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Dove osano i bambini

Uno studio ribalta la prospettiva: sono i ragazzi iperprotetti a correre più pericoli

Mer 29 Lug 2015 | di Maurizio Targa | Bambini

I nostri figli non corrono abbastanza rischi. Detta così farà sobbalzare più d'una mamma (o papà), ma è più o meno la conclusione a cui sono giunti all'Università Britannica del Kent, il cui sociologo, Frank Furedi, ha pure coniato la definizione di "genitorialità paranoica" per riferirsi all'eccessiva paura, assai diffusa almeno nei Paesi occidentali, che i propri figli corrano pericoli. E l'esagerata protezione - secondo il sociologo che non è il solo a cavalcare questa tesi - induce nel ragazzo relegato nella “campana di vetro” conseguenze negative per il suo sviluppo fisico e intellettuale. 

Viva il bernoccolo!
Come tutti i cuccioli - sostiene il ricercatore britannico - anche il bambino ama arrampicarsi, saltar giù da un gradino, da due, da tre. I pantaloni si sporcano, le ginocchia si sbucciano e le gambe si riempiono di lividi e graffi. Sembra però che, azzardando l’avventura e sottoponendosi al rischio consapevolmente, i ragazzi testino i propri limiti per superarli via via gradualmente. E propone l'immagine del ragazzino in equilibrio su un piccolo gradino: due o tre passi e, inevitabilmente, arriva il genitore che grida: «Attento! Se cadi ti fai male e poi piangi». Risultato? In genere il bimbo si paralizza e sul suo volto si staglia la paura, riflesso di quella della madre. Ma l'intervento è davvero positivo? Avrà forse evitato un livido, forse neanche quello perché il bambino stava facendo attenzione, certamente ha interrotto l’esperienza della coordinazione, il tentativo di superare una paura e la soddisfazione successiva di avercela fatta.

Bambini a caccia di cinghiali
Nella nostra società, in poche parole, la parola “rischio” è spesso vista in accezione negativa, soprattutto se riguarda i bambini. Ma c’è una differenza sostanziale tra il vero pericolo e l’avventura: il primo è qualcosa che il bambino non conosce, del quale non si rende conto e da cui deve essere tutelato, il rischio rappresenta invece una sfida che il giovane accetta e rispetto alla quale può decidere in autonomia se affrontarla o meno. Eppure, per la maggior parte dei genitori della società occidentali, tutto ciò rappresenta un pericolo da cui distoglierlo. In Gambia, fanno notare gli accademici, i piccoli vanno a caccia di cinghiali con archi e coltelli, benché siano amatissimi anch'essi dai loro genitori. Sorge la domanda: siamo noi gli esagerati?

Per sempre piccolo
In generale - prosegue lo studio inglese - si è passati dalla convinzione che i ragazzi dovessero crescere il prima possibile a quella opposta, per cui occorre costantemente proteggerli da qualunque danno, anche sono ipotetico. In questo modo, però, è facile ottenere proprio l'effetto contrario: il bambino sempre sorvegliato, a cui viene vietato di esplorare l'ambiente, risulterà più impacciato e con minori abilità motorie, conseguentemente esposto a maggiori probabilità di farsi male per davvero. Inoltre, se gli si trasmette l'idea che il mondo è un luogo pericoloso dove lui è incapace di cavarsela da solo, tenderà a sentirsi insicuro e ad affrontare con scarsa fiducia le prove della vita. Un rischio "moderato", invece, sarà per lui una sfida, un comportamento con un margine d’incertezza di cui è consapevole e col quale può decidere di confrontarsi. E il “lanciarsi” non è inteso solo verso prove, per così dire, fisiche: è normale, ad esempio, che al primo giorno di asilo un bambino pianga e protesti vivacemente alla separazione dalla mamma, ma se questo momento è preparato, se non vengono raccontate bugie e il riavvicinamento è caloroso, nel giro di poco il fanciullo si abitua all’idea che l’allontanamento sia solo momentaneo. Nel frattempo riuscirà a giocare con gli altri bambini, sperimentando competenze motorie, cognitive e sociali.

La sicurezza non esiste
Occorre poi ricordare che nessun ambiente è sicuro al 100% e che anche i bambini ben sorvegliati possono farsi male, spesso in modo imprevedibile, come è superfluo affermare che non si può impedir loro di giocare e correre per preservarli dal pericolo. Anzi, l’effetto positivo del movimento sull’intelletto dei bambini è ampiamente conclamato: il ricercatore canadese Trudeau ha dimostrato che un’ora di sport al giorno li rinforza, non solo dal punto di vista fisico, ma anche mentale, tanto che i bimbi attivi riportano voti migliori rispetto ai sedentari. Per contro, le sfide emozionanti e la gioia che consegue dal riuscire ad affrontarle - afferma in un analogo rapporto la Fondazione Patrizio Paoletti, che si occupa di progetti educativi - rilasciano nel cervello molta dopamina, neurotrasmettitore che stimola il fissaggio delle esperienze di apprendimento. Nel difficile mestiere di genitori, insomma, uno dei compiti più complessi sembra quello di riuscire a trovare un equilibrio soddisfacente tra l’apprensività e impostazione educativa al permessivismo massivo. La quadratura del cerchio - concludono gli esperti - consisterebbe nell’essere una “base sicura” per il bambino, un genitore che non ostacola i tentativi di esplorazione dell’ambiente del proprio figlio, ma che è al contempo attento e disponibile a prestare aiuto e rifornimento affettivo nei casi in cui avverta la necessità di riavvicinamento.      

Il pericolo è il mio mestiere
Nel 2007 la psicologa norvegese Ellen Sandseter ha osservato diversi bambini in età prescolare, definendo alcune caratteristiche delle situazioni evidenziate dai ragazzi come “emozionanti”: in testa alla hit parade quelle caratterizzate da grandi altezze, ovvero arrampicarsi, stare in equilibrio, appendersi a testa in giù e penzolare. Seguono quelle “alta velocità”, di cui s’inebriano quando scivolano, slittano o fanno piroette. Infine, quelle caratterizzate dalla “vicinanza a luoghi o cose pericolose”, come fuoco, burroni, ferrovie. 

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