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La natura ci rende ricchi

Crisi? l’ecosistema č la migliore “industria” del pianeta

Lun 27 Apr 2015 | di Roberto Lessio | Soldi
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Si parla tanto di crisi. Ma quanta ricchezza produce oggi la Natura senza che noi ce ne accorgiamo proprio mentre la stiamo distruggendo? Parliamo proprio di ricchezza economica, di soldi insomma, lasciando sullo sfondo la ricchezza connessa alla biodiversità dei sistemi ecologici. Ci riferiamo a quel valore capace di prodursi e riprodursi da sé, se solo lasciassimo lavorare in pace la Natura stessa. Molti ricercatori, per la verità pochi economisti, hanno cominciato finalmente a porsi questa fondamentale domanda e i dati che stanno emergendo sono eclatanti; anche se non rientrano ancora in nessuna valutazione del PIL, il Prodotto Interno Lordo, considerato indicatore della ricchezza di un Paese. Vediamone alcuni esempi.

API SPA, FABBRICA EFFICIENTISSIMA
Partiamo non a caso da animali a noi particolarmente simpatici: le api. Uno studio commissionato dall’Unione Europea ha recentemente calcolato che con il loro servizio di impollinazione questi insetti forniscono al sistema produttivo mondiale un valore economico di circa 153 miliardi di euro all’anno, 24 miliardi in Europa: due volte e mezzo il fatturato della Fiat per intenderci. Per l’Italia, la Federazione Apicoltori Italiani (FAI) stima in 1.500 milioni di euro annui l’apporto continuo di ricchezza dall’impollinazione. Entrambi i calcoli si riferiscono solo alle produzioni di interesse alimentare destinate direttamente al consumo umano (frutta, semi, miele, ecc.).
È rimasta fuori dalla valutazione, perché sostanzialmente impossibile da calcolare, la ricchezza prodotta dall’impollinazione di colture destinate agli animali da pascolo, oltre a quella per altre produzioni che determinano comunque redditi da lavoro: fiori ornamentali, colture oleaginose (olii di semi ad uso industriale), medicine omeopatiche, piante di antiche varietà, ecc.

PIANTE CHE FERTILIZZANO
Tutte le piante, poi, siano esse erbacee e/o arboree inclusi gli arbusti, oltre che di sufficienti apporti idrici, hanno bisogno di un livello minimo di fertilità dei suoli per crescere e compiere il loro ciclo vitale. La fertilità a sua volta è determinata da una combinazione di fattori fisici, chimici e biologici. In estrema sintesi, un terreno agricolo è ritenuto fertile quando nella sua struttura è presente almeno il 3% di sostanza organica umificabile, cioè in grado di trasformarsi prima in humus e poi in elementi nutritivi per le piante, anche in assenza di lavorazioni del terreno. Tra questi elementi il più importante è l’azoto, il quale, pur essendo il 79% dell’atmosfera, non può essere utilizzato direttamente dalle piante e di conseguenza da animali e uomini. Prima serve che speciali esseri viventi, cosiddetti azotofissatori, per l’appunto “fissino” tale elemento e lo immettano nel ciclo della sostanza organica. Nei suoli non coltivati l’apporto spontaneo di azoto non supera di solito i 3-4 kg ad ettaro, ma la Natura ha inventato le piante leguminose (fagioli, piselli, fave, favino, ceci, veccia, ecc.) che si sviluppano in diretta simbiosi con i batteri azotofissatori. In tal modo l’azoto apportato ai terreni può arrivare anche 400 kg per ettaro. Quanto basta per coltivarci dopo  tutto quello che vogliamo per almeno un paio di anni, facendo il sovescio: si interrano le piante fertilizzanti prima che che fioriscano. Lo stesso apporto per via chimica e industriale costa attualmente in media 350 euro ad ettaro.

FOTOSINTESI, ENERGIA DALLA LUCE
Discorso analogo riguarda il valore economico della fotosintesi, cioè del processo bio-chimico grazie al quale le piante verdi producono sostanza organica, soprattutto carboidrati, a partire da acqua, luce solare e dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera. Quest’ultimo è uno dei principali gas serra prodotto dalle attività umane, pertanto si deve proprio alle piante, in particolar modo a quelle in fase di crescita, se il clima sul nostro pianeta non è ancora impazzito del tutto, anche se è stato da noi stessi ben avviato su questa strada. Ogni anno la fotosintesi trasforma oltre 115 milioni di tonnellate di carbonio atmosferico, non solo sotto forma di anidride, ma anche in biomassa. La stessa fotosintesi inoltre riesce ogni anno a catturare una quantità di energia solare pari a circa 100 terawatt, cioè 100 miliardi di chilowattora: più o meno sei volte quanto consuma attualmente la civiltà umana in combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) per produrre carburanti ed energia elettrica. Questi combustibili infatti non sono altro che una immensa ricchezza accumulata nei giacimenti durante l’arco di millenni a partire da sedimentazioni di sostanza organica; un’enorme ricchezza fatta propria da poche persone e che comunque noi tutti oggi stiamo impiegando dissennatamente.                                                                                                       




Collaborare con la Natura conviene

La Natura da sola non ce la fa: dobbiamo darle una mano. Esattamente come se si trattasse di un conto in banca, è necessario smettere di prelevare risorse e depauperarne altre, senza darle la possibilità di rigenerarle. Non si tratta di una facoltà a nostra discrezione ma di un bisogno non più rinviabile. Altrimenti alla fine avremo tutti il danno di rimanere senza tali risorse e la beffa di essere molto più poveri: una vera e propria condanna alla miseria, da noi stessi imposta soprattutto ai nostri figli.  Per fortuna questa consapevolezza sta crescendo sempre di più a livello mondiale. La protezione della natura è diventato a sua volta un fattore estremamente importante per l’economia del pianeta. Con i loro 8 miliardi di visite all’anno, le aree protette (parchi, riserve, oasi, monumenti naturali, ecc.) sono divenute negli ultimi tempi la maggiore “industria” turistica a livello mondiale. L’ecoturismo produce annualmente un fatturato di oltre 600 miliardi di dollari (circa 566 miliardi di euro al cambio attuale). Calcoli alla mano, l’associazione americana “Treehugger” (letteralmente: “Abbracciatori di alberi”) ha dimostrato che tra ingressi, visite guidate, pasti e alloggi, la protezione delle aree naturali si sta rivelando un grande affare economico caratterizzato da cultura e scienza. Consola soprattutto il fatto che i visitatori sono per la maggior parte residenti nelle stesse nazioni e regioni di dove si trovano tali aree. Finalmente, quindi, economia ed ecologia cominciano ad andare d’accordo e nella stessa direzione verso la sostenibilità per entrambe.


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