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Linosa: una zattera nel mare

Gio 27 Ago 2015 | di Angela Iantosca | Bella Italia
Foto di 22

L’aliscafo si avvicina alla costa. Rocce scure in bilico sul vuoto, abbracciate a rocce di colore giallo, onde che si infrangono sugli scogli. E poi case colorate attaccate a quel lembo di terra, colline coperte di fichi, muretti di pietra lavica che delimitano sottili strade che attraversano l’isola con discrezione. I pescatori stanchi lasciano le loro barche nel porticciolo, il tramonto rosso avvolge l’isola in un silenzio surreale. Qualche motorino e delle api rumorose interrompono la quiete. Ma poi torna il silenzio: il vero padrone dell’isola di Linosa.

AFRICANIZZATEVI
Africanizzatevi: questa è la prima cosa che ci dice Giovanni, un linosano doc che organizza gite in barca per far scoprire i segreti di questo scoglio in mezzo al mare, più vicino all’Africa che alla Sicilia. Africanizzatevi e dimenticate il tempo, lasciate andare ogni contatto con la vita reale, ascoltate il respiro del mare e sintonizzatevi con la natura. Bastano circa tre ore di aliscafo, preso a Porto Empedocle, a pochi chilometri da Agrigento, per staccare la spina e fare un tuffo in un’epoca indefinita, in cui gli anziani siedono davanti le porte di casa in attesa di incrociare lo sguardo dei passanti ed essere salutati, in cui si attende pazientemente l’arrivo della nave (se arriverà) per conoscere le novità del continente e per avere frutta e verdura fresca. Perché l’isola, che ha una grandezza di poco più di 5 km quadrati, produce solo fichi d’india, gelsi e qualche ortaggio coltivato ad uso e consumo privato.
 
BICI E MUSCOLI
Per vivere fino in fondo l’isola basta una bicicletta, anche se non mancano i negozi che affittano bici a pedalata assistita, motorini e quad. Ma io e il mio compagno di viaggio abbiamo preferito affrontare le salite e le discese con la sola forza delle nostre gambe e conquistare gli angoli più incontaminati di questo scoglio, facendoci trascinare dalla curiosità. Arrivati al tramonto con l’aliscafo, lasciati i bagagli nella casa presa in affitto in paese, abbiamo deciso di andare alla scoperta del centro abitato e delle sue case colorate: arancioni, bianche profilate di blu, bianche decorate con uva, azzurre, rosa, gialle. Scendiamo a piedi fino al porto. Lungo la strada salutiamo gli anziani: è facile arrivare a conoscere tutti a Linosa, popolata com’è da circa 200 persone cresciute insieme, che da sempre si aiutano, per poter sopravvivere alla stagione più dura e all’asperità di una terra poco generosa. Proseguiamo la passeggiata: passiamo di fronte alla piccolissima Stazione dei Carabinieri, al negozio del signor Tedeschello, al bar Errera che è anche ristorante (fanno delle fritture buonissime!) e, infine, sulla destra il Bar del Porto da dove gustare il tramonto, vedere le barche attraccare, i pescatori che sistemano con quelle mani segnate dal tempo le lenze e le reti per il lavoro notturno. Attendiamo che il Sole scompaia dietro le montagne. I pochi turisti presenti si ritirano nelle case per poi vedersi più tardi in uno dei pochi ristoranti presenti sull’isola. Ascoltiamo il silenzio e osserviamo il mare che avvolge quel lembo di terra: mi sento su una zattera dispersa in mezzo al nulla.

CONTRADA CASOTTO
Per il primo giorno di mare ci dirigiamo a Contrada Casotto: in bici pedaliamo lungo la via principale, arriviamo al porto in pochi minuti e volgiamo verso sinistra. Alla nostra sinistra alcune villette di piccole dimensioni che si affacciano sul mare. Alla nostra destra gli scogli. La strada si trasforma in sabbia mista a rocce scure. Arriviamo alla fine del percorso e conquistiamo la punta rocciosa dove stendere il telo e appoggiare pinne, occhiali, tubo e scarpine (sempre con noi). Un cartello consiglia di non avventurarsi oltre, perché potrebbero staccarsi dei massi, come successe più di 20 anni fa quando tre ragazze furono schiacciate da un masso. Lo ricordano ancora in paese ed è un racconto che si tramanda di generazione in generazione per rammentare ai turisti e ai locali che è lei, l’isola, la padrona e che va rispettata, con tutte le sue fragilità, i segreti, i meandri, i misteri e quegli scorci incredibili che sa regalare. Ci immergiamo: le strutture rocciose che emergono dall’acqua le ritroviamo anche nelle profondità; formano grotte, anfratti e nascondigli ideali per murene. Ne vediamo un paio, con quei colori sgargianti e quella paura che hanno degli animali di grandi dimensioni, come noi, che le spingono a ritirarsi al nostro arrivo nelle loro tane.

QUELLO CHE GLI ALTRI NON DICONO
A questo punto del viaggio ho deciso di non parlarvi dei Faraglioni o del Faro e della piscina naturale, di cui potrete leggere ovunque per la loro evidente bellezza, ma vi racconterò delle tartarughe e delle Berte maggiori, alla scoperta delle quali noi abbiamo avuto la fortuna di essere guidati da studiosi e volontari...

BABY è LIBERA
Vicino alla spiaggia della Pozzolana di Ponente, uno dei siti di nidificazione della tartaruga Caretta caretta, si trova il Centro di recupero tartarughe marine del CTS. Qui, in una struttura offerta dal Comune, sono state allestite una stanza con le vasche per ospitarle e una dove il veterinario visita i “pazienti” e li opera. Faccio conoscenza con i volontari, ragazzi più o meno giovani che hanno scelto di trascorrere una vacanza alternativa, dedicandosi alle tartarughe in cambio dell’alloggio. Con loro Andrea Dall’Occo, il veterinario, e Irene Cambera, la biologa. Mi spiegano che le tartarughe le portano i pescatori e che vengono ricoverate o perché ingeriscono plastica o ami o a causa di un granchio parassita. A seconda della situazione, si interviene per poi riportarle in mare dopo un periodo di degenza. Ed è proprio la liberazione il momento più atteso, al quale abbiamo potuto assistere: sono le 18 sulla spiaggia di Pozzolana e tra poco Baby, questo il nome della fortunata, tornerà in acqua. Attendiamo che l’aliscafo si allontani, che il mare sia tranquillo, che nessun bagnante sia in acqua. Baby è lì  che attende paziente con la sua magliettina bagnata disposta sul carapace per mantenere bassa la temperatura. Poi viene sollevata e messa sulla sabbia. Si spinge in avanti, sicura, verso il mare. Poi si inabissa e velocemente se ne va, incontro alla sua vita. Ma come riesce il centro ad affrontare le spese necessarie? Grazie a TartaLife, un progetto Life+ dell’Unione Europea (www.tartalife.eu/it) e al prezioso contributo dei campisti.

BERTE, RAFT, PULLI
Ma Linosa è anche uno dei siti di nidificazione più grandi del Mediterraneo delle berte maggiori, uccelli che passano la loro vita in mare aperto e ritornano a terra soltanto durante il periodo riproduttivo. Attraversano i mari di tutto il mondo per poi tornare qui, ogni anno, a concepire e mettere al mondo i loro piccoli nello stesso nido con lo stesso compagno. Da maggio ad ottobre Linosa diventa la loro casa, da cui ogni giorno, prima che il sole sorga, partono per dirigersi in mare per pescare. A fine giornata, poi, prima di rientrare nei nidi per dare nutrimento ai piccoli (i pulli) o all’adulto rimasto a covare, si ritrovano in mare, vicino alle coste (l’area è detta raft) e tutti insieme cantano, si raggiungono, si aiutano, si consultano: uno spettacolo unico di suoni, di voli, di incontri, di correnti, di vento, di segnali, di significati per noi incomprensibili, che abbiamo ammirato stando in barca, in silenzio, fino al calar delle tenebre, quando le berte si dirigono senza incertezza ai loro nidi. Ed è lì che, a notte fonda, li abbiamo raggiunti grazie a Giacomo Dell’Omo (presidente Ornis italica/Birdcam.it), uno studioso di berte che da 10 anni trascorre le sue estati qui per poter monitorare questa specie animale protetta, affiancato da giovani volontari. Grazie a lui, tra cuniculi, pietre vulcaniche, sovrastati da un cielo di stelle, abbiamo assistito al ritorno delle berte nei loro nidi e il giorno successivo, alla luce del sole, abbiamo potuto prendere in mano i piccolini, comprendendo così che i veri padroni dell’isola, oltre al silenzio, sono le berte. 
 
NOSTOS: IL RITORNO
I giorni trascorrono tra immersioni, granite di gelsi, mangiate da Serena, zuppa di lenticchie gustate da Anna e soprattutto pesce cucinato sulla griglia della “nostra” casa, da cui si vede il mare. Bastano pochi giorni per perdersi, dimenticare il tempo e le responsabilità e per decidere che l’unico modo per andar via da lì è la nave. Sì, proprio quella nave tanto osteggiata: perché la sua lentezza, quelle 7 ore, trascorse in mare a 15 nodi, rappresentano il ritmo giusto per fare al contrario un viaggio verso la civiltà, lasciando lì Andrea le sue tartarughe, Irene che ha deciso di vivere lì, il fruttivendolo che lavora solo quando arriva la nave, gli anziani, Michele lì da sempre in quella casa che è stata di suo nonno e le berte che l’anno prossimo ritroveremo con il loro canto e altri pulli da mettere al mondo.


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