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La montagna madre

Majella, montagna sacra: eremi, wilderness e biodiversità

Gio 30 Lug 2015 | di Claudia Bruno | Bella Italia
Foto di 22

Ci sono luoghi di cui custodiamo una memoria ancora prima d’averli incontrati. Sono i luoghi che chiameremo “casa”, quelli verso cui stiamo andando, quelli dove, prima o poi, arriveremo. La Majella per chi arriva è soprattutto questo: paesaggio dell’anima, voce sottile, invito a stare. Montagna madre, così la chiamano gli abitanti dei paesi situati ai piedi dei suoi rilievi. Montagna sacra, così la definirono le genti più antiche, che ne popolarono grotte e fenditure. A differenza della maggior parte dei massicci montuosi del nostro paese, questa viene considerata una montagna femminile, non solo per il nome, ma anche per le sembianze tondeggianti, morbide, per la sua imponenza fatta di curve e valloni, per le pendenze accessibili. Lo sguardo limpido di chi ci abita riflette una montagna che è presenza viva, entità animata. Così, vi racconteranno di Maja, gigantesca e bellissima dea guerriera arrivata dalla Frigia insieme ad altre compagne, le majellane, a cercare rifugio ed erbe medicinali per il figlio, rimasto ferito in battaglia, che morì poco dopo. E vi diranno che la Majella, che da questa leggenda probabilmente prende il nome, è un corpo di donna impietrito dal dolore, un tempio vivente scalfito dai millenni. Terra di eremi, pellegrinaggi, pastorizia, ricca di sorgenti, abitata fin dalla preistoria, la Majella vi apparirà come un massiccio calcareo compatto, il secondo dell’Appennino dopo il Gran Sasso, con cime che superano i 2500 metri. Situato nella parte sud-orientale dell’Abruzzo e distante dal mare solo poche decine di chilometri, il Parco Nazionale della Majella, che corrisponde al complesso montuoso, interseca le province di Pescara, L’Aquila e Chieti, un’area che si estende per oltre 70mila ettari nell’entroterra della regione abruzzese e che include 39 Comuni e 6 comunità montane. Si tratta di un territorio molto vasto, una delle zone più ricche di biodiversità a livello nazionale, caratterizzata da una intensa presenza di aree selvagge, rimaste quasi del tutto incontattate. 

CAMMINARE, ESPLORARE, STARE
Non esiste un periodo migliore degli altri per visitare la Majella, perché qui in ogni stagione potrete assistere ad una caleidoscopica metamorfosi di microcosmi e macrocosmi. La varietà delle specie presenti e la mutevolezza dei paesaggi fanno di questa montagna un universo delle meraviglie. La Majella è soprattutto un luogo dove tornare. Se d’autunno godrete dell’arrossamento delle faggete lungo i versanti boscosi, del giallo intenso degli aceri dei boschi più antichi, come quello di Sant’Antonio, vicino Pescocostanzo, l’inverno sarà occasione per lasciarvi sorprendere dal bianco sconfinato delle valli e dei pascoli, farvi accogliere dalla disarmante bellezza di borghi di pietra singolari come Pacentro. Una volta che il ghiaccio e la neve si saranno disciolti, i sentieri torneranno praticabili, i boschi amici. E inizierà lo spettacolo delle fioriture. Camminare, esplorare, stare. Queste le parole chiave per viversi al meglio la varietà di ambienti presenti nel territorio della Majella. Non necessariamente, quindi, la montagna come sfida e scalata di vette e punte. Ma prima di tutto un’esperienza che coinvolge i sensi, la relazione con il mondo materiale e fisico. Se sul versante occidentale troverete suoli più omogenei, ad Est v’imbatterete in profondi e maestosi valloni, canyon impraticabili scavati dall’acqua nel corso dei millenni (il vallone di Santo Spirito, il vallone di Femmina Morta, quello di Taranta Peligna, tra i più noti). Tra le grotte, quella del Cavallone, che, oltre ad essere molto suggestiva, è famosa perché è qui che Gabriele D’Annunzio ambientò “La figlia di Jorio”. Porrara, Morrone, Amaro, Pizzalto, Rotella, Mileto, questi solo alcuni dei nomi delle cime più praticate del parco. E se ad alta quota vi sembrerà di essere arrivati sulla luna, scendendo fino ai 1250 metri, davanti alla trasformazione dei “quarti” nel corso dei mesi resterete sbalorditi. In questi altipiani carsici - antichi laghi ormai prosciugati - dopo l’inverno le lande innevate lasciano il posto a campi allagati che ospitano specie tipiche degli ecosistemi lacustri e paludosi. È il caso di Quarto Santa Chiara, Quarto del Barone, Quarto Grande, che insieme ad altri formano un vero e proprio sistema lacustre temporaneo, nella zona sud del Parco, un’area circondata da boschi e rilievi e attraversata da una storica linea ferroviaria (la Sulmona-Carpinone), attualmente riattivata per fini turistici e paesaggistici; regione di transito per orsi, lupi e uccelli migratori, in primavera coinvolta da splendide fioriture di narcisi. Per gli amanti di boschi e foreste, imperdibile il già citato Bosco di Sant’Antonio, vero monumento naturale situato a pochi chilometri da Pescocostanzo, con faggi secolari, aceri, tassi, cerri e ciliegi antichissimi. E poi l’incantevole faggeta di Lama Bianca, con un sentiero accessibile ai disabili che conduce fino al cuore della foresta. Diversi i sentieri che partono da Caramanico Terme, centro noto per i suoi stabilimenti termali, da Campo di Giove e dalla piccola stazione di Palena. Tra i luoghi più suggestivi, Piana Grande, che ad alta quota sovrasta la Valle dell’Orfento. E poi Decontra, antica e piccolissima contrada abitata da famiglie di pastori contadini e rimasta quasi intatta nel tempo. Tra i borghi più affascinanti e ricchi di storia, Pacentro, Pescocostanzo, Abbateggio, Roccacaramanico, Fara S.Martino. E ancora Sulmona, città dei confetti, ma anche sito di tradizioni musicali e religiose, come la rappresentazione della Madonna che Scappa, che si svolge in piazza la domenica di Pasqua, una delle più sorprendenti insieme alla corsa degli Zingari, una competizione tra giovani a piedi nudi, che ogni 8 settembre si tiene a Pacentro in occasione dei festeggiamenti per la Madonna di Loreto. Meta di pellegrinaggi sacri e nascondiglio per banditi e briganti, la Majella è terra mistica e piena di rifugi. Alcuni abbandonati, come i Tholos, capanne in pietra a secco utilizzate dai pastori durante la transumanza (ne restano di grandi dimensioni soprattutto lungo la Valle Giumentina). Altri più recenti o ricavati da vecchi capanni pastorali ristrutturati per gli alpinisti. Altri ancora, nati nel Paleolitico all’interno di fenditure naturali scavate nella roccia e trasformati in eremi durante il Cristianesimo. Qui, gli studiosi hanno riscontrato la più alta concentrazione di eremi in Europa, molti di questi sono stati realizzati per volontà di Pietro da Morrone, meglio conosciuto come Papa Celestino V. Si tratta di luoghi di culto o rifugio spirituale incastonati in lastroni di roccia, spesso a strapiombo sul vuoto. Tra i più surreali: Santo Spirito, San Bartolomeo, Sant’Onofrio, San Giovanni all’Orfento. Insomma, le vie da percorrere sono davvero tante. E dalla fine del 2014 l’Ente Parco ha messo a disposizione un’app gratuita per smartphone dedicata agli itinerari in Majella (www.parcomajella.it), con la segnalazione dei tempi di percorrenza, delle difficoltà e dei mesi migliori per intraprendere passeggiate e percorsi.

ORFENTO, LA VALLE INCANTATA
Una delle escursioni imperdibili è quella che conduce alla Valle dell’Orfento, un canyon scavato dall’omonimo fiume, con diversi ponti, cascate, pozze d’acqua cristallina, che ospita una vegetazione fitta e una varietà di farfalle, rane e libellule. Qui, vi sembrerà di trovarvi nel mondo delle fate. Per intraprendere il percorso, da Caramanico raggiungerete la frazione di Santa Croce, dove inizia il sentiero che porta in fondo alla valle e poi costeggia il corso d’acqua. Questa è una delle prime riserve naturali istituite in Abruzzo, dov’è presente anche la lontra, chiamata “signora del fiume”, specie rarissima ormai in Italia. Se ne contano pochissimi esemplari lungo l’Orta di cui l’Orfento è affluente. Per questo a Caramanico è stato istituito un centro di riproduzione. 

CROCEVIA DI BIODIVERSITÀ
La storia geologica e climatica della Majella ha fatto sì che questa montagna diventasse crocevia cosmopolita di specie vegetali e animali provenienti da regioni differenti del pianeta e migrate qui durante le glaciazioni. Oltre 2.100, le specie vegetali censite, circa un terzo dell’intera flora italiana. Oltre 140, quelle endemiche, quindi esclusive dell’area, concentrate soprattutto ad alta quota. Diversi i progetti di conservazione dei semi e monitoraggio attivi sul territorio (la Banca del Germoplasma della Majella e cinque siti d’interesse comunitario inclusi nella rete Natura 2000). Se le aree boschive collinari si compongono prevalentemente di aceri, carpini, roverelle, salendo di quota troviamo fitte faggete e foreste di felci, e ancora più in alto boscaglie di pino mugo e arbusti di ginepro, timo e licheni, caprifogli e sorbi. La grande varietà di vegetazione, anche endogena, presente su questi rilievi in primavera, dà vita a meravigliose fioriture. Tra queste, stelle alpine e orchidee selvatiche e l’arbusto del maggiociondolo, che proprio in maggio fiorisce di giallo, specie tipica di quella che è considerata la montagna dei fiori per antonomasia. Fino ai primi del Novecento era diffusa anche la coltivazione del lino, che tingeva i campi di celeste con i suoi fiori delicati e veniva poi filato e tessuto dalle donne per realizzare tessuti, tovaglie, lenzuola, pannolini.
Quest’area è nota anche per la presenza di una ricca flora officinale: sono circa 100-150 le specie di piante che interessano il mercato erboristico, cosmetico, farmaceutico, alimentare e liquoristico, ma l’elenco di quelle utilizzate dalla medicina popolare è assai più vasto. Anche le specie animali presenti in quest’area sono sintomo di un alto tasso di biodiversità. Resiste l’Orso bruno marsicano, con una popolazione stimata di 15-20 individui, e il lupo appenninico, di cui la Majella può essere considerata vera roccaforte, diventato simbolo del parco e presente in gruppi piccoli, ma in buono stato. Non a caso il rifugio di Passo San Leonardo è stato dimora per cercatori di lupi ed etologi, come Luigi Boitani ed Erik Zimen, negli anni ‘70. Gli incontri che si possono fare nel parco sono davvero tanti, dalla salamandra pezzata alla salamandrina dagli occhiali, a numerose specie anche rare di uccelli. È possibile avvistare volpi, martore, gatti selvatici, e ad alta quota anche piccoli gruppi di cervi e caprioli. In generale, basterà restare in silenzio, e spalancare occhi, orecchie e narici per lasciare accadere gli incontri con un universo infinito di creature vive.                             



DISCANTO, SEMI DI TRADIZIONI MUSICALI
Canti tradizionali abruzzesi e del meridione, canzoni d'autore in dialetto abruzzese, musica etnica di diversa provenienza. La piccola orchestra Discanto (www.discanto.org) guidata da Michele Avolio, di Sulmona, da oltre trent’anni cantore e custode della tradizione popolare abruzzese, è una preziosa banca per la conservazione della cultura musicale locale. Il gruppo, che ha affrontato diverse tournée sul territorio nazionale e anche all’estero, ricerca e ripropone brani in una originale forma, che fonde arie, testi ed espressioni della tradizione orale con le sonorità di strumenti quali chitarra, bouzouki, mandola, violino, violoncello, fisarmonica, percussioni, clarinetti, zampogna. Michele Avolio è anche ideatore e coordinatore di LiberaVoce, un laboratorio itinerante per il canto popolare aperto a tutti, che coinvolge ad oggi una quarantina di partecipanti tra Pescara e L'Aquila. 
                        

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