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E se il dottore si sballa?

Alcol, droga e disagi psichici per almeno il 10% dei professionisti della sanitÓ

Gio 24 Set 2015 | di Francesco Buda | Salute
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C'è un male strisciante che attacca chi del bene altrui ha fatto una professione, un disagio che colpisce nel profondo medici e altre persone dedicate alla salute degli altri. Un inferno personale, di solito ben nascosto, fatto di fragilità, dipendenza da sostanze psicoattive e disturbi psichici.
Non se ne parla, eppure è un problema serio e di dimensioni allarmanti. I disagi mentali, l'abuso di alcol o la droga riguardano circa un professionista su 10, tra medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, farmacisti.
«Almeno il 10% dei professionisti in campo sanitario ha sviluppato nel corso della sua carriera questo tipo di problemi - spiega ad Acqua & Sapone il dottor Edoardo Polidori, responsabile del Servizio per le Dipendenze dell'ASL di Forlì. Da anni è uno dei pochi a studiare ed affrontare concretamente questa triste, quanto pericolosa realtà. Con lui, nella cerchia purtroppo ancora ristretta di chi si occupa di questo dramma e tenta di fornire percorsi ai colleghi sofferenti anche a tutela dei pazienti, c'è il Prof Luigi Alberto Pini, docente di farmacologia e tossicologia all'Università di Modena. «Al livello europeo - ci dice - i dati più aggiornati confermano la tendenza: risulta che tra il 7 e il 10% degli addetti a professioni sanitarie hanno un problema attuale di dipendenza da alcol droghe, farmaci o di grave disagio psichico». Ma i casi sono di più.
«In Italia il problema è più diffuso di quanto si pensi. Le dipendenze tra questi soggetti le possiamo ricondurre a tre sostanze: l'alcol in primis, che interessa più persone - prosegue il Professore -, le benzodiazepine, soprattutto le 'gocce' per dormire, e la cocaina. C'è poi un'altra categoria che sta diventando problematica nella sanità, e sono gli utilizzatori di oppiacei a scopo analgesico con prescrizione. Parliamo degli antidolorifici, farmaci più potenti della morfina, e di un fenomeno che l'Agenzia americana per la salute, la NIH, due anni fa ha definito come epidemia nascosta emergente».

DOCTOR HOUSE? NO GRAZIE!
È facile immaginare le tragedie che possono derivare dall'attività di un medico, un chirurgo o un semplice infermiere che operano sotto l'effetto, ad esempio, di whisky, cocaina o anche 'solo' di sonniferi e antidolorifici. Non sono cose affatto simpatiche come invece suggeriscono serie televisive tipo "Doctor House", il cui protagonista è un medico dedito ad un potente 'medicinale' contro il dolore e che non disdegna la droga.
«Il Doctor House passa in Tv come un bravissimo medico - denuncia il Prof Pini - ed ha avuto un gran successo tra gli studenti di medicina, ma in realtà è un pessimo professionista, il contrario di ciò che dovrebbe essere e di ciò che dovrebbe fare un medico... non vorrei mai un dottore come lui!».

SI FA FINTA DI NIENTE
«La problematica è sottostimata nelle categorie professionali coinvolte - sottolinea il dottor Polidori - e i professionisti della salute hanno delle barriere a concepirsi come pazienti». Nell'ambiente sanitario c'è infatti molta omertà sull'argomento, che ancora non affiora in tutta la sua portata. Tra colleghe magari si tende a coprire, girarsi dall'altra parte e anche le istituzioni finora sono risultate sedate, è il caso di dirlo. Ciò è molto grave, perché chi viene curato da operatori con queste problematiche, rischia grosso.
Il medico che assume sostanze o beve non è un 'dipendente' come gli altri: «È un soggetto difficile da curare - afferma Polidori - perché cerca di curarsi da sé e quando diventa paziente instaura un rapporto diverso col collega che vuole curarlo, ha più difficoltà a chiedere aiuto e a farsi aiutare». «Chi lavora nella sanità è più problematico - sottolinea il Prof Pini -, perché nasconde di più, ha paura di essere scoperto dai colleghi e quindi perdere il lavoro o di avere quantomeno ripercussioni sulla carriera». Sarà anche per questa solitudine nel dolore e nel disagio che nel mondo i suicidi tra dottori sono due volte quelli tra il resto della popolazione maschile e quattro volte tra i medici donna. Per i medici sotto i 40 anni di età, il suicidio è la principale causa di morte.

LAVORO FORSENNATO E DISORDINATO
È dura reggere quando si lavora faccia a faccia con la malattia, la sofferenza altrui e la morte. A ben guardare, poi, va pure detto che sono proprio ritmi e condizioni lavorative imposte dalle istituzioni stesse che non aiutano e possono favorire sofferenza e disagio interiore ai camici bianchi. Costretti a turni massacranti, ad esempio, tra i medici d'ospedale uno su tre dopo la notte nel reparto torna subito a lavoro senza farsi le 11 ore minime di riposo stabilite dalla legge. Spesso non hanno tempo per la propria vita personale e familiare, e si sentono spremuti, delusi, e il 46% si dichiara insoddisfatto del proprio lavoro e il 22% afferma "non ho tempo per una vita degna di questo nome". Il 40% riferisce di avere disturbi del sonno e di prendere sonniferi regolarmente. Questo il quadro che emerge da indagini dell'Associazione nazionale dei medici ospedalieri e dirigenti. Ma da qui a passare all'azione, a cercare ed offrire soluzioni, il passo è ancora assai lungo.

QUALCOSA SI MUOVE
«Chi cura il curante?», è la domanda che pone il dottor Polidori nonché il titolo di un importante convegno che organizzò nel 2012. Finora praticamente solo in Emilia Romagna e Piemonte si stanno approntando risposte pratiche al quesito, con progetti che nell'anonimato sostengono i sanitari assediati da dipendenze e disagi psichici. «Come può curare gli altri chi non sta bene? - ribadisce oggi l'esperto -. Faccio appello agli Ordini professionali affinché, come avviene in Spagna, intervengano per garantire una buona qualità professionale dei propri iscritti. Questi problemi si ripercuotono sui cittadini. E questo vale anche per altre categorie: ad esempio, a chi può chiedere aiuto un membro delle forze dell'ordine, un agente di polizia penitenziaria, un avvocato o un magistrato con problemi di questo tipo?». Qualcosa si sta muovendo, proprio grazie all'esperienza dei due esperti intervistati da Acqua & Sapone.
«In Emilia Romagna - racconta il Prof Pini - siamo riusciti ad ottenere una delibera della Regione che riconosce il problema e mette fondi per curare i lavoratori della sanità regionale garantendogli l'anonimato, sull'esempio dei servizi attivati in altri Paesi, primo tra tutti quello spagnolo a Barcellona dove hanno trattato duemila medici con risultati assolutamente positivi, prevenendo danni ai malati e agli operatori».

MEDICO CURA TE STESSO, MA NON DA SOLO. SI PUÒ FARE
Nel resto del Belpaese non c'è quasi nulla in tal senso. «Ma entro fine anno - annuncia il docente - abbiamo idea di lanciare questo progetto in tutta Italia, attraverso il Ministero della Sanità». Anche in Piemonte c’è un interessante iniziativa, il Progetto Helper, del Centro torinese di solidarietà. «Le buone notizie sono che il trattamento di questi disturbi produce effetti positivi sul piano personale, famigliare e lavorativo - spiega don Paolo Fini, presidente del CTS - permettendo nella assoluta tutela della privacy, la continuazione  o la ripresa del lavoro migliorando notevolmente le condizioni di salute e di vita delle persone». Il progetto guidato da don Fini è in cammino e non è ancora operativo. La parola d’ordine di questo percorso, parafrasando il più grande indipendente e pieno d’amore, Gesù, è: «Medico cura te stesso - ha scritto don Fini sul giornale dell’Ordine dei Medici di Torino -, tu solo puoi farlo, ma non da solo».                     



A Torino il progetto Helper
Oltre all'iniziativa del Prof Pini con la Regione Emilia Romagna, l'unica proposta concreta per offrire ai medici e agli altri operatori della sanità percorsi di trattamento delle dipendenze è in incubazione a Torino. Si chiama Progetto Helper, promosso dal CTS, Centro Torinese di Solidarietà, guidato da don Paolo Fini. "Medico cura te stesso, tu solo puoi farlo ma non da solo", è il motto del sacerdote che sta coinvolgendo la enti e istituzioni pubbliche, compreso l'Ordine dei medici. Il CTS è riuscito a far riconoscere e sostenere il progetto dalla Regione Piemonte. Non è ancora operativo il servizio, ma, spiegano dal CTS, «contiamo di realizzare un completo programma, dalla fase diagnostica al reinserimento sociale e lavorativo».   



Troppi suicidi tra i giovani medici
Ulteriore piaga tra i disagi del mondo sanitario, c'è l'elevato tasso di suicidi tra i dottori, specialmente giovani. Un dramma che riguarda di più i medici di sesso femminile, "il cui tasso annuo di suicidio è 4 volte quello della popolazione generale appaiata - spiega il Manuale Merck, della multinazionale farmaceutica MSD -. Per i medici di età inferiore a 40 anni, il suicidio è la principale causa di morte. L'overdose da farmaci è più comune come mezzo di suicidio tra i medici di ambo i sessi rispetto alla popolazione generale, probabilmente perché i medici hanno facilità di accesso ai farmaci e ne conoscono le dosi letali. Tra le specializzazioni mediche, la frequenza più alta riguarda gli psichiatri". Tra i giovani laureati in medicina impegnati nel percorso di specializzazione «la frequenza di depressione clinica è stata valutata tra il 27% e il 30%. Uno su 4 ha ammesso di aver pensato al suicidio», ci dicono dal Centro di Solidarietà Torinese, specializzato nel trattamento e reinserimento di persone con problemi di dipendenza, citando studi americani. Ma il tasso di suicidi tra medici è più alto della media della popolazione di riferimento in quasi tutti i Paesi del mondo, e tra gli studenti di medicina americani è stato registrato un livello elevato di depressione, ansia e burn out (il "bruciarsi" nel lavoro). Lo rileva una ricerca dell’Università del Michigan, pubblicata nel 2013 sulla rivista General Hospital Psychiatry. Pochi mesi fa, un team di ricercatori del Columbia University Medical Center di New York ha lanciato l'allarme sui suicidi tra i medici tirocinanti negli Stati Uniti        

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