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Il bimbo è ‘scienziato’ e cerca Dio

Spesso si pensa che prima della scuola o del catechismo non capisca. Ha invece da subito potenzialità e capacità relazionali che neanche immaginiamo

Gio 25 Giu 2015 | di Francesco Buda | Attualità
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I bimbi sono uno spettacolo di sapienza e tensione relazionale verso il Cielo e verso gli altri. Ben prima che incontrino insegnanti, preti o catechisti. Che una persona respiri da subito, appena nata, è un fatto noto a tutti. Ma su altre profonde esperienze e potenzialità si è spesso abituati a credere che ci voglia la mente, il raziocinio, l'insegnamento, un percorso, e così via. Non è vero. Ce lo dimostrano i nostri 'cuccioli'. Già da poppanti - spiegano le neuroscienze - hanno capacità fortissime che di solito nemmeno immaginiamo.
Ma da piccolissimi, hanno pure un grande spirito, incontaminato e profondissimo.
Fino a qualche decennio fa, anche in àmbito scientifico, il bebè era considerato una sorta di bambolotto da nutrire, cuccioletto da accudire, impermeabile e chiuso nel suo mondo. Il bambino "sa", il bambino vive, il bambino è immenso, percepisce e interagisce. Il bimbo è in relazione da subito. E non solo con le persone e l'ambiente. «Ma cosa vuoi che capisca», quante volte lo abbiamo detto o sentito dire? E invece il bambino comprende eccome! Con il cuore e con il cervello, sente tutto e interagisce. È presente, magari più degli adulti.

IL BIMBO SA, PRIMA DELLA SCUOLA
Molti potrebbero pensare che il bimbo inizia a sperimentare l'apprendimento cognitivo e il trascendente quando inizia a ricevere insegnamenti, a studiare. Falso. «Quali sono le potenzialità del cervello di un bambino? Siamo abituati a pensare che i bambini, andando a scuola a 6 anni, forse cominciano ad apprendere a quella età: le neuroscienze ci dicono che non è così», spiega la dottoressa Lia Teloni, neuropsichiatra infantile. Per questo articolo abbiamo attinto al suo intervento durante il convegno internazionale "Ogni uomo è un Educatore", davanti a grandi esperti e scienziati di vari àmbiti. «Ad esempio, Andrew Meltzoff ha dimostrato che i neonati di sole 2-3 settimane di vita sono in grado di imitare gesti facciali da uno sperimentatore. E non solo imitano, ma ad un mese sono in grado di riconoscere, tra i disegni di due ciucci, qual è il ciuccio che avevano tenuto in bocca per un minuto, fanno cioè una traslazione tra una sensazione tattile e una percezione visiva. Lo stesso studioso ha dimostrato pure che i bimbi già da molto piccoli hanno una eccezionale memoria, anche a lungo termine. I bambini, dalla nascita, sono fatti per guardare il mondo e, come spugne, apprendere e imitare, intuire cosa c'è dietro ai gesti che io compio».
Ma c'è di più: entrano in empatia con gli altri. «Appena nati sono già in grado di intuire gli scopi della mia azione e le emozioni con cui faccio qualcosa. Cioè, il bimbo si mette in relazione con quello che sento. Recenti studi sui neuroni 'a specchio' ci dicono che è proprio così: la capacità di intuire e di mettersi in relazione con le emozioni dell'altro è una delle più precoci che nasce insieme ai bambini». Insomma, il bimbo partecipa alla vita altrui.

E PARLA CON DIO... SENZA DOTTRINE
Non solo è sveglio, è pieno d'amore il bambino. E così come per la sua vocazione a scoprire, a studiare e conoscere non aspetta i corsi scolastici, ancor più nel profondo è collegato al trascendente. Ad un 'Qualcuno' che ha già dentro per natura. Lo chiariva giusto un secolo fa Maria Montessori, con la 'scoperta del bambino religioso' nel corso di uno studio a Barcellona nel 1915. "La prima età sembra congiunta con Dio come lo sviluppo del corpo è strettamente dipendente dalle leggi naturali che lo stanno trasformando", scrive la scienziata, probabilmente la donna italiana più famosa ed apprezzata nel mondo per i suoi studi innovativi e geniali sui bambini.
Il suo volto è quello impresso sulle mille lire anni '90. Va bene la didattica, l'alfabeto, i numeri, il gioco, l'apprendimento. Ma per la Montessori "il piccolo bambino ha una tendenza che non si può indicare meglio che chiamandola il 'periodo sensitivo dell'anima', nel quale ha slanci religiosi che sono sorprendenti per chi non abbia osservato il bambino al quale fu reso possibile esprimere i bisogni della vita interiore". Non c'è dunque da meravigliarsi, suggerisce la pedagogista, si tratta di un fatto intimamente naturale.
Se non lo disturbiamo ma semplicemente lo cogliamo e rispettiamo, viene fuori da sé.  "Ne scaturisce per essi - annotava la Montessori - un senso gratissimo di gioia e di nuova dignità" Indipendentemente dai genitori ed altri adulti. «Dio e il bambino se la intendono», diceva Adela Costa Gnocchi, stretta collaboratrice di Maria Montessori.
Ci aiuta a comprendere tutto ciò, un'altra donna, Sofia Cavalletti. Per oltre 50 anni ha osservato e accompagnato i bambini nell'esperienza religiosa, imparando moltissimo da loro. Grande studiosa delle sacre scritture, ha messo in pratica le intuizioni e le scoperte montessoriane nel Centro di catechesi infantile che fondò a Roma nel 1954 insieme ad un'altra grande pedagogista montessoriana, Gianna Gobbi. Un'esperienza ripresa in molti altri Paesi del mondo, nei 5 continenti. Assai diversa dai catechismi che poi 'stranamente' lasciano il posto all'abbandono della ricerca religiosa nei ragazzi, stufi di schemi, regole, testimonianze deboli e incoerenti.

FILO DIRETTO BIMBO-DIO
Le scienze neurologiche, come dicevamo, mostrano sempre più la naturale e forte attitudine del bimbo alla relazione. Ma c'è di più. Stando alle scoperte della Montessori e alle esperienze di Sofia Cavalletti e Gianna Gobbi che le hanno approfondite, la naturale religiosità del bimbo, il suo rapporto col trascendente, vengono prima e vanno oltre gli stimoli esterni e la razionalità. Se è vero che apprende ben prima della 'età della ragione', ancor più cerca e sperimenta la relazione col divino, nutre la sua anima al di là delle persone, delle culture, degli input ambientali. Non sta lì a ragionare sulla fede. La vive. Illuminanti i risultati delle sue osservazioni che la Cavalletti racconta in una intervista pubblicata sulla rivista "Il sicomoro" nel 1998.
«Certamente ad un certo momento l'ambiente ha una sua influenza, tanto è vero che, per quello che io posso dire, chi è veramente forte nel difendere questa connaturalità con Dio è il bambino piccolo; man mano invece che il bambino apre nel crescere all'influsso della società più ampia, allora questo rapporto è meno forte». Ciò suggerisce quanto è importante non 'scandalizzare' i piccoli, magari proprio in nome di Dio, e che la fede può essere favorita o disturbata, ma non dipende da insegnamenti e buona volontà dei grandi... L'influenza del mondo esterno «non è negativa soltanto negli ambienti non religiosi - spiegava la studiosa -, qualche volta pure quelli religiosi comprimono certe potenzialità per troppa "super-nutrizione" scorretta in una direzione sbagliata. Non posso dire che i bambini di famiglie particolarmente praticanti siano i più sensibili».

L'ANIMA È INDIPENDENTE
«Io non limiterei il fatto religioso al risultato di sollecitazioni culturali», risponde la studiosa, a proposito della comune conviznione che la fede e la religione si possono capire solo maturando. «C'è anche, e forse soprattutto, un livello ben più profondo. È un campo in fondo ancora tanto controverso questo: alcuni negano addirittura che il bambino sia capace di un rapporto con Dio, concentrano tutto sul fatto razionale; quindi prima dei sei anni il bambino non ha un pensiero razionale compiuto, è incapace di rapporto con Dio... Invece, quello che in genere concedono gli studiosi più "generosi" in questo campo, è un certo "innatismo religioso" nel bambino. A me non soddisfa neanche questo, dirò la verità: mi piace di più parlare di connaturalità del bambino con Dio. [...] L'innatismo mi fa pensare a qualche cosa di un po' passivo, che c'è nel bambino, ma sta lì e dorme; la connaturalità mi piace soprattutto per questa particella "con", che esprime il rapporto. Parlo di connaturalità, non parlo sul piano teorico, ma in base a quello che ho visto: ho visto come bambini di questa età possano godere in modo vitale, profondo, globale di un rapporto con Dio; questo mi fa pensare a persone che abbiano trovato corrispondenza essenziale, cercata, che appaga esigenze profonde; che abbiano trovato l'ambiente, la persona che cercavano». E ancora: «Ogni persona umana cerca la relazione, ma sembrerebbe che nella persona di Dio il bambino trovi una connaturalità, una rispondenza. [...] E allora vengono fuori questi fenomeni di concentrazione profonda, di gioia particolarissima e di godimento che quasi si palpa nell'aria, come di chi ha trovato l'ambiente vitale e dice: "Come sto bene qui"».

ECCO L’INNAMORAMENTO
Forse può lasciare deluso qualche genitore affettuoso e dedicato: l'amore dei genitori e di chi è più vicino al piccolo, secondo la Cavalletti, non è il canale necessario dell'amore di Dio. Altrimenti «si limita l'amore di Dio alla dimensione umana. A me sembra, parlando sempre in base a quello che ho potuto osservare, che l'amore di Dio sia primario nell'esperienza umana del bambino piccolo. Certo - notava l'esperta - è bello poter dire: "Papà e mamma ti vogliono bene"; però si tratta sempre di un amore umano e quindi limitato. E quando questo non succede? Un bambino rifiutato dai genitori è forse una creatura perduta per Dio? No, Dio prende le sue creature anche al di fuori dell'amore umano: l'ho visto in tanti bambini non accettati in famiglia che invece, all'annuncio del Pastore che "li chiama per nome", si aprivano ad un immenso godimento». Semplicemente perché si tratta, secondo le osservazioni della ricercatrice montessoriana, di un necessità più indispensabile persino del cibo.
E rimane lì, come la fame, e continua inconsciamente a restare viva anche se non trova appagamento. «Questa è l'esigenza, che quindi prescinde dall'esperienza. In ogni essere umano c'è l'esigenza di relazione, cioè di trovare qualcuno che mi cerca - per parlare con le parole della parabola del buon Pastore: che mi "chiama
 per nome" - e a cui posso rispondere».

VUOLE AMORE PERCHÉ È PIENO D’AMORE
Attenzione, poi, all'inganno "catechistisco" del volere e dovere spiegare e insegnare ai piccoli: «Il bambino non è un sacco vuoto da riempire», né con concetti, schemi, regole per supplire a delle sue carenze. Non parliamo di pillolette spirituali. «Essendo l’esperienza religiosa fondamentalmente un’esperienza d’amore - scrive la Cavalletti nel suo libro "Il potenziale religioso del bambino" -, essa corrisponde in particolar modo alla natura del bambino. Il bambino ha più di chiunque altro bisogno d’amore, perché è egli stesso ricco d’amore; il suo bisogno d’essere amato dipende non tanto da una carenza che va riempita, ma da una ricchezza che cerca qualcosa che le corrisponda. [...] Non è quindi nella ricerca di una compensazione che il bambino si volge a Dio, ma per una profonda esigenza di natura. Il bambino ha bisogno di amore globale, infinito, tale che nessuno essere umano è in grado di dargli. Nessun bambino – credo – è stato mai amato nella misura che avrebbe voluto e di cui avrebbe avuto bisogno. L’amore è per il bimbo più necessario del cibo; è stato scientificamente provato. Nel contatto con Dio egli sperimenta un indefettibile amore.  Dio, che è amore, e il bimbo, che chiede l’amore più del latte materno, s’incontrano quindi in una particolare corrispondenza di natura». Questo hanno scoperto Maria Montessori e alcune sue seguaci.
Se provi a domandare in giro, magari tutti conoscono "la Montessori", molti hanno sentito parlare del suo metodo e del bambino "padre dell'uomo", le seggioline e i banchetti a misura di bimbo ecc. Ma quanti sanno di questi studi? Non ve n'è traccia, ad esempio, nei manuali di psicologia dello sviluppo sui quali ha studiato chi scrive questo articolo. Erano più veri l'asilo e la strada!


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