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Salma Hayek: dalla parte delle donne

Salma Hayek combatte a fianco dei più deboli, si schiera a favore delle minoranze, fa sentire la propria voce a Hollywood: moglie e mamma devota, l’artista messicana svela un lato inedito di sé

Gio 30 Lug 2015 | di Giulia Imperiale | Interviste Esclusive
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Poche donne illuminano una stanza un attimo dopo aver fatto il loro ingresso in sala. Salma Hayek è una di loro: a dispetto della corporatura minuta, ti guarda ed emana un carisma capace di spiazzare all’istante. È una che va dritta al punto, non perde tempo con giochi di parole e reticenze: magnetica, intelligente, spiritosa, possiede un fascino di testa e di cuore oltre che una bellezza mozzafiato. Lei lo sa bene, eppure non si pone su un piedistallo come molte colleghe a Hollywood. Forse perché all’ambiente dello showbusiness è arrivata con fatica, superando pregiudizi e lavorando il doppio.
Al cinema “litiga” con Jessica Alba per conquistare l’ex 007 Pierce Brosnan nella commedia “Il fidanzato di mia sorella”, nella realtà, moglie e mamma felice, ha capito cosa sia la felicità e se la tiene stretta, lontana dai riflettori.

La famiglia, ha detto di recente, viene sempre al primo posto. Come la protegge dalle ingerenze del mondo dello spettacolo?
«Proteggo la mia famiglia in molti modi, dedicandole il tempo necessario, per restare insieme, uniti, in salute e legati più che mai. Mia figlia è vivace e obbediente e cresce in modo stabile: per me conta questo, non le apparizioni pubbliche».

Lei sceglie spesso ruoli che lanciano messaggi e da quando è diventata mamma ha scelto vari film d’animazione, come “Il gatto con gli stivali”. Perché?
«Un cartone può insegnare tanto: questa favola moderna insegna l’importanza della fratellanza per gli esseri umani, capace di scongiurare divisioni e conflitti».

Nel doppiaggio il corpo scompare e resta solo la voce. Le dispiace rinunciare alla presenza scenica?
«Con la Dreamworks non hai bisogno del make up ed è liberatorio, divertente almeno come avere l’ultima parola su Antonio Banderas! (Ride - ndr)».

Anche lei ha un carattere graffiante?

«No, al massimo ogni mattina prima di andare al doppiaggio invece della doccia mi davo una leccatina, per entrare nel personaggio. Scherzi a parte, ammiro le doti da danzatrice della gattina Kitty e la sua capacità di lanciarsi in mezzo al traffico senza farsi un graffio».

Le sembra una bella metafora sulla femminilità?

«Assolutamente: per molto tempo la società ha tolto alle donne gli artigli, ma ora li abbiamo ritrovati, a prescindere di possederli o meno per carattere. Molte volte io stessa sul set mi sono sentita dire: “Stai zitta, pensa ad essere carina”. Invece nel progetto di questo cartone mi sono sempre sentita coinvolta, non solo perché sono stata libera di improvvisare, ma perché ho portato il mio apporto creativo alla storia».

C’è un altro progetto in cui si è sentita altrettanto motivata?
«“Le belve” di Oliver Stone, un’altra metafora della società moderna. I tempi sono duri, ma dobbiamo fare di tutto per cambiare, liberandoci dagli egoismi e pensando al bene della comunità, altrimenti diventiamo tutti belve per sopravvivere».

Per quel ruolo diventa un boss della droga: può una donna gestire un traffico del genere?
«Molte donne sono coinvolte nei cartelli e io ne ho conosciute alcune dal vivo. Mi hanno detto che non riguarda l’ego, è solo una questione di affari. Una di loro era talmente furba che è scomparsa con i soldi del cartello e quando il marito è uscito di galera è stato “misteriosamente” ucciso».

Si è divertita a fare la bad girl?
«Entrare nella pelle di una donna del genere, esplorarne il lato oscuro, è stato una sfida incredibile, perché non solo Elena ha un’indole opposta alla mia, ma è diversa con chiunque la circondi: gentile con la figlia, capricciosa con le cameriere e spietata con il cartello. Ogni relazione era costruita, ogni attenzione artefatta, in fondo ho trovato solo tanta solitudine». 

Elena ha un fascino letale. Quando, invece, lei si sente sexy?
«Mio marito mi fa sentire così ogni giorno».

Con quale collega si metterebbe in affari perché si è trovata bene sul set?
«Blake Lively: scherziamo sempre dicendo che lei vorrebbe aprire un ristorante con me, ma purché le lasci disegnare il menù, realizzare i piatti e organizzare gli spazi della cucina! (Ride - ndr)».

Lei sembra avere tutto. Riesce ancora a godersi le piccole gioie della vita?
«Sì! Come in Italia: il vostro cibo italiano è irresistibile e io non so dire di no al gelato».                 

 



ATTRICE, PRODUTTRICE E REGISTA
Salma Hayek, classe ’66, è una delle artiste messicane più amate. Candidata all’Oscar per “Frida”, è anche regista e produttrice, oltre che testimonial dei gioielli Pomellato, uno dei marchi che appartiene al marito, il milionario francese François-Henri Pinault da cui ha avuto una bimba, Valentina, di 8 anni. È anche nota per l’impegno umanitario per UNICEF e per associazioni a tutela delle donne e dei diritti degli immigrati. Ha collezionato ruoli eclettici, da “Dogma” a “Traffic”, ma è rimasta folgorata da Oliver Stone per cui si è trasformata in un boss della droga in “Le belve” con John Travolta, attualmente disponibile in versione home video Universal.  Ha doppiato vari cartoni animati, ma resta particolarmente legata al ruolo di Kitty, coprotagonista de “Il gatto con gli stivali”, a cui presta la voce Antonio Banderas, suo amico storico e collega dal 1993 in “Desperado”. Dopo il film di Matteo Garrone, “Il racconto dei racconti”, dal 22 è tornata al cinema con la commedia “Il fidanzato di mia sorella”, accanto a Pierce Brosnan e Jessica Alba.  
 



IL MARITO DI SALMA
All'ottavo posto tra gli uomini più ricchi di Francia si trova il marito di Salma Hayek, François-Henri Pinault, erede di un impero. Numero uno di Kering, una holding multinazionale francese fondata da François Pinault, che oggi comprende un gruppo mondiale di marchi (divisione lusso, divisione sport & Lifestyle e retail) distribuiti in 120 paesi, controlla tra gli altri Gucci, Puma, Yves Saint Laurent, Balenciaga e Alexander McQueen.


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