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Lampedusa: dove spira il vento

Selvaggia, diffidente e di una bellezza struggente

Gio 27 Ago 2015 | di Martina Zanchi | Bella Italia
Foto di 22

Più vicina alle coste della Tunisia che alla Sicilia, Lampedusa è un melting pot di luci, odori e paesaggi. Qui non ha senso distinguere tra italiano e straniero, tra chi arriva e chi se ne va. Per gli abitanti dell'isola – circa 6mila persone su 20 km quadri di superficie – da sempre abituati a ospitare turisti, commercianti stagionali, migranti, tutti sono di passaggio. Quello che resta è il calore penetrante del sole, l'odore del pesce appena cucinato, i paesaggi selvatici, affascinanti per quanto inospitali. Ho scelto di fare un viaggio a Lampedusa, attirata – lo ammetto – dalle immagini trasmesse dai media: volevo sapere se il racconto di un'isola sovraffollata e in perenne emergenza corrispondesse alla realtà. Quello che ho trovato è un'isola selvaggia, diffidente, di struggente bellezza. Ogni lampedusano sa distinguere da dove spira il vento, sanno dargli un nome e capiscono che aria porterà, perciò sono loro stessi a consigliare a chi arriva come muoversi sull'isola. «Metta in congelatore una bottiglia d'acqua, anche due. Non dimentichi mai di portarla con sé», si raccomanda una barista a cui ho raccontato di voler visitare tutte le calette dell'isola. Fermarsi alla Spiaggia dei Conigli – un vero spettacolo della natura – non rende giustizia alla bellezza complessiva di Lampedusa. Ho scoperto che la signora aveva ragione: uno degli aspetti più affascinanti dell'isola è che molte delle spiagge più belle (soprattutto quelle più difficilmente accessibili, come Cala Pulcino, Cala Galera o Cala Calandra) non sono per nulla attrezzate e il percorso per raggiungerle non è alla portata di tutti. Luoghi come la Guitgia, Cala Madonna o Cala Croce sono perfetti per trascorrere una rilassante vacanza in famiglia, ma il vero fascino di Lampedusa si svela a coloro che scelgono di abbandonare un'ottica puramente balneare. In agosto bisogna aspettare le sei di sera, quando il sole lascia un attimo di tregua, per avventurarsi tra i sentieri rocciosi che nascondono spiagge illuminate dal sole del tramonto. Vale la pena uscire dal centro abitato e dirigersi a Nord, dove regna indisturbata una scogliera alta cento metri, guidando sull'unica strada asfaltata che percorre l'intera isola, tra case di pietra, arbusti e qualche albero stanco.

IN SINTONIA CON IL MARE
Poi c'è il porto e qui lo scenario cambia di nuovo. Quello di Lampedusa è un territorio quasi impossibile da coltivare e difficile da vivere, se non in sintonia con il mare e il vento. I pescatori, nelle giornate buone, mostrano orgogliosi ai turisti grossi pesce spada presi a largo, ma da qualche tempo – sensibilizzati dai volontari del centro di recupero per tartarughe Caretta Caretta della stazione marittima – sono anche i primi “operatori” per il salvataggio di questi animali. «Se le pescano di solito poi ce le portano – racconta un giovane volontario del centro – al 90% quando arrivano qui le tartarughe hanno ingerito un amo. A volte hanno anche lesioni più gravi. Noi le curiamo e le rimettiamo in mare non appena sono in grado di badare a se stesse». Dalla zona portuale, a pochi passi, si trova il centro cittadino. Su via Roma – l'unica via commerciale e fulcro turistico della città – si concentrano venditori e artisti, per la maggior parte provenienti dalla Sicilia, che a Lampedusa vengono a fare stagione. «D'estate tutti questi negozi sono chiusi – racconta una donna che sorseggia una granita – d'inverno siamo soli. Noi e quelli che arrivano dal mare».

DOVE SONO I MIGRANTI?
Già, ma dove sono i migranti? «Li vediamo solo quando arrivano al porto – racconta la donna – si vede che sono persone che hanno sofferto. Anche se alcuni sono vestiti bene. Comunque noi non abbiamo mai avuto problemi con loro, non si vedono e non si sentono». In effetti, guardandosi intorno potrebbe sembrare che quello che è stato riportato dai media fosse una colossale bugia. è paradossale, ma a Lampedusa è difficile trovare uno straniero. Eppure nell'aria qualcosa di dissonante si sente, a partire dal forte schieramento di polizia e carabinieri e dai mezzi antisommossa delle forze dell'ordine parcheggiati in centro, tra le auto lasciate con i finestrini aperti e i panni stesi in mezzo alla strada.
Al centro dell'isola, nel mezzo di un paesaggio roccioso e desolato, c'è il centro di prima accoglienza per migranti. Qui le persone (ad inizio agosto erano circa 900) dovrebbero passare non più di 48 ore, per essere poi inviate nei vari centri in giro per l'Italia, ma spesso l'attesa si prolunga per settimane e dal centro non si può uscire. Ma sull'isola l'accoglienza è una tradizione. Così, quando i migranti approdano al porto, trovano ad aspettarli un gruppo di cittadini che, ormai da anni, tentano di aiutarli, fornendo loro informazioni e beni di prima necessità. «A Lampedusa i migranti arrivano da sempre – racconta una signora particolarmente arrabbiata con i giornalisti – questa “emergenza”, come la chiamano loro, non esiste. Rischiamo di perdere il lavoro perché le persone hanno paura e non è giusto...».

QUELLO CHE LA TV NON SA RACCONTARE
«Solo cinque giorni a Lampedusa? Alla fine ve ne pentirete», ha detto a me e al mio compagno di viaggio un altro passeggero dell'aereo da Roma. Di poche cose ci si pente tornando dall'isola: ad esempio di non aver mai imparato a guidare il motorino, il mezzo più guidato a Lampedusa (e dopo aver provato a guidare in auto sotto lo scirocco se ne capisce il motivo). In realtà, tornare dall'isola dopo soli cinque giorni di viaggio lascia l'amaro in bocca, perché non si ha avuto il tempo di comprenderla davvero. è uno di quei luoghi che la televisione non può raccontare, perché vive in un tempo diverso: quello dettato da giornate assolate e afose, quando si impara che la fretta non serve a nulla. Bisogna sedersi e aspettare.


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