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Francesco Viviano: Io, killer mancato

Dai quartieri malfamati di Palermo al giornalismo d’inchiesta

Gio 27 Ago 2015 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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L’ho incontrato qualche mese fa in Sicilia per un servizio di cronaca nera: serio, irremovibile, con la sua sigaretta accesa e quella urgenza di dire sempre ciò che pensa, senza maschere, senza accomodamenti, con una nettezza rara. Quando poi ho conosciuto la sua storia, grazie al libro “Io, killer mancato”, ho visto in lui, nelle sue parole, nel suo approccio al giornalismo, il ragazzo di ieri che ha dovuto imparare a sopravvivere alla strada, che ha dovuto decidere da che parte stare, l'uomo che non ha voluto vendicare la morte del padre per interrompere una inutile catena di sangue.
«Io sono nato nel 1949 a Ballarò – racconta  Francesco Viviano, oggi giornalista di Repubblica -, noto quartiere nel centro storico di Palermo. Mio padre era un muratore, un ladro, che a 22 anni è stato ucciso. Io non l'ho mai conosciuto: avevo 13 mesi quando è morto. Mia madre aveva 19 anni ed era povera e analfabeta».

Come vivevate?
«Vivevamo in un posto che è difficile definire casa: eravamo in 12 in una stanza. La sera era un campo di battaglia. Il bagno e la cucina erano un tutt'uno, separati da una tenda. Quindi c'era l'odore della cucina e l'odore del bagno che si univano. In più non c'era acqua. Potete immaginare... Sono cresciuto in una situazione di svantaggio perché non avevamo parenti benestanti, non avevo un padre, una madre giovane: la mia era una vita segnata. Sarei potuto diventare un ladro o forse qualcosa di più. Allora mia madre, soprattutto per dare un futuro a me, si mise a fare la cameriera. Non era facile: sono cresciuto in questo quartiere di truffatori, rapinatori e per sopravvivere dovevo arrampicarmi sugli specchi. Ma mia madre mi ha fatto studiare e, facendomi studiare, non mi sono mai accorto di essere così povero. Un piatto al giorno lo avevo, le scarpe le avevo, i vestiti anche, nonostante non li comprassimo nei negozi, ma indossassi gli abiti dismessi dai altri giovani della famiglia».

Lei è riuscito a studiare?
«Ho studiato, ho fatto le elementari e poi mi sono iscritto all'Istituto Nautico, perché volevo fare il comandante. Io non sapevo la storia di mio padre, come era stato ammazzato. Mia madre aveva sempre detto che lui faceva il muratore e che era caduto da una impalcatura e quindi era morto in un incidente sul lavoro. Ma un giorno, frequentando il quartiere con mio nonno, che era un malandrino non un mafioso, ho scoperto la verità. Mio nonno, che per me è stato come un padre, quando finiva di lavorare mi portava sempre con lui nelle taverne: lì c'era il vino per lui e un bicchiere di passito, che credo fosse acqua colorata, per me, il figlio della buonanima, così mi chiamavano. Un giorno incontrai uno dei complici di mio padre, che non sapevo era andato a rubare con lui. Lui, pensando che io conoscessi la storia, cominciò, ubriaco, a raccontare tutti i dettagli della morte di mio papà. Come era stato ammazzato, dove e da chi».

Cosa provocò questo episodio?
«Questo fece nascere in me un senso di vendetta, anche se non avevo mai preso sul serio la volontà di vendicarmi. Ma quando ero al terzo anno dell'Istituto Nautico, mia madre mi chiamò e mi disse: “Figlio mio non ti posso più campare, ti devi dare da fare”. Ho dovuto abbandonare gli studi e fare 3000 mestieri, il meccanico, il barista, qualche furtarello... tanto è tutto prescritto quindi lo posso confessare. Mi arrangiavo ed ero molto arrabbiato con il mondo, perché avevo dovuto abbandonare i miei sogni, gli studi. Fu in quel momento che decisi di vendicarmi. Perché, sbagliando, attribuivo la situazione in cui mi trovavo alla morte di mio padre... anche se forse, se mio padre fosse rimasto vivo, avrei fatto il ladro... perché quella era la carriera all'interno del quartiere. Un giorno, allora, mi procurai una pistola illegalmente e iniziai a pedinare l'assassino di mio padre, facendo un po' lo sbirro o il giornalista. La mattina in cui decisi di ucciderlo, mi appostai vicino alla sua abitazione, che poi era vicino al luogo in cui mio padre era stato ammazzato. Ma quella mattina, per fortuna sua e mia, lui uscì di casa con un bambino in braccio, una cosa che non aveva mai fatto. Non so se fosse suo figlio o nipote. Mi misi dietro le sue spalle pronto a sparargli in testa come lui aveva fatto con mio padre che quando fu ucciso non era neanche armato. Stavo per sparare, l'indice sul grilletto. Ma c'era questo bambino che mi guardava. I suoi occhi mi hanno fatto desistere. Come potevo rendere anche quel bambino orfano, come lo ero stato io? Misi via la pistola e me ne andai».

Lei ce l'ha fatta due volte: prima evitando la violenza e poi denunciandola come cronista.
«Non è stato facile, perché il mio quartiere era sempre quello che era. I miei amici avevano i cognomi noti di Palermo. Molti sono morti, molti sono finiti in carcere, molti ammazzati. Io conoscevo questi ragazzi, loro mi stimavano e facevamo delle cose insieme. Un giorno organizzammo una rapina in una gioielleria a Piazza San Domenico alla Vucciria, a Palermo. Ma due giorni prima dissi loro che non avrei partecipato. Loro non dubitavano del mio coraggio e quindi rispettarono la mia decisione. Proprio quel giorno finirono tutti in galera».

Perché non andò?
«Non andai perché quel giorno pensai a mia madre: “Se domani mi accade qualcosa, se mi sparano o mi arrestano, mia madre, che fino ad ora si è sbattuta la schiena per me, si suiciderà”. È stato il pensiero di mia madre che mi ha salvato. Se fossi finito in carcere la mia vita sarebbe stata diversa. E questo libro lo dedico a lei. Anche se non parlavamo tanto, perché lavorava in 2/3 famiglie ed era sempre fuori casa».

Ed è sempre grazie a lei se la sua vita è di nuovo cambiata.
«Mia madre faceva le pulizie negli uffici dell'Ansa. Un giorno ebbero bisogno di un fattorino. Si rivolsero a mia madre, la donna più umile del giornale. Mi conoscevano, mi avevano visto qualche volta. In quel momento io facevo lo stesso lavoro in un negozio di borse. Ero molto arrabbiato per questo. Stavo pulendo i vetri con i giornali e il vetril, quando vedo arrivare mia madre in lacrime. Sono uscito dal negozio e lei mi disse che mi avevano assunto all'Ansa da fattorino. All'inizio compravo le sigarette ai giornalisti, portavo il caffè. Poi mi hanno preso come telescriventista, poi giornalista! Nel 1986 Repubblica, dove lavoravo da due anni, mi volle in esclusiva e così lasciai definitivamente l'Ansa. E da allora sono inviato per Repubblica. Io sono stato fortunato, la mia strada poteva essere un'altra. Ma se vivi in quell'ambiente è chiaro che diventerai come loro. Quando vado nelle scuole e in carcere dico che gli insegnanti hanno una grande responsabilità. I nostri figli trascorrono più tempo a scuola che altrove. Ciò che rimprovero agli insegnanti è che dovrebbero fare in modo che i ragazzi vadano a scuola allegri, divertiti, non terrorizzati».

Come è cambiata la mentalità?
«Sono speranzoso, ho fiducia che le cose possano cambiare e stiano cambiando. Nella nostra mentalità, di noi cresciuti in ambienti particolari, la mafia è nel Dna, anche io quando litigavo avevo quell'atteggiamento, ora non più. Ma le cose stanno cambiando. Ai miei figli se gli rubano il motorino non vanno più dall'uomo del quartiere per il famoso cavallo di ritorno. È una svolta importante. E la mafia non è più quella di una volta. Ci sono delle sacche, alcune resistenze soprattutto nell'agrigentino, ma non è più come una volta...».    

 



LA STORIA DI CHI CE L’HA FATTA

Io, killer mancato (Chiarelettere) è la storia di Francesco Viviano, cresciuto tra i mafiosi e diventato uno dei più importanti inviati italiani. È la storia di un ragazzo che ce l’ha fatta. Che non si arrende ai soldi facili, che non cede alla vendetta. Cameriere, marmista, pellicciaio, muratore, commesso. Poi la svolta, fattorino e telescriventista per l’Ansa, quindi giornalista. Prima all’Ansa, poi a “la Repubblica”. Francesco Viviano ha seguito i principali processi di mafia. Inviato in Iraq e in Afghanistan, è stato insignito di numerosi riconoscimenti e nominato più volte Cronista dell’anno. Con Alessandra Ziniti ha pubblicato “Visti da vicino. Falcone e Borsellino, gli uomini e gli eroi”; “Alfano, biografia non autorizzata”; “I misteri dell’agenda rossa...”.


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