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Ben Stiller: bello bello in modo assurdo

Torna con “Zoolander 2” e la sua espressione preferita, la “Magnum”. Ma oltre allo spirito da commediante in lui c’è molto altro…

Gio 24 Set 2015 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 9

Ci sono attori che promettono solennemente di non riprendere i ruoli che hanno regalato loro il maggior successo. Richard Gere, ad esempio, esclude categoricamente ogni chance di recitare in “Pretty Woman 2”, mentre per Ben Stiller “mai dire mai”. Ed infatti, a 15 anni di distanza, torna sulle passerelle di “Zoolander 2”, da poco finito di girare anche negli studi romani di Cinecittà.
Nella sua carriera, però, non ci sono solo maschere comiche o personaggi brillanti, perché i lati più profondi della sua anima emergono quando si trova dietro la macchina da presa, come nel caso de “I sogni segreti di Walter Mitty”.
Stento a riconoscere lo stesso artista che ho incontrato per la prima volta dieci anni fa in occasione di “…E alla fine arriva Polly”. All’epoca la sua collega Jennifer Aniston, nei mesi precedenti il divorzio da Brad Pitt, misurava ogni parola e si concedeva con parsimonia, mentre Stiller si prestava al ruolo di spalla comica, con stile e galanteria. Oggi calibra quella disinvoltura anche nei ruoli drammatici e continua a stupire.
Come s’intrecciano le esperienze su grande schermo con quelle personali?
«Ogni film che faccio rispecchia il punto in cui mi trovo in quel momento della mia vita».
Perché ha deciso di dirigere ben cinque pellicole?
«Ogni volta che mi calo nei panni di regista posso sperimentare territori inesplorati, che mi impongono un viaggio attraverso i problemi e i limiti».
S’interroga mai sul senso della vita?
«Provo a farlo attraverso le pellicole che dirigo, ma ad esempio ne “I sogni segreti di Walter Mitty” ho usato un approccio meno cinico del solito, mi sono lanciato in quest’avventura a cuore aperto. Mi ha insegnato a non adagiarmi sugli allori, mi ha permesso di affrontare emozioni che mi facevano paura. Credo nel destino e so che ogni cosa acquista un senso, ma va cercato a lungo».
Per ogni lavoro si acquisisce un’abilità diversa. In questa pellicola si è cimentato anche negli sport. Di solito come se la cava?
«In quel caso ho ripreso in mano lo skateboard, che praticavo a dieci anni a New York. Mi ha portato indietro nel tempo e così ho deciso di cogliere l’occasione per insegnarlo a mia figlia, una volta tornato a casa. Sono questi i momenti che ti fanno capire che è arrivato il tempo di passare il testimone ad un’altra generazione».
A proposito di cambi generazionali, che rapporto ha con i social media?
«Oggi il desiderio di connettività detta le regole ed a volte distrae dai rapporti umani, che invece sono più complessi. Secondo me è importante avere rapporti umani faccia a faccia, creare legami profondi, anche se il mondo tende a portarci sempre altrove. I giovani dovrebbero ricordarlo e spetta a noi passargli il messaggio».
Come descriverebbe la sua generazione?
«Era quella “prima di tutto”, prima dei computer, dei telefoni e dei videogiochi. Ho vissuto la transizione dall’analogico al digitale nel modo di ricevere informazioni, ci sono meno cose tangibili…».

Che rapporto ha con la tecnologia?

«Sono vecchio stile, quindi non mi piace leggere sul tablet, preferisco il libro fisico. Ci tengo ad avere in mano una copia del giornale, mi dà un senso di appartenenza alla storia. Ma ammetto di essere diventato anch’io un dipendente dai cellulari e dalla tv».
Ed è un male?
«L’arco dell’attenzione si riduce, mentre in realtà non dovremmo mai perdere la memoria del passato».
Lo pensava anche quando ha diretto “Giovani, carini e disoccupati”?
«All’epoca i personaggi erano vicini, anagraficamente parlando, a quello che io vivevo all’epoca. Vent’anni fa vedevo la vita diversamente, non facevo i bilanci, guardavo avanti e basta. Vivevo il cosiddetto “carpe diem”, coglievo l’attimo e guardavo oltre».
In questo genere di film emerge la sua anima poetica. Quale consiglio darebbe ai sognatori?
«Mai abbandonare la fantasia, la creatività. Anche se fai un lavoro monotono e ripetitivo devi conservare lo stupore per la vita, quello che regala il coraggio di affrontare poi il mondo reale».


UN AUTENTICO CAMALEONTE
Benjamin Edward Meara Stiller, classe ’65, è figlio di due attori. La vena artistica che scorre nelle vene della sua famiglia lo spinge, come una calamita, verso gli scenari più diversi, tra cinema, tv e teatro. Ha sperimentato molti registri differenti, passando con disinvoltura dalla commedia brillante al genere drammatico. Di recente ha trascorso vari mesi a Roma per girare, a 15 anni di distanza dalla prima pellicola, “Zoolander 2” e, dopo aver invaso le passerelle parigine della settimana della moda assieme al suo fidato compagno Owen Wilson, la data d’uscita americana è fissata per il 12 febbraio 2016. Dai tempi de “L’impero del sole” di Steven Spielberg sono trascorsi quasi trent’anni eppure Ben Stiller continua a sorprendere, sia quando diverte nelle commedie in stile “Tutti pazzi per Mary” che quando escogita folli trovate in pellicole come “Tower Heist – Colpo ad alto livello”. Ma è come regista che esprime la poetica che gli sta più a cuore, come ha dimostrato per “I sogni segreti di Walter Mitty”, tratto dall’omonimo romanzo di Thurber James, pubblicato in Italia da BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), che lo vede protagonista assieme a Sean Penn.

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