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Antonio Banderas: addio, macho latino!

Ha conquistato Hollywood con il fascino del macho latino, eppure oggi Antonio Banderas fa a meno delle etichette e si confessa a cuore aperto

Gio 22 Ott 2015 | di Giulia Imperiale | Interviste Esclusive
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Quando gli chiedi qualcosa strizza gli occhi, per guardarti meglio, ma non come il lupo di Cappuccetto Rosso. Le favole che piacciono ad Antonio Banderas sono di tutt’altro genere, si chiamano cartoon e veicolano come metafore i valori più autentici della vita. Quasi come se cercasse nella purezza dei bambini un colpo di spugna a pregiudizi e clichè. Non è stato facile, d’altronde, diventare credibile a Hollywood senza ricorrere al richiamo del macho latino o a quello del criminale straniero. Oggi cammina a testa alta per le colline più verdi dello showbusiness, nella totale libertà di essere e dire quello che gli pare. Fa persino dell’autoironia sulle occhiaie: «Sono un po’ stanco – parole sue – ma non mi perdo mai l’occasione di una gita». Chi lo conosce bene sa che ama viaggiare e non sa resistere alle tentazioni, come il gelato di Roma, uno dei suoi preferiti, che non manca di assaggiare ogni volta che può. 

Dai suoi ultimi progetti si capisce che non considera il cinema come solo intrattenimento, vero?
«Infatti è così. Ogni progetto ha un senso e nessun film ci lascia indifferenti. Ultimamente ho un debole per i cartoni, perché veicolano messaggi semplici, ma di grande impatto. Prendi ad esempio “Il gatto con gli stivali”: il cuore della storia è il perdono. Attraverso l’alternanza di azione e commedia si racconta una storia sul senso della fratellanza. Nonostante gli errori e i tradimenti, alla fine quello che conta è la famiglia. Per questo un personaggio così non ci sembra fuori posto nel regno delle favole di Shrek. Lo conosciamo come un killer, ma capiamo subito che ha dei sentimenti e ora conosciamo le sue radici: era orfano ed è stato vittima di bullismo».

Non è il primo giustiziere a cui presta il volto. Quanto di Zorro c’è ancora in lei?
«Tanto… e anche del gatto, anche se in fondo credo assomigli di più a Robin Hood. Ammiro il suo coraggio: basta ascoltare la voce profonda in quel corpo minuto per sorridere, la sua forza è tutta lì e mai sottovalutarlo per via della statura. Direi che è una considerazione piuttosto attuale, non crede?».

Ormai conosce l’italiano molto bene. È una lingua che le piace?
«Mi piace moltissimo parlare italiano, perché è una lingua molto musicale, ma ammetto di avere un po’ paura di sbagliare qualche parola… Quando sei in sala doppiaggio hai davanti a te solo un microfono e una videocamera: sta a te trasformare quello scenario in qualcosa di creativo e fantastico. Mi è capitato di doppiare lo stesso personaggio anche in spagnolo o inglese e ogni volta diventa una sfida nuova: basta aggiungere un sospiro, una cadenza, una parolina per vedere che quasi si adatta alla cornice in cui viene esportato».

Le piacerebbe lavorare con registi italiani?
«Io lavoro ovunque ci sia una bella storia da raccontare. Da quando ho cambiato agente sono diventato più autonomo nella scelta dei ruoli. In Italia avete il privilegio di avere a disposizione enormi forze creative in campo cinematografico e registi di talento come Nanni Moretti. Lo stesso Paolo Sorrentino mi aveva offerto un ruolo tempo fa, ma era incompatibile con gli altri miei impegni, sia come attore che come regista, per non parlare della mia casa di animazione. Mi è dispiaciuto molto…».

A proposito del lavoro di produzione in “Justin e i cavalieri valorosi”: perché si è avventurato in questo campo nuovo?
«Questo cartone non è il primo film che ho prodotto, ma è il primo uscito internazionalmente. È una storia molto semplice, in un certo senso, con pochi riferimenti alla cultura pop che ritroviamo nella maggior parte dei film contemporanei. È un film su una ricerca, un film d’avventura, con humor e valori importanti. Siamo coscienti che abbiamo realizzato un film per ragazzi molto giovani, quindi c’è bisogno dell’equilibrio tra la dose d’intrattenimento e il progetto educativo. Non stiamo semplicemente imitando Shakespeare, ma è il modo con cui abbiamo voluto raccontare le vicende, con una splendida grafica, non ancora sviluppate dalle grandi compagnie, capace di offrire al pubblico molto più che semplice divertimento».

Ad inizio carriera avrebbe mai immaginato di conquistare Hollywood?
«Quando ho iniziato mi dicevano spesso che avrei potuto interpretare solo ruoli da narcotrafficante, visto che sono latino. E invece sono orgoglioso di dire che qualcosa è cambiato. “Il gatto con gli stivali 3D” è il film con il maggior budget per una storia ispanica. Qui i cattivi parlano inglese e i buoni invece lo spagnolo. È stata una scommessa vinta, proprio come è accaduto per la comunità asiatica in “Kung Fu Panda”».

Esistono ancora clichè e pregiudizi?
«La comunità latina sta faticando molto per fornire ai figli un’istruzione e mandarli al college. Saranno loro i giudici della Corte suprema domani e finalmente i clichè si stanno scardinando, uno ad uno…».

Al cinema spesso è affiancato da donne forti e indipendenti come Salma Hayek, sua grande amica. Cosa ne pensa di loro?
«Mi piace che la figura femminile non sia la solita principessa sottomessa che aspetta il cavaliere disposto a salvarla. Finalmente sfatiamo il mito del solito macho latino!».

 



DA CALCIATORE E SARTO

Josè Antonio Domìnguez Banderas, classe 1960, è nato a Malaga, in Spagna, dove avvia una carriera di calciatore interrotta da un infortunio che lo porta dritto sulle passerelle. Almeno finché lo nota il regista Pedro Almodòvar e tutto cambia: vent’anni dopo riceve dalle sue mani il Premio Goya alla carriera. La svolta arriva sul set di “Two-Much”, dove incontra Melanie Griffith e per lei lascia la moglie Ana Leza. I due divorziano dopo quasi vent’anni dalle nozze, a luglio scorso: dal loro matrimonio è nata Stella, che oggi ha 19 anni. Dopo “Evita” e “La maschera di Zorro” dirige la seconda moglie in “Pazzi in Alabama” e colleziona ruoli iconici. Gli ultimi progetti sono piuttosto eterogenei: si va da “Knockout” di Steven Soderbergh a “I mercenari 3” accanto a Sylvester Stallone e soci. In qualità di doppiatore, ha dato la voce al Gatto con gli stivali nella saga di Shrek che comprende lo spin-off interamente dedicato al felino, dove perde la testa per la gattina doppiata da Salma Hayek. Ha curato, anche come produttore, un altro cartoon, “Justin e i cavalieri valorosi”. Prossimamente interpreterà Gianni Versace e per immedesimarsi ha deciso di seguire un corso di sartoria.


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