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“Che sappiano d’essere amati”

200 anni di Don Bosco: educare come missione del cuore

Gio 30 Lug 2015 | di Francesco Buda | Attualità
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16 agosto 1815, per i ragazzi e le famiglie del mondo intero arrivò un dono speciale: Giovanni Melchiorre Bosco, che poi divenne don Bosco, il Santo della gioventù. Umile e operoso gigante della cultura, fondatore della famiglia salesiana. Chi non ha mai sentito parlare dell’oratorio? Una realtà diffusissima, nata dal suo cuore. Il primo lo mise su a Torino, meta di tanti ragazzini in cerca di un tozzo di pane, immersi in miseria, violenza e ingiustizie che trovavano nei capannoni della modernità, dove si lavorava trattati come bestie. Già il suo essere orfano dice qualcosa di molto grosso, che di solito sembra sfuggire: perse il papà a soli due anni, ma ciò non gli impedì di venir su forte e pieno d’amore.

I ‘LUMI’, LA BUIA MISERIA E LA CARITÀ
Era la Torino anticlericale, con mangiapreti tutta ragione e materia, ansiosi di una laicità illuminista contrapposta ai papalini bigotti. Per strada, le ombre dello sfruttamento e della mancanza di rispetto per gli ultimi, i campagnoli, i bifolchi e analfabeti, strappati al contado e sbarcati nella città perbene a caccia di lavoro. Era però anche quella terra di missione in cui camminavano persone meravigliose, squattrinate ma ricche d’amore, sacerdoti di strada, i cosiddetti ‘santi sociali’: oltre a don Bosco, il suo fraterno amico Giuseppe Cafasso, ‘il prete della forca’ per la sua vicinanza a carcerati e condannati a morte; il grandioso Giuseppe Cottolengo, Leonardo Murialdo, precursore delle attuali case famiglia per i ragazzi più poveri e sbandati. E ancora, il beato Francesco Faà di Bruno, uomo di scienza e di fede, vicino soprattutto alle donne e alle ragazze madri, e il beato Pio Bruno Lanteri, molto attivo coi laici per “combattere gli errori correnti con i mezzi più attuali”. Non solo preti. Erano gli anni della grande carità di laici, come i coniugi Carlo Tancredi Falletti e Juliette Colbert, gli ultimi marchesi di Barolo: proprio Juliette, dichiarata venerabile da Papa Francesco a maggio scorso, supportò moltissimo il giovane don Bosco ad aiutare tantissimi ragazzi a rialzarsi dalla polvere esistenziale e morale, contagiandoli con la sua disponibilità fino a coinvolgerli in esperienze formative che dessero un senso alla loro vita. Roba molto concreta, come la prima tipografia con funzione di scuola grafica che aprì a Torino e dove molti ragazzi impararono l’arte di stampare e rilegare i testi. Giovanni aveva conosciuto il senso del lavoro per pagarsi gli studi, il valore del tirar fuori le proprie forze nell’amore, energia altamente pratica. Fu fabbro, sarto, legatore, garzone di bottega e di stalla, cameriere per pagarsi il seminario. Ma la vocazione la trovava ed esprimeva al massimo per strada. Per fare amicizia coi giovani, si destreggiava come giocoliere, prestigiatore e abile saltimbanco con numeri acrobatici.

EDUCARE: CONDURRE VERSO COSA?
Da fare per aiutare chi soffriva ce n’era. Allora come oggi. Ma con quale spirito? Quello di don Bosco, pur attento alla ragione, allo studio, al lavoro - strumenti per coltivare la dignità della persona - ha un fondamento: l’amorevolezza. «I giovani non siano solo amati, ma che essi conoscano di essere amati».
In questa sua illuminazione, che sentì in sogno e che viveva da sveglio, sta forse la più potente chiave che apriva i cuori e l’impegno dei suoi giovani. Educare, cioè guidare, condurre: è il verbo probabilmente più usato in riferimento a don Bosco. Ma condurre verso cosa? Verso lo studio e un buon posto di lavoro e basta? Oppure sulle vette del successo professional-monetario, alla carriera? Oppure verso i convincimenti e saperi, ai piedi della propria cattedra? Il sacerdote piemontese voleva condurre all’amore, esattamente là da dove partiva lui. E non un amore solo umano, ma l’Amore, quello più grande fonte del Bene, quello trascendente. Senza idealismi, ma entrando nella storia, quella della prima Rivoluzione industriale che gli mostrò l’abbrutimento dei ragazzini, la perdita dell’identità dei giovani tra le strade della Torino delle fabbriche e dello sfruttamento.

“EDUCARE È COSA DI CUORE”
Era l’epoca in cui emergeva il pensiero liberale, il razionalismo. Le autorità erano tutte prese dall’organizzare strutture di governo (e di potere), l’industria galoppava e la scienza, con tante cose buone, assurgeva per molti a nuovo dogma. Don Bosco, considerato folle all’inizio quando espose i suoi progetti, sapeva bene l’importanza del raziocinio. «Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione e l’amorevolezza», diceva egli stesso del suo ‘metodo preventivo’. «Ma ricordatevi - diceva - che l’educazione è cosa di cuore e che Dio solo ne è il padrone. In ogni giovane, anche il più disgraziato c’è un punto accessibile al bene; dovere primo dell’educatore è cercare questo punto, questa corda sensibile e trarne profitto». Di solito però cosa succede? Nella storia nostra personale, nei nostri bimbi e giovani si è cercato quel ‘punto’ che aspetta e desidera il bene? Al catechismo, all’asilo, a scuola, tra i parenti, a lavoro è stato cercato, riconosciuto, amato quel ‘punto’?».

Non bastano impegno e dedizione.
«L’educazione è cosa di cuore: tutto il lavoro parte da qui e, se il cuore non c’è, il lavoro è difficile e l’esito è incerto». A pochi anni dalla rivoluzione francese e nel pieno di quella industriale, un’altra perla rivoluzionaria, che non passa coi regimi o con le tecnologie: senz’amore non si può educare né ‘insegnare’ la fede. Ecco allora l’importanza del gioco all’aperto, della gioia, della libertà. Ben presto fondò la ‘Società dell’Allegria’, quando magari ci si arrovellava nella contrapposizione tra austera dottrina schematica nelle parrocchie e i rigidi, impettiti devoti del razionalismo.
Certo, don Bosco tirò via dal baratro molti ragazzi coi suoi laboratori artigianali. Ma partecipava davvero alla loro vita, stava dalla loro parte. «Bisogna trovarsi con loro, prendere parte ai loro giochi», raccomandava ai salesiani. «Gli educatori amino ciò che piace ai giovani e i giovani ameranno ciò che piace agli educatori». Che non è certo una ambigua e debole accondiscendenza o la ‘sindrome’ della mamma ‘amica-di-mia-figlia’...
«La prima felicità per un fanciullo è di sapersi amato», diceva. Invece, quante volte ci si lamenta a vanvera: “E perché i giovani d’oggi sono così... e perché ai miei tempi cosà... e non ubbidisce... e vuol fare di testa sua... e va male a scuola... e non gli ho fatto mancare niente però... “. Uffa. «Chi sa di essere amato, ama. E chi è amato, ottiene tutto. Specialmente dai giovani». Parola di un ragazzo dell’800.

 



Il ministro di Dio e il Ministro statale

Don Bosco definì il proprio stile educativo ‘metodo preventivo’. Nel 1854 così lo spiegò al ministro piemontese della Giustizia e dell’Interno Urbano Rattazzi: «Vostra eccellenza non ignora che vi sono due sistemi di educazione, uno chiamato sistema repressivo, l’altro preventivo. Il primo si prefigge di educare l’allievo con la forza, col reprimerlo e punirlo quando ha violato la legge. Il sistema preventivo invece cerca di educarlo con la dolcezza e perciò lo aiuta soavemente a osservare la legge medesima, gliene somministra i mezzi più adatti ed efficaci allo scopo. È questo appunto il sistema in vigore da noi». Le popolazioni del Bel Paese poco dopo sperimentarono l’altro sistema, quello repressivo, per mano di politici, soldati e poliziotti del nuovo Stato unitario, come qualche decennio prima con il ‘liberatore’ Napoleone.

 



Inconscio e missione: una vocazione da dentro

La sua missione Giovanni Bosco raccontò di averla presagita a 9 anni in un sogno, che non comprese subito: «Una moltitudine di fanciulli che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giuocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato in mezzo di loro, adoperando pugni e parole per farli tacere. In quel momento apparve un uomo venerando... La sua faccia era così luminosa che io non potevo rimirarla. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli, aggiungendo queste parole: ‘Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici’». 60 anni dopo, sognò i princìpi fondanti del suo carisma. Glieli spiegarono due ragazzi del suo primo  oratorio: «I giovani non siano solo amati, ma che essi conoscano di essere amati» e «amati in quelle cose che loro piacciono col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparano a vedere l’amore in quelle cose che naturalmente a loro piacciono poco, quali sono la disciplina, lo studio ecc.; e queste cose imparano a fare con slancio e amore». L’inconscio gli parlò, egli fu fedele all’amore che sentiva, anche se non ‘capiva’. E il ‘sogno’ divenne realtà.


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