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Nuova occupazione dalla chimica verde

Posti di lavoro (e ambiente) salvi convertendo le fabbriche alle produzioni bio

Gio 28 Mag 2015 | di Caroline Susan Payne | Attualità
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Avete mai fatto caso a quel colore scuro che si forma sulle nostre dita quando puliamo i carciofi o i cardi? È dovuto all’ossidazione del pigmento di una sostanza oleosa. Allo stesso tempo, vi ricordate della battaglia per difendere il posto di lavoro dei dipendenti del petrolchimico di Porto Torres in Sardegna? Quelli, per intenderci, che attuarono la famosa protesta salendo sulla ciminiera dello stabilimento, dando poi vita all’iniziativa “L’Isola dei cassaintegrati”? Per quanto vi possa sembrare fantasioso, le due cose hanno una stretta attinenza tra loro. Questo grazie a quel concetto di economia naturale, basata su cicli produttivi chiusi e impostati sulle regole di Madre Natura. Vediamone il nesso.

DALLA SARDEGNA UNA LEZIONE
L’azienda per cui lavoravano i cassaintegrati sardi, la Vinyls, era ormai da tempo in crisi, soprattutto perché il principale prodotto realizzato, la plastica di polivinilcloruro (Pvc), fatta con i derivati del petrolio, sostanzialmente era da tempo fuori mercato a causa della sua insostenibilità ecologica ed economica. Come accaduto a tante altre storie simili, dopo il clamore iniziale, l’attenzione mediatica sulla protesta si è persa nella “fuffa” quotidianamente propinata dai programmi televisivi.
Ma almeno noi oggi possiamo informarvi che l’intera vicenda sta andando a buon fine. Il riassorbimento di tutto il personale dipendente è quasi ultimato ed entro il 2016 l’occupazione dovrebbe persino aumentare, anche se recentemente c’è stato un ulteriore sciopero per il mancato rispetto degli impegni assunti dal governo italiano. Ma ormai la riconversione alla cosiddetta chimica verde di tutti i cicli produttivi dello stabilimento è in fase di decollo. Proprio nelle settimane scorse c’è stata l’immissione sul mercato dei primi prodotti: bio-plastiche, lubrificanti, prodotti di base per la cosmesi e in campo farmaceutico e persino materie prime per pneumatici. Questi prodotti sono completamente biodegradabili e vengono ottenuti da essenze vegetali, italiane ed europee, rispondendo così almeno in parte alla logica della filiera corta. Tra l’altro la tecnologia utilizzata è interamente progettata e realizzata nel nostro Paese.

OLII OLTRE IL PETROLIO
Tutto questo viene realizzato nel medesimo stabilimento dove la Matrìca, una società partecipata al 50% ciascuna da Versalis (gruppo ENI) e dalla Novamont, lo scorso anno, ha installato una bio-raffineria alimentata da olii vegetali ottenuti da colture dedicate e coltivate appositamente.
Inizialmente è stato utilizzato l’estratto di girasole, ma l’obiettivo è quello di realizzare le produzioni a partire da un altro olio che si ottiene dalle piante dei cardi (Cynara cardunculus L. var. Altilis), appartenenti alla stessa famiglia botanica dei carciofi. Ulteriori olii interessanti in fase di studio e sperimentazione sono anche quelli provenienti dalle alghe e dalla pianta del cartamo. Quella del cardo comunque è la coltura più promettente, perché si può realizzare benissimo anche su terreni aridi e poco utilizzati. Per ottenere i prodotti finali, tale olio viene ossidato con acqua ossigenata al 45% ed in questo modo si evita anche l’uso dell’ozono: un reagente tossico e pericoloso.
Dall’ossidazione si ottiene poi un prodotto cosiddetto intermedio (cioè usato come “ingrediente” per ottenere altre cose); si tratta dell’acido azelaico impiegato comunemente nella cosmesi, in àmbito farmaceutico, nella cura della persona e nella produzione di bioplastiche biodegradabili: vale a dire le plastiche compostabili, cioè trasformabili in terriccio. E non tutte le cosiddette bioplastiche lo sono.

ACIDI AMICI DELLA NATURA
Altri sottoprodotti e coprodotti intermedi si ottengono da questo processo: l’acido pelargonico, impiegato nella produzione di biolubrificanti, candeggianti, fragranze per alimenti e fitosanitari e può essere utilizzato persino come erbicida, la glicerina e ulteriori acidi più leggeri (C5 – C9, stearico e palmitico), utilizzabili, tra l’altro, per la produzione di pneumatici. Particolare ulteriormente interessante: l’acido palmitico oggi utilizzato in tutto il mondo è quello che si ricava dall’olio di palma. Quello ricavato dai cardi quindi è un prodotto alternativo alla coltivazione intensiva e distruttiva delle palme da olio, che provoca deforestazione e disastri ambientali nel Sud Est asiatico (vedi rivista Acqua & Sapone di aprile 2015). L’obiettivo per la produzione di estratto di cardo è anche quello di utilizzare terreni marginali, oltre che aridi; cioè quei terreni che non sono dedicati attualmente alle produzioni alimentari. Infatti, nella pianificazione dell’iniziativa sono coinvolte anche le organizzazioni agricole, allo scopo di favorire lo sviluppo economico ed ecologico dell’agricoltura particolarmente sofferente, non solo in Sardegna. Qui però sta l’unica pecca dell’intero progetto, che prevede l’uso dei residui agricoli come combustibile diretto per produrre energia.
In sostanza, bruciano gli scarti, anziché riciclarli. In questo modo non si realizza un ciclo completamente chiuso come invece avverrebbe con il compostaggio dei residui stessi, che poi andrebbero restituiti sotto forma di ammendante alla terra che li ha fatti crescere.
Un dettaglio perfezionabile che non incrina la portata dell’intera vicenda.     

 



Bio-Boom in vista

L’organizzazione European Bioplastics, che raggruppa i produttori europei di bioplastiche, in collaborazione con l’Università di Hannover, in Germania, ha stimato che vi sarà un vero e proprio boom nel mercato delle bioplastiche. Le proiezioni al 2016, rispetto alla produzione del 2011, parlano di un incremento planetario di quasi il 500%, passando da 1.161.000 a 5.779.000 tonnellate.


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