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Bruce Springsteen: Born to run

La genesi dell’album che ha consegnato alla storia il cantautore americano

Gio 22 Ott 2015 | di Giacomo Meingati | Interviste Esclusive
Foto di 7

«Bruce?».
«Si, sono io, chi parla?».
«Chiamo dalla Columbia Records, i primi due dischi che abbiamo pubblicato sono un fiasco, non fanno presa. Te ne resta un altro, se lo sbagli ancora sei fuori. Hai l’ultima possibilità».
Bruce ha 25 anni. Essere fuori dal giro di un’etichetta come la Columbia dopo tre album vuol dire essere fuori dal giro delle case discografiche, bollato come perdente. Vuol dire rinunciare all’unico modo che quel ragazzo ha per sentirsi vivo.

12 febbraio dello stesso anno. Bruce e i ragazzi della band sono in tour e suonano ogni sera in tutti i club d’America, ma quella sera nel Kentucky qualcosa va storto... e di grosso. Vini “Mad dog” Lopez, il batterista della band, dà un pugno in faccia al fratello del manager di Bruce, Mike Appel. L’unico appoggio rimasto tra Bruce e l’oblio. Bruce caccia Vini quella sera stessa. David Sancious, il pianista, mette una pezza alla situazione e introduce nella band il suo amico Ernest “Boom” Carter alla batteria. Ma dura poco. Dopo poco tempo i due, pianista e batterista, piantano in asso Bruce e la band. Di punto in bianco.

Me lo immagino questo ragazzo della mia età, anzi un anno più piccolo, in quel momento. Sei nel mezzo di un tour estenuante per promuovere due album che hanno fatto fiasco, la tua casa discografica ti ha dato un ultimatum e, proprio in quel momento, due membri fondamentali della band ti piantano in asso e tu hai delle date da rispettare, un disco da fare e sei senza batterista e senza pianista.
Me lo immagino quel ragazzo uscito dalle tenebre della sua città, fuggendo da un destino da perdente che gli si infiltrava sotto la pelle, con la ferma convinzione di voler esprimere fino all’ultima goccia di splendore che aveva dentro, perché: “Non faranno di me quello che hanno fatto con mio padre e con tutti gli altri”.

Bruce era un tipo allegro, ma in realtà abbastanza schivo ed ai suoi musicisti imponeva soltanto due regole assolutamente da rispettare: puntualità e niente droga. Dicono che un giorno Bruce entrò nel furgone, dove alcuni membri della band si stavano facendo, e con fermezza esclamò: «Fate sparire quella roba dalla mia vista o io farò sparire per sempre voi. Dannazione! Posso sostituirvi tutti quando e come voglio con musicisti migliori di voi». Poi Bruce si fermò e pensò … “Tutti, tranne Clarence… lui non saprei come fare a sostituirlo”. Bruce poteva sostituire tutti, tranne lui.  Clarence è più vecchio di Bruce ed è già uno dei sassofonisti più importanti e affermati della zona musicale della East Coast.
Anche Clarence Clemons, sassofonista tenore della band, riceve una telefonata proprio in quelle ore drammatiche della carriera e della vita di Bruce. A chiamarlo è il leader di una delle band soul più di moda del momento, affermata e in rapida crescita. Vuole vederlo per fargli una proposta seria di lavoro. «Quanto ti dà quel pivello a serata, 40 dollari? Clarence, io te ne do 400, in contanti, a sera, garantiti ed è solo l’inizio. Quel pivello non andrà da nessuna parte, è finito: lascialo perdere e mettiti con noi! Così darai un senso al tuo talento e non lo sprecherai appresso a qualcosa che non si realizzerà mai».

Nel frattempo Bruce non si è dato per vinto. Ha ingaggiato Max Weinberg alla batteria e Roy Bittan al piano. Il suo manager Mike Appel è riuscito a fare uscire in radio di nascosto dalla Columbia alcune nuove canzoni, il successo è stato immediato e la casa discografica decide di dare a Bruce la sua ultima possibilità. Il budget è ridottissimo, per risparmiare si incide la notte nelle sale meno attrezzate degli studi di registrazione “Record Plant” a New York. Si lavora in sessioni maniacali di lunghissime ore, in cui ogni canzone viene ripetuta fino a trovare la forma perfetta, la sua massima espressione. Ogni musicista dà il massimo, tutto quello che ha, anche Bruce… Clarence però fa di più. Clarence Clemons poteva intessere melodie di luce cristallina, dando alla sua anima forma e colore, attraverso le modulazioni del suo sax. Clarence riuscì a soffiare dai suoi polmoni ossigeno che, passando per il sax, si trasformò nella concretezza tonante della sua eternità, incastonata lì, quando e dove Bruce aveva bisogno di lui. E così in “Thunder Road”, quando Bruce dice alla sua amata che lui andrà a vincere con o senza di lei, sperando con tutto il cuore che lei salga nella sua macchina ma consapevole che comunque lui sarebbe partito, Clarence conclude la canzone con un solo di sax, inciso nei cuori di ogni amante di musica, che ti fa capire che forse Mery sulla macchina non c’è salita o forse sì, ma che poco importa: perché su quella macchina con cui Bruce va a vincere, si è seduto qualcosa di più grande. Ci siamo saliti tutti in qualche modo. E così in “Born to Run”, mentre Bruce grida al mondo la sua preghiera nel giocarsi la sua ultima possibilità, Clarence incastona una perla tra le strofe di quel pezzo, che ti fa sentire che in realtà la battaglia è già vinta, non c’è bisogno dell’approvazione degli uomini o del mercato, oppure del successo. E, poi, c’è un momento in cui tutti gli altri fanno un passo indietro, persino Bruce. In “Jungleland” Clarence ti prende per mano ed è come se ti dicesse di non avere paura, di fidarti, e ti fa sentire a casa. Bruce non poteva sostituire Clarence e Clarence non poteva lasciare Bruce.
Il 25 agosto di 40 anni fa, nel 1975, vede la luce “Born to Run”, il terzo album in studio di Bruce Springsteen e la E-Street Band, quello decisivo per donarci tutto quello che poi Bruce Springsteen ci ha regalato. Forse, la cosa che ha più senso fare è proprio chiudere con le parole del brano “Born to run”, perché come dice lui: “Un giorno ragazza non so quando, arriveremo in quel posto in cui tutti vogliamo davvero andare e cammineremo nel Sole, ma fino a quel punto vagabondi come noi … Baby we were born to run!”.

 



120 milioni di dischi venduti

The Boss è uno degli artisti più conosciuti del rock. Fra i suoi album di maggior successo si annoverano “Born to Run”, “Darkness on the Edge of Town”, “The River” e “Born in the U.S.A.”. In più di 40 anni ha venduto 120 milioni di dischi, ha vinto un Oscar per “Streets of Philadelphia”, 20 Grammy e l’onorificenza del Kennedy Center Honor.


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