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Robert Downey jr.: Sono un family man!

L’attore più pagato al mondo, con la moglie e i figli si sente a casa. Tappeti rossi e riflettori, invece, sono solo un gioco…

Gio 25 Giu 2015 | di Giulia Imperiale | Interviste Esclusive
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Solo chi tocca il fondo sa apprezzare completamente i piccoli piaceri della vita. Nel caso di Robert Downey Jr. non guasta un conto in banca milionario, ma lui dice di non farci caso. Da quando è nata la seconda figlia non parla che di famiglia e di momenti di pace domestica. Difficile, insomma, riconoscere il party boy di un tempo in quell’uomo che oggi non vede l’ora di tornare a casa dal set, anche se si tratta di uno dei più famosi e chiacchierati al mondo, quello dei vendicatori Marvel. L’ultimo, “Avengers: Age of Ultron”, lo vede di nuovo nell’armatura scintillante di Iron Man, ma quando appende al chiodo le stravaganti invenzioni di Tony Stark torna a sentirsi un cinquantenne come gli altri. O almeno così dice lui… se credergli o meno, decidetelo voi.

Fare l’eroe al cinema aumenta l’ego?
«A me piace soprattutto il costume… di solito, comunque, non mi piace prendermi sul serio».

Su cosa, invece, non scherza mai?
«Mi piace dare il giusto credito ai miei colleghi e ne riconosco i meriti senza problemi».

Neppure le attenzioni del pubblico le fanno girare la testa?
«Non potrei essere più lusingato delle attenzioni con cui il pubblico ripaga anni e anni di lavoro e dà un senso a tutti i momenti che ho passato a prendere appunti ovunque, per costruire un personaggio o dare vita ad una scena. Vedere qualcuno realmente emozionato e ansioso di vedere il tuo progetto ti regala un senso di gratitudine enorme».

Ci sono piccoli dettagli del quotidiano che la mettono di buonumore?
«Sono una buona forchetta e trascorrere una serata piacevole in famiglia o tra amici davanti ad un buon piatto è un’esperienza che consiglio sempre. Non pensiate che interpretare un eroe faccia perdere il contatto con la realtà, al contrario, apprezzi di più quei personaggi “comuni”, di uomini della strada che rimettono al giusto posto le priorità».

Cos’è importante per lei?
«Avere un senso d’appartenenza, essere legati alle radici e alla casa. In amore, poi, mi considero il classico uomo che crede nella stabilità di coppia».

Non le pesa mescolare affari e vita di coppia, visto che lavora fianco a fianco di sua moglie Susan come produttore?
«Non c’è niente di più bello che trascorrere tutto il tempo con la persona che ami e per me questo include assolutamente la collaborazione professionale. Avere una persona accanto che capisce quello che provi e lo divida con te è un regalo immenso».

La kriptonite di uno dei suoi alter ego, Sherlock Holmes sono le donne. Le considera davvero così pericolose?
«Un eroe affascinante e misterioso come lui ha bisogno di essere trattato con la stessa ironia con cui lui approccia il mondo. Questo succede proprio con l’universo femminile, che nei libri di Conan Doyle è sempre molto ammirato… e anch’io sono un fan della capacità delle donne di essere multitasking».

Anche lei se la cava piuttosto bene a fare più cose contemporaneamente. Le arti marziali le sono state utili su molti set. Crede nell’importanza della disciplina?
«Pratico il kung fu da sempre, sono convinto che non solo aiuti a dimostrare grazia assoluta nei movimenti, ma insegni ordine e disciplina».

Non si stanca mai di riprendere lo stesso ruolo in più pellicole?
«Anche in questo sono romantico: fosse per me interpreterei Sherlock Holmes e Iron Man per sempre, ma credo che ad un certo punto li attenderà la pensione…».

E promuovere il suo lavoro la porta in giro per il mondo, Italia inclusa…
«Del vostro Paese mi piace tutto, in particolare la vostra lingua, così musicale, mi incanta tantissimo».

Ci è tornato anche per “The Judge”. Al protagonista basta dare un’occhiata all’adesivo che qualcuno ha sulla macchina, il bumper sticker, per capire chi ha di fronte. Lei quale sceglierebbe?
«(Ride) “I brake for Romans” (una specie di avvertimento a “frenare” o “fare attenzione” per non tamponare una categoria che gli sta a cuore, in questo caso gli abitanti di Roma, ndr)».

Nel film tocca un argomento delicato, il rapporto padre-figlio. Lei che voto darebbe al suo di genitore e a sé stesso come papà?
«Sono un papà buffo, mi piace giocare e far divertire i miei bambini. Mio padre, invece, non era proprio uno stinco di santo, ma si sa come vanno queste cose in famiglia, le relazioni sono complesse. Oggi siamo il frutto dell’infanzia che abbiamo vissuto, non crede?».


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