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Italia, Far west dei petrolieri

Nel Paese del sole e del mare, anziché su turismo e natura si punta su trivelle e oro nero, affossando il nostro vero petrolio

Gio 25 Giu 2015 | di Francesco Buda | Ambiente
Foto di 7

Un fantasma si aggira per il Belpaese: è la colonizzazione petrolifera. L'Italia, come altri Paesi saccheggiati delle loro risorse naturali, è terra di conquista. Ma di questi stranieri che "vengono a prenderci le cose nostre", non dei poveracci che arrivano dall'Africa, i Tg non raccontano nulla e i politici al potere nulla dicono. Un balzo indietro alla prima cosiddetta rivoluzione industriale: lobby degli idrocarburi e casta politico-amministrativa invece che progredire e condurre avanti la nazione, verso innovazione e sviluppo, vanno sparati in retromarcia verso un'anacronistica corsa al petrolio. La maggiore miniera e la vera 'industria' della Penisola più bella e più amata del mondo sono l'ambiente, la cultura, le specialità enogastronomiche frutto di terre e sapienze millienarie e il turismo che tutto ciò genera.
E loro, nel Paese del sole e del mare, su cosa puntano? Sulle trivelle che mettono a repentaglio ecosistema marino e territorio, in una spasmodica e sconsiderata caccia all'oro nero, spesso di scarsa qualità e vicino ad aree protette e gioielli naturalistici.

I NUMERI DELL’ASSALTO
Ai cacciatori di oro nero i governi succedutisi negli ultimi anni, la casta ha spalancato le porte. Smontando pezzo dopo pezzo i vincoli e le cautele previste della normativa, fino al cosiddetto decreto "Sblocca Italia", prontamente ribattezzato "Sblocca trivelle". "Dietro una delle dieci linee guida dello ‘Sblocca Italia’ c’è tutto un lavoro firmato da Assomineraria”, ha raccontato il quotidiano economico Il Sole 24 Ore. Assomineraria è l'associazione che raggruppa i colossi petroliferi italiani.  «Quel provvedimento accentra nelle mani del governo le autorizzazioni per la prospezione, ossia le indagini preliminari, le ricerche più approfondite e l'estrazione di petrolio - spiega ad Acqua & Sapone il geologo Andrea Minutolo, che da anni con Legambiente monitora la corsa al petrolio made in Italy -, scavalcando Regioni, enti locali e  comunità in spregio alle varie normative europee di settore che invece ci chiedono di coinvolgere questi soggetti e di mettere al primo posto il territorio. Una forzatura già riconosciuta dalla Corte Costituzionale nel 2005».
Oltre ai pozzi esistenti, i nuovi già autorizzati e in attesa di partire si trovano in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Emilia Romagna, Friuli, Lazio, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Toscana e Veneto. E poi vi sono 116 permessi  di ricerca nelle regioni indicate e in Campania, Sardegna e Lomardia. Si parla di 145 chilometri quadrati nel mirino di questo business, di cui ben 123 in mare. Un'area più grande della Grecia. Un assalto alla nostra natura che ha mobilitato da tempo associazioni e comitati locali e i grandi sodalizi ambientalisti Wwf, Greenpeace oltre che la citata Legambiente.

CONVIENE SOLO AI PETROLIERI
Siamo anni luce dallo slancio pionieristico di Enrico Mattei, padre dell'Eni e dell'Agip, che almeno lottava per affrancare l'Italia dallo strapotere dei petrolieri esteri. Ora è un far west senza benefici per il Paese. I governi Berlusconi, Monti, Letta e Renzi, hanno favorito pezzo dopo pezzo l'esplosione di questa caccia al petrolio senza nemmeno garantire almeno qualche serio ritorno economico alle casse pubbliche. Il solito copione visto con le acque minerali o le cave, per esempio: i privati, legittimamente per carità, fanno i loro affari sul patrimonio pubblico e coi beni comuni. Ma i rappresentanti della collettività, politici e amministratori pubblici, non esigono un giusto ritorno per la comunità e le istituzioni.
A fronte di introiti stimati in 5,6 miliardi di euro nel 2013 solo con la vendita degli idrocarburi estratti in Italia, i ricavi per lo Stato con le royalties - l'obolo pagato dai petrolieri - sono irrisori: 420 milioni di euro. Di tale elemosina 93 milioni sono finiti nel Fondo di riduzione prezzi carburanti, destinato ai cittadini delle aree dove viene estratto il petrolio. In Basilicata, dove si producono circa i due terzi dell'oro nero italiano, il contentino è stato erogato sotto forma di buono da 140 euro per ogni famiglia. E indovinate per farci cosa? Per comprare benzina. E così, anche quella misera somma fatta sganciare ai petrolieri, torna nelle loro tasche! Nessuno invece finora ha ripagato i danni per le pesanti e diffuse contaminazioni da idrocarburi in aria, terra e acqua.
In Abruzzo, dove l'assalto delle trivelle a mare è tra i più prepotenti e pericolosi, Legambiente calcola che il ritorno per la popolazione equivalga all’importo di mezza tazzina di caffè all’anno per ogni abruzzese.

BUFALA INDUSTRIALE
Anche volendo accettare un sacrificio ambientale in nome dell'occupazione e dell'economia, queste trivelle, terrestri e marine, sono un buco nell'acqua per l'Italia: «Prima ancora dei grossi rischi ambientali, queste attività non hanno senso  - spiega ancora il dottor Minutolo di Legambiente -, sono solo operazioni della lobby petrolifera che vuole incassare il più possibile e prima che può. I posti di lavoro e l'indipendenza energetica nazionale sono solo scuse. Basta guardare i numeri ufficiali del governo per capire che quella che viene spacciata per strategia energetica nazionale e occupazione non regge più. Nel 2014 in Italia sono stati estratti 5,7 milioni di tonnellate di greggio, che non soddisfano nemmeno il 10% dei nostri consumi annui attuali (circa 59 milioni di tonnellate). Studi ormai affidabili dicono poi che le riserve certe di petrolio ancora da estrarre in Italia sono di 56 milioni di tonnellate in tutto: anche se con la bacchetta magica fossero estratte tutte nel breve periodo, non ci darebbero indipendenza neppure per un anno. E poi a richiedere permessi di ricerca e di estrazione sono per lo più compagnie straniere. Questi impianti, inoltre, sono ad altissima automazione, una volta partiti vi lavora poco personale e ad alta specializzazione. Dove sono tutti questi posti di lavoro? Insomma, tutto questo bailamme politico e ambientale per cosa?». E a dirla tutta, la sbandierata SEN, la Strategia energetica nazionale approvata dal governo nel 2013 e che ancora detta le scelte politiche energetiche italiane, «non ha alcun valore normativo e dallo stesso sito internet della Camera dei Deputati si evince che per effetto del referendum del 12 e 13 giugno 2013 "l'istituto della SEN non fa più parte del nostro ordinamento"», sottolinea Legambiente nel report "Per qualche tanica in più", chiarendo l'illegittimità dell'atto.

LASCIANO SPOLPARE IL PAESE
Istruttivo è un documento della Cygam Energy, compagnia petrolifera canadese: nel 2011 nel rapporto annuale descriveva il nostro Paese come il “migliore per l’estrazione di petrolio offshore”, ossia in mare, visto che offre la totale “assenza di restrizioni e limiti al rimpatrio dei profitti”. E in un dossier dell'anno prima spiegava che qui c'è un paradiso fiscale: royalty statale sui permessi petroliferi in mare "solo del 4%", mentre in quasi tutto il mondo va dal 30 all'80%. Addirittura, spiegavano i manager della società, "in Italia non devono essere pagate royalties sui primi 300mila barili di petrolio prodotto ogni anno e per ogni giacimento". Significa "una produzione di petrolio libera da royalties sui primi 822 barili al giorno, per singolo giacimento".
E "non ci sono restrizioni al rimpatrio dei profitti". Petrolio pompato in Italia, soldi dirottati all’estero.
C'è persino qualche compagnia che per anni non dato neanche un centesimo di royalty allo Stato grazie al trucco della franchigia, il numero minimo di barili prodotti al di sotto del quale non si paga nulla. E chi stabilisce quel numero? Le stesse società, con un’autocertificazione. La situazione è rimasta pressoché la stessa. Mentre noi, quando compriamo carburante alla pompa, ci paghiamo mediamente oltre il 70% di accise e tasse!

PERSONAGGI E AFFARI FOSSILI
Grazie alle fonti rinnovabili, il solare in primis, l'elettricità all'ingrosso costa sempre meno e addirittura nell'estate 2014 ci sono stati momenti in cui l’intero fabbisogno elettrico dello Stivale è stato soddisfatto con energia pulita. Ma questi si accaniscono a voler sforacchiare il Mediterraneo nostrano e il nostro suolo. Chi dovrebbe tutelare la nazione e i cittadini di oggi e di domani, gli stende il tappeto rosso, senza neanche introiti decenti per lo Stato. È un caso neuropsichiatrico. Patologia vicina a quella di chi ha scommesso sulle centrali termoelettriche a metano quando si sapeva che il futuro era nel solare e i più accorti studiavano l'idrogeno. Scommessa persa e poi caricata sulle nostre bollette e sugli aiuti di Stato o magari rifilata alle banche, come nel caso delle centrali del gruppo Cir dell'editore De Benedetti. Banche che hanno preso dalla BCE mille miliardi di euro a tasso scontatissimo per aiutare famiglie e imprese normali, alle quali fanno fatica a dare le briciole. Mentre hanno sempre il salvagente per i potenti vicini ai politici. Alle persone normali tocca salvare il mare, visto che da un punto di vista ambientale «le estrazioni in mare sono le più pericolose - spiega il geologo Molinaro di Legambiente - e la fase più pericolosa è la perforazione, che può arrivare anche a 4 km». 

 



I numeri della follia fossile

18 concessioni per estrazione di petrolio attive a fine 2014

12 estrazioni attive a terra e 6 in mare nel 2014

132 concessioni per estrarre petrolio a terra autorizzate e in attesa di partire

69 concessioni per estrarre petrolio in mare autorizzate e in attesa di partire

93 permessi di ricerca del petrolio a terra

23 permessi di ricerca del petrolio in mare

Fonte Legambiente

 



Soia per ripulire le maree nere

Lo soia per ripulire le acque marine contaminate dal petrolio, meglio e senza l’inquinamento comuque dato dai solventi usati ora, tossici e poco efficaci. I componenti lipidici della lecitina di soia, tensioattivo vegetale, sono molto efficaci nella scomposizione del greggio in particelle più piccole, facili da assorbire e rimuovere dall’acqua. Lo rivela una ricerca degli scienziati dell’American Chemical Society.

 



Rischi ambientali

Il Mediterraneo è tra i mari più inquinati da idrocarburi, con il 20% del traffico navale petrolifero mondiale. Oltre a oleodotti, gasdotti e raffinerie. «Ogni trivellazione è pericolosa - spiega Legambiente -, studi internazionali e dell'Ispra, Istituto per la protezione e ricerca ambientale, dimostrano che è molto dannosa per l'ecosistema marino la tecnica "airgun" (aria compressa sparata in mare per cercare petrolio). Uno studio dell'Istituto norvegese di ricerca marina documenta che il pescato si dimezza dove si è fatto airgun». Sulla terraferma è un disastro. Esempio Basilicata: «La relazione del 2000 della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti dice che su 890 siti lucani inquinati, oltre la metà erano stati inquinati da attività di prospezione, ricerca e coltivazione petrolifera - racconta il giornalista Maurizio Bolognetti -. A poche centinaia di metri in linea d'aria dalla diga del Pertusillo, il greggio affluisce in un grosso insediamento petrolifero. Nel 2010, con le analisi, ho scoperto nella diga contaminazione da bario, uno dei composti chimici presenti nei fanghi di trivellazione. Analisi degli ambientalisti vi hanno poi rilevato metalli pesanti e l'Agenzia regionale di protezione ambientale, Arpa,vi ha riscontrato alte concentrazioni di idrocarburi totali». Per non parlare degli sversamenti dalle piattaforme marine che possono provocare maree nere.


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