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L’angelo dei profughi

Un’italo-marocchina risponde agli sos del mare come volontaria

Gio 25 Giu 2015 | di Angela Iantosca | Attualità
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“Buongiorno a tutti, il mio nome è Nawal. Ringrazio Dio per avervi fatti arrivare qui sani e salvi. Vi prego di prestare molta attenzione a quello che vi sto per dire. Da questo momento non vorrei sentire alcun lamento. Qualsiasi cosa vi possa essere successa passa in secondo piano. Vi chiedo di non lamentarvi per queste cose perché dovete sapere che questo mare, che vi ha restituiti sani e salvi, ha preso con sé almeno 30mila persone nei soli anni che io ho vissuto”.
Sono queste le parole che una giovane ragazza italo-marocchina, ogni giorno, come un mantra, ripete ai profughi sopravvissuti ai viaggi in mare e giunti a Catania. Non lo fa per lavoro, ma perché sente che è giusto così, perché chi arriva è suo fratello.
Ma chi è questa ragazza alta, magra, dai capelli scuri e gli occhi marroni? Nawal Soufi ha ventisette anni, è di origine marocchina, ma vive da sempre a Catania con la sua famiglia e, se le domandi di che paese è, lei ti dice che ha difficoltà a definirsi italo-marocchina, «perché l'essere umano ha una sola patria, il pianeta in cui vive», per questo reputa le ingiustizie tutte uguali, sia quelle commesse dietro casa, sia quelle commesse dall'altra parte del globo.
Ha cominciato a far sentire la sua voce con le manifestazioni quando era al liceo, con i sit-in, poi con il megafono in piazza, con il volontariato, con la mensa sino ad arrivare a loro, gli immigrati in cerca di un futuro. Grazie al suo impegno, alla sua voglia di capire, conoscere, ai viaggi fatti in Medio Oriente, alla rete che è riuscita a costruirsi intorno, il suo numero di telefono, da qualche anno, è diventato di tutti ed oggi vive con il cellulare sempre acceso, anche di notte, quando non di rado riceve le chiamate di emergenza dai barconi in viaggio nel Mediterraneo. «È iniziato tutto attraverso il passaparola su Facebook – racconta Nawal – dove è stato scritto il mio numero di telefono. Mi chiamano perché la Guardia Costiera non ha un interprete di lingua araba: quindi loro mi comunicano le loro coordinate e io le riferisco a chi li deve salvare. E poi faccio un servizio di seconda accoglienza per chi continua il viaggio verso il Nord Europa».

LA PRIMA CHIAMATA
Ma a quando risale la prima chiamata? è fine estate 2013 quando squilla per la prima volta il telefono di Nawal: un uomo le comunica che stanno imbarcando acqua, che il motore della barca si è rotto... Nawal non si perde d’animo. Si mette in contatto con la sede di Roma della Guardia Costiera, dove le fanno capire che l’unica differenza tra la vita e la morte in questi casi è conoscere le coordinate dell’imbarcazione in pericolo. è così che comincia la sua esperienza di volontaria al servizio dei diritti umani. La chiamano l'angelo dei profughi, perché lei ne ha salvati migliaia grazie solo al suo impegno, a quel telefono e al suo essere sempre disponibile. Ma la chiamano anche Yamma, mamma in arabo palestinese. E come una mamma ricorda nomi, voci, storie. E ricorda le innumerevoli telefonate che riceve dai giornalisti. Tra i quali c’è anche Daniele Biella, che quest’anno ha trasformato la sua storia in un libro, “Nawal - L'angelo dei profughi”. «Nell'agosto del 2014, dopo un naufragio avvenuto al largo della Libia, con almeno 250 dispersi, tra cui 30 bambini, ho conosciuto a Milano una giovane coppia che aveva perso in mare tutti e 4 i figli da 1 a 8 anni. Non sapendo che fine avessero fatto, mi chiesero di lanciare un appello. In questa ricerca ho conosciuto Nawal, che tramite le chiamate dei parenti teneva un registro dei dispersi», spiega Daniele.
La chiamano l'angelo dei profughi, è vero, eppure già nel suo nome c'è il senso della sua missione, perché Nawal in arabo significa “dono”. E lei, per centinaia di migliaia di profughi in fuga dalla guerra e dalla disperazione è un dono davvero.
Quale è l'impegno quotidiano di Nawal?
«In questi ultimi due anni – spiega Daniele -, dall'arrivo dei primi sos dal mare, poi seguiti da quelli nelle frontiere di terra e dalle richieste di informazioni dei parenti in Siria o già al sicuro nel Nord Europa, tutta la vita di Nawal gira attorno al telefono. Sono parecchie decine le chiamate che riceve e per ognuna deve trovare una soluzione, un passaggio successivo, che sia chiamare la Guardia Costiera per le barche in mare ad attivare altre reti di aiuto».

NON SOLO MARE
Ma Nawal si occupa anche di chi sta in stazione: «Quando in stazione a Catania passano famiglie di profughi diretti verso nord, li aiuto nell'accoglienza con indicazioni su come non farsi importunare dai trafficanti di terra, come prendere i giusti biglietti del treno e dove rifocillarsi. Dopo essere sopravvissuti al mare, devono far fronte a chi cerca di truffarli a terra, facendo pagare troppo gli spostamenti. Non di rado in stazione c'è chi li deruba di tutto». Un grande insegnamento il suo che ci fa riflettere: «Ci insegna a metterci in gioco, fin da subito – spiega Daniele -. C'è da dare una mano, lei la dà senza pensarci due volte, senza perdere tempo in analisi della situazione, che possono avvenire subito dopo, ma che devono andare di pari passo con l'atto concreto di aiuto indiscriminato. Il concetto di fratellanza è tutto nelle chiamate dal mare, nell'accoglienza, nel vedere lo straniero che arriva, in questo caso in fuga da guerre e persecuzioni, come il proprio fratello, il proprio marito, un genitore. Come lei, altri ricevono sos dal mare (vedi il prete eritreo Mussie Zerai, soprattutto per chi viene dall'Africa Subsahariana), facendo un servizio fondamentale e universale che non conosce confini, perché l'umanità non necessita di bandiere o di appartenenze ad uno Stato».
E di fronte alle morti, alla violenza religiosa Nawal si interroga: «Mi chiedo di continuo perché succedono queste disgrazie, perché deve morire tanta gente innocente. Così come non posso togliermi dalla testa tutti gli sos che mi arrivano al telefono, compresi quelli via terra, ovvero di siriani che non tentano la rischiosa traversata in mare, ma che, per esempio, provano a entrare in Europa superando il fiume Evros che dalla Turchia Porta in Grecia. Mi chiamano dicendo che la polizia di frontiera li ha massacrati, alzando le mani anche sui bambini: come è possibile che chi ha lasciato tutto per fuggire dalla guerra debba sopportare ulteriori sofferenze? Mi rispondo dicendo che Dio ci ha lasciato libera scelta, anche di usare le mani per picchiare o respingere profughi, o per sparare. Mani che probabilmente non avranno alcun giudice terreno, ma che al di là di questa vita troveranno il giudizio che meritano».     


 



IMMIGRAZIONE: DATI ONU

Gli sbarchi nel Mediterraneo hanno superato quota 100mila: dall’inizio del 2015, circa 103.000 persone sono arrivate via mare essenzialmente in Italia (54.000) e in Grecia (48.000), come evidenziato dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). L’Oim stima che la maggior parte dei migranti arrivati in Italia sono partiti dalla Libia. Le principali nazionalità delle persone giunte sono quelle eritrea, somala, nigeriana e siriana. Nelle isole greche, giungono in media circa 600 rifugiati al giorno, in maggioranza in fuga da Siria, Afghanistan e Iraq. Per la Grecia, la maggioranza delle persone parte dalla Turchia. Secondo le stime dell’Oim, infine, finora quest’anno Guardia costiera italiana, Marina militare italiana e Guardia di Finanza hanno tratto in salvo oltre 28.500 persone.

 



IL LIBRO

“Nawal - L'angelo dei profughi”, di Daniele Biella (Edizioni Paoline) racconta la storia della giovane italo-marocchina che da due anni ha messo la sua vita al servizio dei profughi che sbarcano sulle nostre coste.


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