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Era soltanto un giovane ragazzo

A 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, ci illuminano le parole del poeta Ungaretti

Gio 30 Lug 2015 | di Giacomo Meingati | Attualità
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Era soltanto un giovane ragazzo.
E aveva gli occhi troppo belli.
Troppo belli per non cercare i battiti del cuore della vita lungo le rive dell’Isonzo e così fuggire dalla morte che lo circondava. 

Era soltanto un giovane ragazzo, andato in guerra forse per errore.
Convinto dai suoi amici poeti, intellettuali, artisti delle varie avanguardie che conosceva, che quella del 1915 sarebbe stata “l’ultima delle guerre”, “la guerra per liberare l’uomo dalla sua mediocrità e dal bisogno della guerra stesso”.

E così, sulle ali della gioventù, il giovane ragazzo era partito, soldato.

L’entusiasmo durò molto poco in lui e fu spezzato in una notte. Il giovane ragazzo soldato si sdraiò vicino al corpo di un suo amico e, quando gli mise una mano sulla spalla per cercare forse conforto in quelle notti fredde, lo vide morto col volto sfigurato.

«Scrissi lettere piene d’amore», dirà. Toccò, nel volto d’un amico morto, il valore della vita e dell’amore.

Il giovane ragazzo fu soldato nella prima guerra talmente grande da essere chiamata “mondiale”, guerra che gli insegnò il profondo valore della fratellanza proprio davanti all’orrore.
Fu, infatti, in un’altra di quelle notti che la paura venne a bussare al suo cuore. Una paura ancestrale, forte, primitiva. Paura di morire, paura di essere ucciso, paura di non tornare a casa. Allora vide altri soldati che camminavano in quella stessa notte: «Di che regimento siete, fratelli!?», gridò gettando quella parola nella notte. Fratelli.

Capì che proprio davanti al più grande dei mali, l’uomo manifestava con forza il senso più profondo della sua esistenza: l’Amore. Ribellione estrema della dignità umana al suo stato reale di sofferenza, di angoscia, di paura.

Il giovane ragazzo partito soldato aveva gli occhi troppo belli perché non ricercassero la vita, immersi com’erano nella guerra.

Fu così che una mattina si sdraiò lungo il fiume Isonzo, aggrappato a un albero mutilato. Lasciò che le sue acque lo levigassero, come un sasso, e portassero via la terra e forse il sangue dai suoi abiti di soldato.
Il giovane ragazzo si sentì unito e in armonia con l’Universo ed, osservando lo scorrere di quel fiume, si ricordò di quella che era stata la sua vita fino a quel momento. Che strano, c’era sempre stato un fiume.
Fu allora, dicono, che capì quale sarebbe stato il suo dono.
Fu allora che capì che, se mai fosse tornato dal fronte sano e salvo, lui sarebbe stato per tutti i suoi amici e per tutti noi ciò che l’Isonzo era stato per lui in quel momento: uno specchio. Avrebbe scritto in semplici parole quanto il suo cuore aveva vissuto e viveva in guerra: lo avrebbe condiviso, lo avrebbe donato. Avrebbe dato la possibilità a tutte le persone di seguirlo e di vivere quello che aveva vissuto, di vedere quello che aveva visto, di stare dove lui era stato.

Per essere quel tuono nella notte che facesse vedere a tutti che cosa è la guerra. Che cosa è la vita, che cosa è la paura, l’angoscia, la speranza: che cosa è la Vita d’un uomo.

Il giovane ragazzo si lasciò andare a ricevere il Sole di quel primo mattino.
Quel sole che avrebbe reso verso e che ci avrebbe donato carico di tutta l’esperienza della sua vita di uomo.

Scusate, scusate, scusatemi davvero cari lettori.
Il verso di quel ragazzo mi commuove e mi insegna tante cose ed è per questo che poi mi metto a urlarle in modo così disordinato, mi scuso.

È che a 100 anni da quel 1915, da quella guerra sento il bisogno che ci ricordiamo di quel Sole, che ci sdraiamo ancora a riceverlo: quel Sole che ci ha donato.

Ora che, 100 anni dopo, minacce di guerra stanno serpeggiando sempre di più nella nostra società e che la nostra bella Italia è stata imbrattata di fango e soffre molto per cercare di riprendersi da tante sofferenze, io sento il bisogno di raccontargli il suo Sole. Il Sole più bello e luminoso di tutti.

Il Sole che gli hanno donato, che ci hanno donato, i suoi figli più belli: tutti quei giovani ragazzi che hanno colto che nel più profondo Inferno delle nostre vite vi è l’occasione di esistere.

Nella paura vi è l’occasione di gridare il nostro coraggio.
Nella povertà di esprimere ogni nostra grande ricchezza.
Nella morte di affermare la nostra unica vita.
Nelle tenebre di tuonare con forza che vi è sempre una luce più grande del buio.

E quella luce, sei tu.


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