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Bebe Vio: la vita è una figata

Ha perso gambe e braccia per una meningite: ma nulla la può fermare dal salire sulla pedana

Mer 29 Lug 2015 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 7

Annoiata dalla programmazione radiofonica continuo a cambiare canale. Ho molti chilometri da percorrere in auto e non c’è niente che mi trattenga più di qualche secondo su una stazione. Quando, improvvisamente, sento una voce squillante e piena di energia: si chiama Bebe, è una campionessa paralimpica ed ha solo 18 anni. Rimango ad ascoltarla mentre, a sua insaputa, spiazza anche il Trio Medusa, disarmato da tanta positività. Pochi giorni dopo la incontro a Roma.
La aspetto all’uscita della Rai di via Asiago, dove ha appena rilasciato una intervista, e insieme ce ne andiamo in un bar. È minuta, ha il passo veloce, non rispetta i semafori e una volta sedute ordina un succo di pomodoro: «Vado pazza per il succo di pomodoro. Una volta, durante un viaggio in aereo, ne ho bevuti 18: il mio record personale!».
Bebe è di fronte a me e in lei ritrovo tutta l’energia che avevo intuito ascoltandola in radio: sorride continuamente e non lo fa mai in modo forzato. È spensierata e solare, nonostante tutto. Perché Bebe, ad 11 anni, in seguito ad una meningite acuta si è vista amputare gli avambracci e le gambe sotto le ginocchia. 
 
Hai appena compiuto 18 anni, evento che hai celebrato con 200 amici provenienti da tutta Italia. Cosa ti aspetti dalla maggiore età?
«Diciamo che non cambia molto ed è un po’ scomodo, perché ora con la questione delle protesi devo firmare tutti i documenti. Non conoscevo neanche l'esistenza di tutte queste carte… A breve, poi, prenderò la patente, con grande preoccupazione dei miei genitori...».
 
Cosa è accaduto il 19 novembre del 2008?
«Era un mercoledì, me lo ricordo perché avevo gli allenamenti di scherma. Quella sera mi è venuto mal di testa, così ho chiamato la mamma e ho chiesto di venire a prendermi. Mia sorella Sole aveva appena avuto l'influenza e mia madre pensava che mi fossi ammalata. Ma il giorno dopo, quando è tornata a casa, mi ha trovato chiusa a chiave in bagno. Avevo la febbre alta e vomitavo. Poi sono cominciate a comparire delle macchie: erano tutti trombi, le vene che scoppiavano. Il respiro era diventato strano. Mi hanno portato dalla pediatra e poi al pronto soccorso. Da lì ho solo dei flash. Sono stata in terapia intensiva un mese e mezzo... Sono ritornata a casa il 3 marzo del 2009».
 
Come sei cambiata?
«Il mio sguardo è sempre stato positivo: la vita secondo me è una figata, ma la penso così sin da piccola! Quando sono stata male è stato un po’ difficile, ma ho scoperto quante persone mi vogliono bene. Non pensavo ci fosse tutto questo amore intorno a me. Ho imparato molte cose: che quando hai bisogno di aiuto l'unico modo di ottenerlo è chiederlo, che da solo non sei nessuno, ma che insieme si può arrivare dappertutto e che se non hai dietro una famiglia che ti ama e ti sostiene non sei nessuno». 
 
Miracolo vivente, fortunata sopravvissuta tra i 4 su 100 che si salvano da questa malattia, la tua famiglia come ha vissuto questo momento di passaggio e di paura?
«Noi abbiamo sempre tutti praticato sport. E il fare squadra ci ha aiutato a tenerci uniti, ad andare avanti. All'inizio ci dicevamo “dai, forza”, ma nessuno ci credeva veramente. Quando abbiamo cominciato a capire che solo così saremmo riusciti a rimanere in piedi abbiamo seguito quella strada. Adesso la cosa bella è che tutto è in discesa. Passato quel periodo di 104 giorni in ospedale e il ritorno a casa, le operazioni e le ferite non potrà accadere niente di peggiore». 
 
Con la malattia la tua vita è cambiata, ma c'è stato un momento preciso in cui ti sei resa conto che era tornato tutto normale? 
«C'è stato un momento preciso! Io ho un fratello più grande e una sorella più piccola. Ovviamente ci sono sempre state delle lotte tra di noi, picchiarsi era la quotidianità... Ma quando sono stata male e avevo le ferite aperte, non potevano picchiarmi... Poi un giorno, all’improvviso, abbiamo ricominciato a prenderci a pugni: lì ho capito che era tornato tutto normale e che si stava bene di nuovo...».
 
Qual è l’arma vincente?
«L'ironia. Prendersi per i fondelli a casa mia è all'ordine del giorno. È questa la cosa bella. Soprattutto per gli altri: quando la gente vede un disabile lo tratta come se fosse di cristallo, invece la nostra ironia aiuta a non trattarmi così. Come quando ti dico “qua la mano” e io stacco il braccio e telo dò! Comincio da me stessa a prendermi in giro! A volte guardano le protesi in modo strano allora io dico: “Tocca, così ti passa”. Oppure a scuola, quando i miei compagni si annoiano, a volte dai banchi dietro mi arriva la voce “Bebe mi passi il braccio?”... e questo mi piace, perché vuol dire che vivono tutto in modo normale».
 
A proposito di disabilità: quanto è difficile nel nostro Paese?
(Ride, mentre beve il succo di pomodoro - ndr) «Ce ne sono tante di barriere architettoniche, ma ho sempre trovato la cosa facile: i disabili sono abituati a incontrare la difficoltà e a superarla. Per un normodotato, invece, qualsiasi cretinata spesso viene presa male».
 
Dalla tua esperienza, hai deciso di dar vita ad una associazione, Art4sport: che cosa fate?
«È una Onlus che ha lo scopo di dare protesi e carrozzine ai ragazzi amputati per permettere loro di fare sport. Perché lo Stato non passa le protesi. E chi non se le può permettere si ritrova ad essere ulteriormente isolato, perché non può integrarsi con nessuno. Io sono fortunata perché ho degli sponsor che me le pagano. Come avrei fatto, altrimenti, ad avere le protesi di tutti i giorni, quelle per andare in acqua, quelle con le lame per la corsa e quelle con i tacchi? Lo stesso vale per le carrozzine. Quindi è necessario trovare degli sponsor o qualcuno che aiuti questi bambini. Tra l'altro, quando l'amputazione avviene nel periodo della crescita, si dovranno cambiare molte protesi. Io in un anno ho cambiato 24 paia di gambe!».
 
Veniamo, dunque, allo sport: prima della malattia praticavi la scherma. E dopo hai ripreso, raggiungendo dei traguardi altissimi. 
«Per prima cosa è necessario dire, anche se è ovvio, che lo sport serve moltissimo: fare sport fa bene, ma, secondo me, bisogna divertirsi. Deve diventare agonismo solo se questa cosa ti piace molto. Detto questo, la mia passione per la scherma è nata quando avevo 5 anni: è stato un colpo di fulmine. E se mi chiedete perché mi piace tanto, è perché mi sento gasata, determinata, libera, concentrata. Poi, quando sono in pista è un casino spiegare cosa provo, perché è un insieme di emozioni: sento la “pauretta” che diventa adrenalina che diventa agonismo che diventa rabbia e poi felicità... E tutto si concentra in 3 minuti!».
 
Tu sei una che attacca, non a casa il tuo nome di battaglia è piccolo carrarmato biondo.
«Perché sono piccola e se scappo mi prendono! Quando tiro sono aggressiva. Poi io sono sulla carrozzina, sono bloccata e quindi posso solo muovermi con in busto... Ma questo attaccare mi aiuta anche nel quotidiano. È bello far paura all'avversario!».
 
Riti scaramantici prima della gara?
«Anche se non si potrebbe, uso la divisa degli allenamenti, perché quella ufficiale mi porta sfiga. Poi mangio salami Beretta tra un incontro e l'altro. Ho sempre Squaquero, il mio portafortuna, e poi faccio altre cose che non si possono dire, altrimenti aiuto gli avversari!».
 
In questo tuo percorso la fede ha giocato un ruolo?
«All'inizio molto. Quando ti capitano cose di questo genere non sai in cosa sperare. Ora che vado avanti e sto bene, la fede c'è ancora, ma ha perso quei caratteri di disperazione iniziali». 
 
Cosa vuoi fare da grande?
«Finché fare scherma mi piace, vado avanti. Ora ho come obiettivo le Paralimpiadi di Rio 2016. Ma prima c'è la maturità: prenderò il diploma in arti grafiche e comunicazioni, che mi piace moltissimo. A luglio vado a fare uno stage a Sky sport di grafica e montaggio video, perché mi devo creare un’alternativa allo sport. Poi mi piacerebbe entrare nella politica dello sport, per portare avanti dei principi. Vorrei diventare presidente Cip (Comitato Italiano Paralimpico), unendolo al Coni. Fino a poco tempo fa il Cip era sotto il Coni. Ora siamo riusciti a separarli e a metterli uno accanto all'altro. Ma vorrei fare di più, vorrei che fossero considerati sullo stesso livello».                                      



CARRARMATO BIONDO
Bebe Beatrice Vio è nata a Venezia il 4 marzo del 1997. Ha cominciato a praticare la scherma a 5 anni. Nel 2008 ha contratto una meningite acuta, in seguito alla quale le sono stati amputati gli avambracci e le gambe sotto le ginocchia. Divenuta atleta paralimpica di fioretto, da allora ha vinto la Coppa del Mondo 2014, due medaglie d'oro ai Campionati Europei (2014) e altri due ai Mondiali under 17 (2011 e 2014). Con i genitori ha fondato l'associazione benefica art4sport (www.art4sport.org) per sostenere e promuovere lo sport fra disabili.

CURIOSITÀ
Nome di battaglia: piccolo carrarmato biondo.
Famiglia: papà Ruggero, mamma Teresa, fratello Nico e sorella Sole.
Mascotte: pupazzetto Squaquero.



MI HANNO REGALATO UN SOGNO
Nell'aprile del 2015 Bebe Vio ha pubblicato l'autobiografia “Mi hanno regalato un sogno”, edito da Rizzoli, con prefazione di Jovanotti e introduzione di Luca Pancalli. 
Ed ecco cosa scrive Jovanotti: "Che strani i sogni, vero? Non ci sono sogni che valgono per tutti, ma i sognatori invece si assomigliano tutti, anche se vivono condizioni così diverse tra loro hanno questa cosa che li rende come fratelli e sorelle, questo stare in equilibrio precario tra la realtà e quello che la realtà può diventare. Sono dei trasformatori, degli scultori del vento. I sognatori sono lottatori, ma non te lo fanno pesare, hanno un senso del dovere fortissimo, ma non lo impongono a nessuno, è una cosa che si portano dentro mentre espongono il loro sorriso come se fosse un arcobaleno. Non ci riescono proprio a vedere quel bicchiere mezzo vuoto, per loro anche la metà vuota non è vuota, è piena di aria, e l’aria è buona da respirare, e respirare è come bere, fa vivere. (…) Certi giorni vorresti che quel sogno non te lo avessero regalato per niente, poi guardi le tue mani, incroci il tuo sguardo riflesso in qualche specchio e senti di essere unica al mondo e quella tua forza non è per farti dire “Brava Bebe”, “Come sei forte Bebe”, “Come sei coraggiosa, Bebe”, ma è perché tu lo possa dire agli altri, che da te traggono coraggio...”.

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