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Scuole digitali

L’analfabetismo digitale crea una popolazione di esclusi: cosa fanno le scuole?

Gio 27 Ago 2015 | di Laura Bruzzaniti | Attualità
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775 milioni di adulti nel mondo non sanno leggere nè scrivere, 67 milioni di bambini non vanno a scuola. Sono queste le statistiche diffuse in occasione della Giornata mondiale per l'alfabetizzazione, indetta dall'UNESCO, che si celebra l'8 settembre di ogni anno dal 1966. Se l'analfabetismo "tradizionale" è ormai quasi scomparso nei paesi sviluppati, si diffonde però un altro tipo di analfabetismo che, come l'incapacità di leggere e scrivere, crea una popolazione di esclusi. Si tratta dell'analfabetismo digitale, l'incapacità di usare internet e le nuove tecnologie. Nella società dell'informazione, chi non sa navigare su internet è un'analfabeta, ha meno opportunità di trovare lavoro, non può informarsi, partecipare allo scambio e alla costruzione del sapere. E il problema non riguarda solo gli anziani. Anche i giovani - nativi digitali - che vivono con smartphone e tablet fisso in mano, non sono sempre in grado di utilizzare questi strumenti in modo critico  e consapevole. Per essere definiti "competenti" a livello digitale, infatti, si deve essere capaci non solo di usare le nuove tecnologie - per il lavoro, lo studio, l'intrattenimento e la comunicazione -, ma anche di usarle in modo sicuro e consapevole.

In Italia tanti gli analfabeti del digitale
La questione ci riguarda da vicino, perché gli analfabeti digitali in Italia sono tanti. Nel 2013 il 34% degli italiani dichiarava di non aver mai usato Internet (dati EUROSTAT) e siamo quintultimi tra gli Stati europei nella classifica delle competenze digitali dei cittadini. Il DESI (Digital Economy and Society Index), l'indice europeo che misura quanto un paese è digitale – costruito su parametri come la diffusione della banda larga, il consumo di film e riviste online, le competenze digitali della popolazione,  delle imprese e dei servizi pubblici -  ci vede venticinquesimi su ventotto, sopra a Grecia, Bulgaria e Romania. Insomma, le nuove tecnologie da noi fanno  fatica a diffondersi e carta e penna ci piacciono più dell'elettronica.

Il digitale si insegna a scuola?
La lotta all'analfabetismo digitale, come quella all'analfabetismo tradizionale, passa anche e soprattutto dalla scuola. Ma quanto sono in grado di insegnare le scuole italiane in fatto di nuove tecnologie? Ne parliamo con Giusy Cannella, ricercatrice dell'INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione Innovazione e Ricerca Educativa).

Partiamo dagli strumenti: quanto sono diffusi internet, tablet e computer nelle scuole italiane?
«Con un progetto iniziato nel 2009 in ogni scuola è stata introdotta una LIM (lavagna interattiva multimediale) e sono stati formati 3 insegnanti. Solo la LIM non basta, ci vuole la connessione a banda larga, ci sono problemi di sicurezza per l'accesso in rete degli studenti e non tutte le scuole sono equipaggiate. Con il programma classi 2.0 e scuole 2.0,  sono stati introdotti pc e tablet in una classe di ogni scuola partecipante (500 scuole) per vedere come cambiava la didattica, inserendo nuovi strumenti. I tablet per esempio sono stati utilizzati per alcune attività di matematica e per l'italiano. Le scuole italiane sono più di 8000, con 600.000 insegnanti, quindi i progetti servono a fare da volano. Sono poi le scuole che devono trovare autonomamente altre attrezzature».

Le scuole però non hanno molte risorse. Quindi, pochi soldi, poca tecnologia in aula?
«La mancanza di fondi è un falso problema. Quello che serve veramente è cambiare la mentalità, l'approccio culturale. Il cambiamento deve partire della testa, dal dirigente. Molti dirigenti "illuminati" hanno trovato risorse per le nuove tecnologie: hanno chiesto finanziamenti alla provincia, partecipato a progetti europei, organizzato raccolte di fondi».

E i libri elettronici?
«Una normativa recente autorizza le scuole ad adottare anche libri digitali. Si tratta più che altro di libri misti, cartacei, ma con alcune attività online. Le maggiori case editrici già li propongono. Ma al momento la legge non consente di sostituire completamente i libri cartacei con libri elettronici». 

Le scuole italiane sono meno digitali di quelle di altri Paesi europei?
«Siamo più o meno allineati agli altri paesi».

Qual è la maggiore difficoltà nell'introduzione delle nuove tecnologie a scuola?

«Il problema non è tanto dotare le scuole di nuovi strumenti, ma cambiare i modelli della didattica. Per esempio, sostituire la tradizionale lezione frontale con la lezione collaborativa, fatta con la collaborzione degli studenti. Se si cambiano i modelli, l'uso di nuove tecnologie diventa una naturale conseguenza. La digitalizzazione delle scuole è un processo lungo, che interessa vari canali e procede a vari livelli di velocità e che comporta il ripensamento della didattica».
Certo, per parlare di scuola digitale non basta una lavagna multimediale in aula o una lezione fatta sul tablet. Le nuove tecnologie hanno modificato profondamente il modo di creare e comunicare il sapere: informazioni condivise, comunità di utenti, crosmedialità. Così sono cambiate anche le strutture mentali degli studenti e anche la scuola deve cambiare per non restare indietro.

 



Le avanguardie educative: SCUOLE CHE GUARDANO AVANTI

Qualche esempio di scuola digitale già c'è. Pochi per la verità, solo 22. Sono gli istituti che hanno aderito al progetto "Avanguardie educative", adottando alcune idee innovative in fatto di didattica. Ma ci danno un'idea di come potrebbe essere la scuola digitale.

 



LA CLASSE CAPOVOLTA

Al Liceo Gioia di Piacenza la lezione si ascolta a casa su podcast o video preparati dagli insegnanti e si usa il tempo in aula per gli approfondimenti. L’idea-base della «flipped classroom» è che la lezione diventa compito a casa e il tempo in aula si usa per attività collaborative, esperienze, dibattiti e laboratori. Basta con il professore che spiega e gli studenti che ascoltano passivamente. I ragazzi vanno a scuola con il computer o il tablet, l'insegnante usa la Lim, assegna il lavoro a casa sul gruppo Facebook della classe.

 



AULE LABORATORIO

All'Istituto superiore Fermi di Mantova non sono i professori a spostarsi ad una classe all'altra, ma i ragazzi. Le aule sono  laboratori  e in ognuna si insegna una materia diversa. Come negli Stati Uniti, ogni insegnante ha un'aula dotata degli strumenti più adatti per quella materia. Si tratta di  aule multimediali, con il collegamento wireless e la LIM.  Alcune aule sono destinate ai gruppi di livello, altra idea europea all’avanguardia: gruppi che riuniscono studenti di diverse classi che, in una determinata materia, sono allo stesso livello di apprendimento. Per ogni materia, per esempio, ci saranno gruppi di potenziamento, di approfondimento o di recupero.

 



LIBRI DI TESTO DIGITALI AUTOPRODOTTI

La legge consente alle scuole di produrre in proprio i manuali di studio. All' Istituto comprensivo di Cadeo e Pontenure (PC) hanno colto l'opportunità e i libri di testo sono digitali e fatti dai docenti. Non solo. Anche gli studenti partecipano alla produzione dei testi. Il progetto è nato per provare nuove pratiche di didattica attiva, che uniscono il testo cartaceo e quello digitale. Per sostenere il progetto si fa uso della banda larga, registro e diario elettronici, un kit formato da ipad personali, 70% di libri cartacei abbinati ad ebook digitali, ebook o risorse digitali autoprodotte dai docenti per alcune materie, come geografia e religione.


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