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il mio amico Dante Alighieri

La modernità e profondità del messaggio del poeta fiorentino nato 750 anni fa capace di sconvolgere e accompagnare i giovani di oggi

Gio 28 Mag 2015 | di Giacomo Meingati | Attualità
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Come al solito stavo scrivendo le frasi degli Aerosmith sul diario, perché non mi andava di seguire il professore. Al liceo avvertivo la scuola come qualcosa di molto distante da quello che ero e da quello che cercavo. Quel giorno, però, è stato diverso. Era il compleanno di uno dei miei migliori amici, Fabrizio, che, come me, durante le lezioni esercitava le sue passioni. Il professore era lì, di fronte a noi, pronto per la sua solita ora con quei soliti ragazzi annoiati. Ma ad un tratto tutto cambiò. Si alzò e a voce alta declamò questi versi: “O Tosco che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto, piacciati di restare in questo loco”. Saranno state quelle parole, la loro forza, la capacità di creare immagini vive di fronte ai miei occhi, ma un brivido mi scosse. La classe si fece silenziosa e tutti noi non potevamo fare a meno di ascoltare e di vivere il decimo canto dell’Inferno di Dante.

C’erano due amici: Dante, che cercava se stesso ed aveva capito che per trovarsi doveva entrare nel più profondo Inferno, suo e di tutti, e Virgilio che, da vero amico, partecipava e lo sosteneva in un viaggio che lui aveva già fatto. Erano arrivati davanti alla città dell’Inferno, proprio nell’Inferno più profondo, e dopo che i diavoli avevano cercato di ricacciarli indietro, erano riusciti ad entrare nella città grazie all’aiuto di un Angelo...
Eh già, perché quando vuoi entrare in te a vedere le tue ferite, il tuo Inferno, incontri sempre resistenze e da solo non ci riesci: però c’è sempre una luce più forte del buio che, proprio quando non ce la fai, ti prende la mano e scardina le porte.
Il professore parlava e raccontava di Dante e della sua stima per Farinata degli Uberti, un politico del “partito” avversario, vissuto fino a poco tempo prima del suo viaggio. Dante ammirava le sue doti umane, perché quando il suo “partito” aveva vinto un’importante battaglia nel 1260 a Montaperti, si era opposto, lui solo contro tutti e anche contro i propri interessi, alla distruzione di Firenze: per questo Dante, quando viaggia nell’Inferno, ha nel cuore un profondo desiderio di parlarci.
Il decimo canto prosegue con il cammino dei due amici che attraversano un grandissimo campo pieno di tombe aperte, in ogni tomba c’è un uomo o una donna con un fuoco che li avvolge continuamente dalla testa ai piedi, per l’eternità. Mentre cammina Dante dice a Virgilio che avrebbe un desiderio enorme di parlare con una persona, e proprio mentre stanno discutendo di questo, è Farinata che li interrompe e, fiero dalla sua tomba, dice a Dante di restare a parlare con lui.
La figura di Farinata mi ha commosso allora.
Avevo 16 anni e sentivo che volevo amare, vivermi, sentirmi, avere relazioni vere e autentiche, crescere: eppure mi sentivo sempre solo, perché non trovavo niente che mi corrispondesse profondamente, che fosse vero, autentico, mio. Questo mi faceva soffrire, ma pensavo che per sconfiggere quella solitudine potevo seguire la via più semplice: mollare, smettere di pretendere relazioni vere, persone autentiche, non combattere più. Iniziare a parlare solo di scuola, studio, università oppure di droga, di donne come fossero cavalli, macchine ed altre cose vuote: ma io non cedevo, non mollavo. Mi sentivo solo, ma fiero: non volevo mollarla la mia dignità e la mia unicità, nonostante le fiamme dell’Inferno della solitudine che mi tormentavano. “Incontrare” quel giorno di febbraio Farinata per me è stato sconvolgente.
Anni dopo Padre Angelo Benolli, da cui andavo in analisi in quegli anni, mi ha aiutato in terapia a capire che in quel momento era successa una cosa bellissima tra me e Dante: sentendo che lui aveva descritto esattamente il mio stato d’animo, avevo finalmente trovato un amico che mi vedeva per quello che ero, che mi comprendeva e mi sosteneva nel non mollare. Da quel momento non mi sono sentito più solo! Io ero un ragazzo di 16 anni del 2000, l’altro uno di 35 di sette secoli prima. Questo vuol dire, inoltre, che egli è il più grande poeta della storia umana: perché la sua poesia ama, perché dentro la sua poesia c’è lui che ti vuole bene, ti prende per mano, ti è amico nel tuo di viaggio.
Ma il canto non finisce lì e il professore continua a spiegare: Virgilio, da vero amico, sostiene Dante a realizzare il suo sogno di parlare con Farinata, a non mollare, a non cedere alla paura. Dante e Farinata parlano, quando un’altra ombra li interrompe. “Se tu sei qui perché scrivi bene - dice la nuova ombra a Dante -, allora perché mio figlio non è con te?”.
Questa è l’ombra di Cavalcante de’ Cavalcanti, il papà del migliore amico di Dante, anche lui poeta, Guido Cavalcanti. Dante, nel rispondergli, usa un verbo al passato e Cavalcante gli dice: “Come! Mio figlio è morto? I raggi del sole non feriscono più il suo volto?!”.
è stato in quel momento che mi sono voltato verso Fabrizio e ho visto che stava piangendo, così come piangevo anch’io. Durante Alighiero, detto “Dante”, era un ragazzo che aveva capito questo eterno amore nel 1200 e lo aveva poderosamente gridato nei cuori di due sedicenni degli anni 2000.
L’incontro con Dante mi ha cambiato la vita. Ho iniziato a scrivere, a non tenermi più dentro quel mondo che soffocava, ma a esprimerlo, a cercare una soluzione al mio senso di inadeguatezza. Con Fabrizio comprammo due anelli con sopra inciso un geco ed insieme ad altri miei amici promettemmo che, ora che avevamo toccato la nobiltà che ci apparteneva, non l’avremmo mai più soffocata e che avremmo combattuto da veri amici per difenderla. Così fu e così è ancora. Dante fu la base della scoperta di me, scoperta che ha completamente stravolto e stravolge ancora la mia esistenza, giorno dopo giorno. Dante è un mio grande amico, perché mi ha insegnato che esiste il Paradiso ed è dentro ogni persona, in modo unico ed irripetibile e che per entrarci davvero bisogna entrare nel proprio Inferno, con chi, come Virgilio, sa guidarti e non si mette al posto tuo.
Poi è arrivato l’ultimo giorno di scuola del quinto anno. L’ultimo giorno di insegnamento del professore dopo sessant’anni di servizio ai ragazzi: aveva finito il programma con un giorno di anticipo, così che l’ultima ora l’aveva tenuta completamente libera. In quella scuola girava la droga, i ragazzi soffrivano perché non trovavano niente che fosse “loro” e che gli corrispondesse, per cui o soffocavano nei “cliché” della società oppure si ribellavano, autodistruggendosi. Lui lo sapeva, ma non ci aveva mai detto niente, e quel giorno entrò in classe sorridendo. Posò il suo enorme leggio di legno sulla cattedra, non lo avrebbe usato quel giorno, ci guardò uno per uno e disse: “Vi ho visti crescere ragazzi ed ho visto tante cose. Non sta a me giudicarvi, non sta a me parlare: a me, in quanto vostro insegnante, sta solo dirvi che questo ragazzo fiorentino di 35 anni è sceso nel più profondo dell’Inferno, ha scalato la più alta delle montagne, è arrivato fino a dentro al volto di Dio per dire a te, sì proprio a te, che ci ha visto il tuo volto, in quella eterna luce”.  Detto questo si alzò e se ne andò.

Questo è anche quello che volevo dire a ognuno di voi, proprio la stessa identica frase, nel ricordare i 750 anni dalla nascita di Dante Alighieri. Non celebriamo un sapiente, un dotto, uno da studiare, ma uno che, ripeto le parole del professore: “è sceso nel più profondo dell’Inferno, ha scalato la più alta delle montagne, è arrivato fino a dentro al volto di Dio per dire a te, sì proprio a te, che ci ha visto il tuo volto, in quella eterna luce”.    

 



DURANTE DETTO DANTE

Durante, detto Dante, della famiglia Alighieri (Firenze, tra il 22 maggio e il 13 giugno 1265 – Ravenna, 14 settembre 1321), è stato un poeta, scrittore e politico italiano. Considerato, al pari di Francesco Petrarca, il padre della lingua italiana, è l'autore della Comedìa, divenuta celebre come “Divina Commedia” e universalmente considerata la più grande opera scritta in italiano e uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale. Grazie a Dante la lingua volgare raggiunse altissimi livelli espressivi.

 



Frate Alberico ispirò dante

Per scrivere la Divina Commedia, Dante Alighieri trasse ispirazione dalle visioni dell’Aldilà di alcuni mistici, in particolare dalle visioni di Alberico, un frate dell’Abbazia di Montecassino. Di nobile famiglia, naque nel 1101. All’età di dieci anni si ammalò gravemente e per 9 giorni rimase come morto. Al risveglio raccontò di essere stato accompagnato in cielo da una colomba, dove San Pietro lo condusse a vedere l’Aldilà. I suoi racconti fecero molto scalpore e sono arrivati fino a noi. Pper leggerli: www.settefrati.net/visione.htm

 



BENIGNI & DANTE IN TV

Roberto Benigni è tornato in tv con TuttoDante, per  raccontare la ‘sua’ Divina Commedia. Partito il 12 maggio e per tutto giugno e luglio, tutti i mercoledì su Rai 1 alle 23.50, Benigni affronta la lettura e il commento di un canto, per 12 puntate. Vista l’ora tarda, ogni puntata viene replicata 2 giorni dopo (venerdì) in prima serata su Rai 5


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