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Rete senza amore

Tra pericoli, inconsapevolezza e adulti impreparati

Gio 28 Mag 2015 | di Angela Iantosca | Bambini
Foto di 8

Giulia ha 10 anni, due anni fa le è stato regalato uno smartphone di ultima generazione con accesso illimitato alla rete e un giorno la mamma ha capito di aver commesso un errore.
Maria ha 16 anni e da qualche tempo ha scoperto che quelle foto scattate per gioco sono finite nelle mani sbagliate.
Fabrizia ha 11 anni e non sa guardare le persone e esprimere i propri sentimenti, ma con il cellulare è capace di dire e inventare qualsiasi cosa.
Francesco ha 3 anni, usa l’Ipad e sa che per vedere le foto sull’Iphone deve prendere il dito del babbo e metterlo su un pulsante. Perché quando fa così magicamente quell’oggetto si illumina.
Benvenuti nell’era dei nativi digitali, bambini nati con un telefonino in mano, connessi alla rete 24 ore al giorno, con la convinzione di saper tutto, perché tutto è a portata di mano. Perché per la cosiddetta generazione Y la rete è come la piazza del paese; WhatsApp è come il portico dove noi adolescenti degli anni Ottanta ci trovavamo per decidere cosa fare la sera. La chat è un luogo immaginario, dove condividere emozioni, per quella sensazione che abbiamo di comunicarle solo a noi stessi, poiché protetti da quello schermo che ci divide dal resto del mondo e ci fa sentire soli.

Si può guidare una Ferrari senza patente?
È questo ciò che si domanda il Miur, Ministero dell’Istruzione, dell’Università, della Ricerca.
Si può (far) usare uno strumento di comunicazione di cui si ignorano le piegature nascoste, le zone d’ombra, i pericoli? E quali conseguenze potrebbe avere questo uso illimitato della rete? Qual è il vuoto che si vuole colmare? E soprattutto, che cosa è accaduto in pochi anni? Da una indagine promossa dal Safer Internet Center Italiano (il portale per l'uso più sicuro di Internet da parte dei ragazzi, coordinato dal Miur), che ha coinvolto circa 8.000 studenti delle scuole secondarie attraverso il sito Skuola.net, risulta che 1 ragazzo su 6 passa ogni giorno 5 ore a scuola e 5 ore su internet e soltanto 1 su 10 si connette alla rete meno di un’ora al giorno. Dunque, la vera finestra sul mondo, ormai, si chiama smartphone e questa è una verità assoluta per il 98% dei ragazzi, che lo usa per navigare, ma anche per gestire le proprie relazioni. Tuttavia, il dato più allarmante è che il numero di under 13 che riceve il primo super telefonino è triplicato in poco meno di un decennio. Di chi è la colpa, dunque, se questi bambini che tentiamo di proteggere dai pericoli della strada li lasciamo per ore con gli sguardi persi dentro quegli strumenti di tecnologia, convinti di trovare la vita che gli scorre accanto proprio in quegli schermi? Quante volte mi è capitato di vedere i ragazzi che si salutano alla fermata della metropolitana dandosi appuntamento su Facebook dopo pranzo: ma che fine ha fatto l’oratorio? E il campetto di calcio? Purtroppo se ne sono perse le tracce, sostituito dallo sport inteso in senso agonistico e non come momento di confronto e condivisione, o dai giochi on line che ci vedono da soli, idealmente uniti da fili immaginari. Ma quando quello schermo si spegne, cosa resta? Forse un vuoto profondo, se la reazione di chi ne viene privato è simile a quella di un “tossicodipendente” che non riesce ad immaginare una vita senza un androide...

IL TELEFONINO ALLE SCUOLE MEDIE
Se solo qualche anno fa l’accesso alla Rete avveniva grazie a strumenti condivisi nel nucleo familiare, oggi oltre la metà dei teenagers naviga prevalentemente tramite il proprio smartphone. Dall’analisi dei dati realizzata dal Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze, è emerso che il primo cellulare evoluto arriva nelle mani dei ragazzi sempre più precocemente: fra i nati tra il 2002-2004 la percentuale di quelli che hanno ricevuto lo smartphone prima di finire le scuole medie è pari al 95%, mentre tra i classe ’96-’98 era pari al 36.2%.
Quell’oggetto, quindi, non è uno strumento per sapere dove si trova il proprio figlio: prima di tutto è un oggetto grazie al quale (più o meno) consapevolmente i genitori si fanno mettere fuori gioco dai figli, perché risultano essere completamente all’oscuro delle loro attività digitali (per il 19% dei casi) o risultano averne un’idea molto vaga (34%). E a scuola? Le cose non vanno meglio: anche i professori sono spesso impotenti di fronte a questa avanzata, divisi come sono tra coloro che consigliano l’uso del web e coloro che sui social network non proferiscono parola. Un’ambivalenza questa che favorisce nei giovani la probabilità di imbattersi in situazioni pericolose. Per questo molto importante è da considerarsi la nascita grazie al Ceis (Centro italiano di Solidarietà), in condivisione con l’Associazione Nazionale Presidi, di un Osservatorio rivolto agli adolescenti proprio per captare i loro disagi.

 



Dalla lap dance ai telefoni erotici

Il 5% dei maschi e il 3,5% delle femmine tra gli studenti universitari inglesi ha lavorato nell’industria del sesso per pagarsi gli studi. Per il 22% non è un tabù. Lo ha rivelato uno studio della Swansea University, su 6.750 studenti universitari del Regno Unito. Uno su 5 ha preso in pensato di lavorare nell’industria del sesso e quasi il 5% lo ha effettivamente fatto. Per i lavori si va dagli spogliarelli ai telefoni erotici, dalla lap dance alla prostituzione. Un quarto di loro ha ammesso di aver avuto difficoltà a venirne fuori, e uno su quattro non si sentiva al sicuro.

 



LE RICERCHE SUL WEB

Cosa cercano i ragazzi in rete? Informazioni su scuola e università (9 su 10); tre su cinque informazioni sul sesso. E soprattutto “rapporti” interpersonali, video e giochi. Eppure, a causa dell’assenza di regole imposte dagli adulti, le ragazze lamentano la ricezione di messaggi, proposte o immagini indesiderate da parte degli adulti (40% contro il 32% dei maschi) e i ragazzi si sentono più esposti a siti, gruppi o persone che mettono in atto comportamenti illegali (22% contro il 16% delle femmine). I più piccoli (11-13 anni) vorrebbero più protezione contro adulti malintenzionati; i ragazzi tra i 14 e i 16 anni chiedono di essere aiutati contro le prese in giro dei coetanei: è questa, infatti, la fascia più esposta al cyber-bullismo. I giovani tra i 17 e i 19 anni si mostrano sicuri su questi temi, uscendo dalle fasce d’età che si rivelano più a rischio. I rischi della rete coinvolgono maggiormente i ragazzi i cui genitori non conoscono le attività digitali.

 



I GIOVANI CERCANO TESTIMONI DI AMORE

Da tempo la rivista Acqua & Sapone è attenta al mondo dell'infanzia, contro l'ondata di porcate che con i nuovi media si riversa loro addosso per business.
Bimbi e adolescenti curiosi di conoscere il mondo trovano troppo facilemente l'inferno sull'web: un massacro per la loro anima, soprattutto se ci arrivano impreparati e rimangono soli di fronte tanto scempio. Occorre testimoniare ai giovani chiaramente e con molto rispetto, senza paura di apparire moralisti, che oggi come nella storia ci sono sempre state persone dalla sessualità disordinata e malata, ma che questa non è la normalità. Che è normale la curiosità e l'attrazione verso certe cose, ma che non ci si può perdere dietro gli istinti. Che noi siamo chiamati a sviluppare la nostra personalità nello scambio completo e non solo carnale. E che questo può essere addirittura impedito o rovinato senza una sessualità rispettosa. Occorre testimoniare ai giovani che la sessualità è creata per l'amore e senza questo è sempre violenta e non porta mai alla gioia, ma all'inaridimento e all'impossibilità di innamorarsi e di essere felici. I giovani vogliono sentirsi confermare da qualche adulto con più esperienza queste verità che loro sentono inscritte nella loro interiorità. Testimoniamo queste verità con amore e senza giudizio, anche verso noi stessi.
Alberico Cecchini

 



Come intervenire? Cosa chiedono i ragazzi?

«Ho avuto modo di incontrare centinaia di ragazzi grazie anche alla seconda edizione del progetto “Pari e Impàri 2”.  Non dobbiamo demonizzare la tecnologia, ma è importante insegnare ad usarla, perché è come se gli adolescenti avessero trovato nella rete il loro mondo e un modo di comunicare senza le interferenze degli adulti».
Ornella Prete, titolare del progetto, è una psicoterapeuta del Ceis don Mario Picchi – Centro italiano di Solidarietà che ha sede a Roma e che da anni si occupa degli emarginati, dei tossicodipendenti, di chi è vittima della ludopatia. Ma anche di minori e del loro rapporto con internet e le nuove tecnologie. Noi l’abbiamo incontrata per capire quali sono i casi nei quali si imbatte e come si deve intervenire su quei giovanissimi che usano in maniera impropria la rete e come lavorare sugli adulti che troppo spesso non comprendono i pericoli che si nascondono dietro la piazza virtuale.

L’EPIDEMIA DEI SELFIE
Ma più si è piccoli, più non si comprendono i rischi della rete e più ci si lascia andare senza freni. Come dimostrano i selfie postati o inviati agli amici: «è come se nei ragazzi ci sia una scissione tra il sé e l’immagine che veicolano. Vivono una forma di dissociazione tra la realtà e la sua rappresentazione. Noi adulti, dunque, dobbiamo fargli capire che quella foto e quella immagine gli appartiene, che non è una cartolina e che inviarla può essere pericoloso o “illegale”».
Come spiega Ciro Nutello, responsabile “Scuole Sicure” della Questura di Roma.
«Da 11 anni portiamo avanti questo progetto nelle scuole di Roma. Siamo un gruppo di colleghi che cerca di contattare più scuole possibili per affrontare in modo concreto questi problemi. Perché i ragazzi devono essere informati anche sui pericoli da un punto di vista legale, sui reati che potrebbero commettere. Devono sapere che esiste il reato di diffamazione, se postano commenti su una bacheca di Facebook, o possono essere accusati di diffondere immagini pedopornografiche se fanno girare foto discinte delle amiche. Le regole ci sono e i ragazzi devono conoscerle. Devono sapere che a 14 anni si diventa punibili. Devono sapere anche che usano il telefonino che è intestato ai genitori e che quindi possono mettere nei guai anche loro. Non solo, devono comprendere che un’azione sbagliata da giovanissimi potrebbe mettere in forse il loro futuro lavorativo. è nostro dovere spiegare tutto ciò soprattutto perché dagli incontri di quest’anno sono emersi casi limite: ragazze che mandano foto per 50 euro di ricarica del telefonino. E con la droga che ormai gira anche alle scuole medie è facile immaginare in quale vortice presto si potranno trovare questi giovanissimi».

LE RICHIESTE DEI RAGAZZI
Eppure sono i ragazzi stessi a chiedere di essere informati, come gli studenti di quartieri difficili come Tor Bella Monaca, San Basilio, Torre Angela che sono stati coinvolti nel progetto. «Ci siamo resi conto che il rischio è quello di cadere in cose che non si conoscono. Perché sembrano cose apparentemente innocue che ora, parlando, abbiamo capito essere pericolose. Ma ora lo sappiamo perché gli adulti non si sono limitati ad un “no”, ma lo hanno motivato». Ed è proprio grazie a questi incontri concreti, durante i quali si parla della loro vita, che molti giovanissimi poco propensi ad andare a scuola hanno trovato uno stimolo in più a varcare quelle soglie.

FAMIGLIE ALL’OSCURO
In tutto questo, spesso, le famiglie sono le ultime a sapere ciò che accade e quali sono le esigenze dei figli. Per questo nelle scuole si cerca di organizzare incontri anche con loro: «Troppo spesso ci troviamo di fronte a genitori adolescenti, in competizione con i figli che non hanno minimamente idea da dove cominciare - spiega una preside di un istituto della periferia di Roma -. è necessario creare una base umana con questi ragazzi, prima di arrivare all’educazione civica e ricreare un dialogo con chi li ha messi al mondo». I genitori sono i primi a postare le foto dei figli su Facebook o ad usare WhatsApp e le mail per comunicare con loro, sono genitori a volte attenti, ma che poi sono i primi ad introdurre i figli a questo mondo, perché comunicano con i figli proprio in questo modo. Ma ci sono anche genitori che sottovalutano il pericolo e ignorano addirittura che è necessario introdurre dei filtri per evitare almeno l’accesso ad alcune pagine».

LE RIPERCUSSIONI SUL CERVELLO
A questo si aggiunge che ancora si ignora la ripercussione dell’uso smodato della rete sulla stessa mente dei ragazzi: «L’uso della rete e di questi mezzi di comunicazione - spiega la dottoressa Prete -, che è una cosa recente, potrebbe portare ad una modificazione dello stesso cervello, poiché tra gli 11 e i 21 anni c’è una sua evoluzione. Ecco, noi non sappiamo a cosa potrebbe portare. Ma il problema è doppio: perché si deve agire sui minori, ma anche sugli adulti che si sono trovati, da grandi, ad avere a che fare con mezzi nuovi di comunicazione da cui spesso sono sopraffatti e dietro i quali si nascondono».

SESSUALITA' PRECOCE
I siti, come la tv, rimandano ad una sessualità precoce e c’è uno scarto sempre più forte tra il sé e l’io sessuato. Che fare?
«La questione è delicata. Basti pensare che si è notato che le ragazze che si trovano ad inviare sotto minaccia foto o che vengono costrette a rapporti sessuali di fronte alla webcam, quando vengono scoperte hanno le stesse reazioni di chi subisce violenza sessuale. Ciò su cui bisogna lavorare, dunque, è il far capire a questi ragazzi che è necessario privilegiare l’incontro di persona e non i messaggi su WhatsApp o le chat. Perché le conseguenze sono tanto più devastanti quanto più giovani sono i fruitori della rete. Perché i giovani, per loro natura, sono poco riflessivi, sono istintivi. Non hanno ancora formata in sé la capacità di discernere il bene dal male e rischiano di cadere in una dipendenza da cui è difficile guarire. E siamo noi adulti a doverli aiutare a capire cosa è e cosa non è normale, bisogna tornare all’abc ed educare all’affettività. Bisognerebbe introdurre dei filtri nel computer, limitarne l’uso e non domandare ai figli solo cosa hanno fatto a scuola, ma soprattutto come stanno. Cercate di chiedere loro se stanno bene, se a casa stanno bene, se alcune situazioni complesse tra i genitori li fanno sentire a disagio. Ma nello stesso tempo dobbiamo capire che le regole sono importanti, ma che i no vanno spiegati, che i figli devono essere trattati da adulti, che è necessario dialogare, che il telefonino in età prematura è un danno».

 



GENERAZIONI CONNESSE

Si rivolge ai bambini dai 6 ai 18 anni, ai docenti e ai genitori la nuova edizione di “Generazioni Connesse”, progetto co-finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma The Connecting Europe Facility (CEF) - Safer Internet. Coordinato dal MIUR, in partenariato con Ministero dell’Interno-Polizia Postale e delle Comunicazioni, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Save the Children Italia, Telefono Azzurro, Univ. di Firenze, Univ. “La Sapienza” di Roma, Skuola.net, Cooperativa E.D.I. e Movimento Difesa del Cittadino. Si articola in una campagna di comunicazione e sensibilizzazione, in attività di formazione, nella campagna “Una vita da social”, realizzata dalla Polizia di Stato, nel rafforzamento della Helpline di Telefono Azzurro e di due Hotlines (www.azzurro.it/emergenza e www.stop-it.it) riservate agli utenti della Rete per segnalare la presenza di materiale pedopornografico. L’Univiversità di Firenze e “La Sapienza” hanno inoltre il compito di valutare e monitorare. 


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