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Ritorno alla natura

Da qualche anno circola una teoria secondo cui i bimbi di città soffrono di una sindrome di deficit di natura

Gio 27 Ago 2015 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli
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In vacanza al mare con mia cugina e le rispettive famiglie, con un po’ di tempo a disposizione, abbiamo cercato di comprare più frutta e verdura possibile, cercando una fattoria che la vendesse direttamente al pubblico. La frutta estiva è tra i miei cibi preferiti, anche se sono sempre stata pigra quando si trattava dei tipi che richiedono di togliere la buccia. Abbiamo trovato un’azienda che vendeva i propri prodotti in una bancarella allestita e abbiamo fatto scorta. I nostri bambini più piccoli guardavano le coltivazioni con particolare curiosità e ronzavano vicino alla recinzione che separava l’area vendita dai campi; ogni tanto io e mia cugina li richiamavamo per evitare che si addentrassero nei campi. Ma la signora che ci stava vendendo la frutta ha detto loro di entrare nel campo a cogliere qualche fragola. I bambini si sono addentrati nel campo. Ma dopo qualche istante la signora ne ha dovuto correggere la rotta: i piccoli si erano incamminati in un campo di cavoli. “Sono bambini di città, non conoscono le piante”, ci siamo giustificate io e mia cugina.
Tornando a casa mi è venuta in mente la visita a una fattoria didattica aperta da una persona che conoscevo. Quel giorno era in visita un gruppo di scolari di un istituto anglosassone che ha sede in Italia. I piccoli marciavano in silenzio, controllati a vista dalle severe maestre, rigidissimi nelle loro divise scolastiche nonostante fossero in mezzo alla polvere, ai campi e agli animali da cortile. A un certo punto però si sono sciolti: è successo quando la guida li ha invitati a togliersi le scarpe e a calpestare l’uva, come si usava in un passato ormai scomparso per ottenerne il mosto e fare il vino. è stato come se, togliendosi le scarpe, fosse saltato un tappo: i bambini hanno cominciato a vociare, com’era naturale fare in un ambiente simile, dimenticando la disciplina ferrea della loro scuola per bimbi perfetti. Il volume delle voci che aumentava progressivamente, le risate, le maestre spiazzate da quel piccolo gesto di libertà: potere della natura.
Da qualche anno circola una teoria secondo cui molti bimbi di città sarebbero vittime di una sindrome da deficit di natura, un vero e proprio disturbo del comportamento, secondo lo studioso americano che ha rilevato il fenomeno, Richard Louv, esperto di psicoterapia, fondatore del Children and Nature Network ed editorialista del New York Times. Sostiene Louv che la sindrome si ripercuote sui bambini, provocando in alcuni iperattività, difficoltà di concentrazione, disturbi dell’umore, ansia, insicurezza. Secondo uno studio della Cia, Conferederazione italiana agricoltori, metà dei bimbi italiani, tra i 4 e i 7 anni, non ha mai visto una fattoria, anche se le molte iniziative di conoscenza dell’agricoltura, della campagna, degli animali dedicato ai bambini stanno invertendo la tendenza: secondo un sondaggio del 2003, il 30% dei bambini sostenevano che polli e tacchini avessero 4 zampe, ma oggi la percentuale di chi commette un errore così grossolano sarebbe decisamente minore. Se la conoscenza degli animali migliora, siamo messi ancora male per quel che riguarda agricoltura e alimentazione: circa il 47% dei bambini italiani tra i 6 e i 10 anni non sa da dove viene lo zucchero, il 74% non sa da dove viene il cotone, mentre il 26% pensa che cresca sulle pecore. Il 30% del campione non è in grado di citare nemmeno un prodotto derivato dal girasole e il 41% pensa che i tuberi crescano sugli alberi.
Francamente, fatico ad accettare la teoria della sindrome da deficit di natura, anche perché mi pare che la definizione faccia parte della tendenza americana a dare un nome e incasellare in una fattispecie medica ogni comportamento dei bambini. Il risultato, infatti, è la tendenza a usare su di loro farmaci per disturbi comportamentali...
In ogni caso, la conoscenza della natura è una memoria bella e interessante per i nostri figli. E poi chi vi dice che non possano interessarsi anche all’agricoltura come lavoro, che non possano trasformarla in una scelta di vita? Non c’è bisogno di un medico che prescrive una gita in campagna e una visita a una fattoria. Basta volerlo fare. Farà bene anche a noi mamme.


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