dai rifiuti impari a crescere, non li prendi come un affronto personale, ma capisci che a volte si cerca una certa tipologia di attore che non sei tu».

Con l’età che avanza si può dire che le parti diminuiscono?
«Quando invecchi allora anche i personaggi che interpreti invecchiano. Non ho più vent’anni e non mi offrono certo ruoli da adolescenti né li accetterei. E ci sta che in “Anna Karenina” il giovane lo facesse Aaron Taylor-Johnson, ragazzo peraltro dolce, squisito e appassionato del suo lavoro. Lo stimo tantissimo, per inciso…».

Chi è per lei il vero Uomo Nero nella società di oggi? Forse lo spauracchio maggiore è diventare invisibili agli occhi degli altri?
«Può essere così, dopotutto ciascuno ha sperimentato almeno una volta nella vita cosa voglia dire essere dimenticato e incompreso».    

 



UN ARTISTA CAMALEONTE

David Jude Heyworth Law, classe ’72, è uno degli attori britannici più acclamati ad Hollywood, ma il suo primo e più grande amore resta il teatro, che lo ha visto esibirsi su diversi palcoscenici, dal West End di Londra a Broadway. Dopo telefilm e soap opera, approda sul grande schermo conquistando i favori del pubblico in “Gattaca – La porta dell’universo” e “Mezzanotte nel giardino del bene e del male”. Passa con disinvoltura dal fantasy come “A.I. – Intelligenza artificiale” di Steven Spielberg alla commedia come “L’amore non va in vacanza”, con Cameron Diaz. Alterna ruoli impegnati a interpretazioni leggere e sceglie anche progetti per bambini, come il doppiaggio dell’Uomo Nero ne “Le 5 leggende”, tutto merito dei suoi cinque figli, tre nati dal matrimonio con Sadie Frost (Rafferty di 18 anni, Iris di 14, Rudy di 12), una dalla relazione con la modella Samantha Burke (Sophia, 5 anni) e la più piccola (un paio di mesi) dal rapporto con Catherine Harding. La vita amorosa procede in maniera turbolenta, compreso il tira e molla con la collega Sienna Miller. Di recente, dopo l’iconico ruolo di Watson in “Sherlock Holmes” accanto a Robert Downey Jr., ha fatto parte del cast di “Grand Budapest Hotel”, che quest’anno ha conquistato 4 Premi Oscar. È in sala attualmente con “Black Sea” nel ruolo di un capitano coraggioso.


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