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C定 terra per te!

Con un orto biologico si batte la fame nel mondo

Gio 24 Set 2015 | di Caroline Susan Payne | Ambiente
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Mentre continuano a scorrere le immagini di disperati che cercano di raggiungere le nostre coste per dare un futuro ai loro figli, gli ultimi dati della FAO dicono che per la prima volta nella nostra storia, le persone che stanno soffrendo la fame nel mondo sono meno di 800 milioni.
È una notizia positiva, ma questo significa che anche alla fine di quest’anno nel conto ci dovremo mettere 3,5 milioni di bambini morti per tale causa. Avanti di questo passo ci vorranno decenni per eliminare il problema. Ma se potessimo dividere la terra attualmente arabile nel mondo, ogni abitante attuale del pianeta avrebbe a disposizione circa 2mila metri quadrati di suolo coltivabile. Sembra una dimensione esigua ed invece con un piccolo campo di queste dimensioni si possono produrre potenzialmente ogni anno, ad esempio, circa 15mila chili di pomodori, oltre 8mila chili di patate e circa mezza tonnellata di fagioli. Attenzione: stiamo parlando di terra coltivabile, perché arabile, che è di circa 1,4 miliardi di ettari, non del suolo destinato all’agricoltura nel suo complesso (frutteti, oliveti, piantagioni, pascoli, ecc.) che è pari a circa 4,1 miliardi di ettari.

DUE CAMPI DI CALCIO E PASSA LA PAURA
Ovviamente le quantità riportate nell’esempio sono abbondanti e in eccesso rispetto fabbisogno personale di ognuno di noi: questi alimenti quindi potrebbero essere scambiati con altri prodotti per completare e rendere più equilibrata la nostra dieta, oppure con altre cose di necessità quotidiana o con beni durevoli.
In sostanza basta la superficie equivalente a due campi di calcio per sfamare, vestire ed alloggiare una famiglia mediamente composta da sei persone: due genitori, due figli e due nonni. Il problema della fame dunque non è determinato dalla mancanza di cibo, ma nell’accesso ad esso e nella sua distribuzione.

IL FAI DA TE ALIMENTARE FUNZIONA
Questo semplice ragionamento è alla base di un progetto che sta sviluppando una Organizzazione non governativa tedesca che si chiama proprio “2000m²” (duemila metri quadrati). Il progetto, ideato nel 2013, è già partito dallo scorso anno e punta proprio a dimostrare che la terra coltivabile esistente al mondo è più che sufficiente per nutrire ogni essere umano, persino senza il ricorso ai pesticidi e ai fertilizzanti chimici. Per questo è stata strutturata una fattoria che si trova a Spandau, vicino Berlino, dove chiunque può produrre da sé cereali (per lo più grano, mais e riso), ortaggi e legumi: gli alimenti base di un pasto completo e nutriente. Queste coltivazioni comunque possono essere sostituite con altre ritenute più consone alla propria dieta, tipo l’amaranto e la quinoa, cereali di origine sudamericana ricchi di vitamine e minerali, tipici della tradizione alimentare dei popoli andini.

LE VERE CAUSE DELLA FAME
Il progetto vuole dimostrare per via empirica (quindi non basandosi solo su interminabili analisi di dati e documenti incomprensibili ai più) quali sono le cause che impediscono ad ogni abitante della Terra, soprattutto i bambini, di avere tutti i giorni una alimentazione sufficiente ed equilibrata. Sono tutte cause strettamente collegate tra loro e derivano dall’insostenibile modello alimentare che si sta instaurando a livello mondiale. Innanzitutto, ci sono gli allevamenti di animali: è ormai dimostrato che il consumo di carne richiede tanto suolo coltivabile e, per assurdo, proprio questo è il principale fattore che sta alterando il clima del nostro pianeta.

FATTORIE ‘PEDAGOGICHE’: PIÙ PRATICA E MENO TEORIA
L’esperienza in corso a Berlino comunque non è l’unico buon esempio di cosa potrebbe fare ognuno di noi per risolvere definitivamente il problema della fame nel mondo. Una iniziativa parallela è stata avviata anche in Svezia dall’associazione Ytterjarna, nella zona di Stoccolma, che ha creato una fattoria analoga a quella tedesca anche a fini pedagogici: i tirocinanti, i volontari e gli altri partecipanti ai corsi devono contribuire ai lavori nell’orto per completare l’apprendimento. In questo campo (in tutti i sensi) serve più la pratica che la teoria. Nell’esempio svedese i 2.000 metri quadrati vengono coltivati secondo i principi dell’ERA (Ecological Recycling Agriculture – Agricoltura di Riciclaggio Ecologico), un nuovo concetto di coltivazione sviluppato da due progetti locali che hanno come obiettivo, tra gli altri, la lotta all'eutrofizzazione del Mar Baltico. Diversamente dai canoni dell’agricoltura biologica “regolare”, che comunque usa prodotti extra aziendali, questi progetti puntano all’autosufficienza, sia per quanto riguarda la fertilizzazione dei terreni che le sementi utilizzate in azienda, attraverso un rigoroso programma di rotazioni delle colture. Per permettere al suolo di rigenerarsi da sé, gli ortaggi e i cereali non possono essere coltivati sullo stesso terreno prima di un certo numero di anni.
Il progetto è sostenuto dal Comune di Stoccolma ed ha l’obiettivo di creare una rete internazionale di realtà che puntano a raggiungere uno sviluppo sostenibile attraverso la promozione di una agricoltura di riciclaggio ecologico, la produzione alimentare locale e abitudini alimentari ecocompatibili.
Il tutto anche in prospettiva di permettere ad ogni abitante della Terra di avere abbastanza terreno coltivabile per produrre a casa propria il cibo necessario per sostenere se stesso e la propria famiglia.                                              



Troppa carne fa male al clima
Per la produzione di carne, in tutti i Paesi occidentali ma ormai anche in Cina e in India, si sta utilizzando molta più terra di quanta ne avrebbe bisogno ognuno di noi: ancora oggi quasi il 40% della produzione mondiale di cereali viene destinata all'allevamento del bestiame. Circa il 18% delle emissioni di gas serra a livello planetario sono collegate a queste attività. Strettamente collegato a questo problema poi c’è l’eccessivo uso di acqua dolce per produrre insilati e mangimi, che a sua volta determina la perdita della fertilità dei suoli e l’inquinamento dei corsi d’acqua superficiali. Seguono altri problemi di competizione con l’uso del terreno a fini alimentari: tra questi ci sono le colture destinate alla produzione di carburante 'bio'diesel e 'bio'gas.



L’agricoltura scaccia le discariche

Vicino Roma e in Calabria con gli orti e i frutteti la gente ferma gli ecomostri

L’agricoltura può fare la differenza, portando non solo cibo, ma anche lavoro, reddito e tutela del territorio. Due casi eclatanti, nel Lazio e in Calabria. A Velletri, vicino Roma, una società riconducibile alla solita lobby che comanda il settore rifiuti voleva realizzare una enorme discarica da 2 milioni di metri cubi di rifiuti indifferenziati, con annessi altri impianti inquinanti per il trattamento dell'immondizia ed un impianto per estrarre il cosiddetto 'bio'gas da rifiuti organici.
Il tutto sulle falde idriche che alimentano varie città (Aprilia, Anzio, Nettuno, parte di Latina) e moltissimi pozzi per campi e abitazioni, in un'area di grande pregio agricolo, ricchissima di frutteti, vigneti, uliveti, kiwi ed altre produzioni d'eccellenza. Gli agricoltori e i residenti del posto hanno scoperto il progetto rivelato da un'inchiesta del periodico locale il Caffè edito dalla Medium (editore della rivista Acqua & Sapone) e lo hanno studiato rilevandone molte criticità e rischi. Hanno quindi preparato dettagliate osservazioni contrarie, raccolte in una relazione tecnici-scientifica che hanno presentato alla Regione Lazio. L'Ente ha infine bocciato ad agosto l'eco-mostro, che i proponenti avevano battezzato "Ecoparco". La gente lo chiama invece Malagrotta bis.
In Calabria era prevista una discarica da 3 milioni di metri cubi, la seconda più grande d’Europa, vicino a un torrente e su due falde acquifere nei comuni di Borgia, San Floro e Girifalco. Avrebbe accolto 300 tonnellate di rifiuti solidi e speciali ogni giorno. Ma i cittadini del posto hanno sventato l'eco-bomba grazie agli orti biologici in affitto. Il progetto si chiama “L'orto di famiglia”, nato dall'idea di un giovane studente di economia aziendale, Stefano Caccavari. Mentre nelle università si continua a far studiare come guadagnare con la finanza malata, fabbriche inquinanti e progetti spesso dannosi, lui ha puntato sulla terra, mettendo insieme i cittadini del posto, compresi parecchi professori universitari. Questi pagano un 'abbonamento' da 750 euro l'anno per un orto da 100 metri quadrati e Stefano, con i suoi collaboratori, semina e cura le coltivazioni. Una volta maturi frutti e ortaggi, gli abbonati se li vanno a raccogliere da sé. Il tutto senza un grammo di pesticidi, ma con insetti predatori, funghi o batteri che tengono lontane le malattie delle piante. Il bio business ha già fruttato al giovane imprenditore 80mila euro in neanche 12 mesi di attività. Gli abbonati all'”Orto di famiglia” si prevede che a breve diventeranno ben 500. L'anno prossimo avranno a disposizione anche un frutteto. Su quei terreni, Stefano avvierà anche l'allevamento di api per produrre miele. Un movimento ormai inarrestabile grazie al quale la Regione Calabria ha cancellato l'autorizzazione, rilasciata nel 2009, alla realizzazione della mega-discarica. 

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