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Sempre più piccoli, sempre più connessi

Come l'abuso dei social mina l'equilibrio dei giovani

Gio 22 Ott 2015 | di Maurizio Targa | Media
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I social network sono presenti in modo sempre più invasivo all'interno delle nostre vite. È ormai consuetudine, non solo per i più giovani, connettersi ad internet ed entrare ad esempio su Facebook, da dove è possibile comunicare con persone più o meno conosciute. La classica piazza di una volta, punto di ritrovo della gente, insomma, si è quasi definitivamente trasferita nel mondo virtuale. Normale evolversi dei costumi, conseguenza degli sviluppi della comunicazione? Può essere e, se tutto avviene in dosi limitate, niente di male. Un rapporto curato dall'Università Cattolica di Milano, presentato con il Family Online Safety Institute, ha posto l'accento però su fenomeni i quali, benchè conosciuti, alla luce dei numeri declinati presentano aspetti inquietanti.

Piccoli, ma soli in "piazza"
La soglia d'ingresso nei social si è abbassata in modo preoccupante: folle di ragazzini poco o nulla accompagnati da genitori o insegnanti navigano alla costante ricerca di isole digitali dalle quali poter interagire. L’indagine scopre che – mettendo sotto lente i ragazzi dai 9 ai 12 anni – più di sette adolescenti su dieci detengono regolarmente e col proprio nome un profilo sui social, soprattutto Facebook, e un account sulle app di messaggistica istantanea tipo WhatsApp. Piccolo particolare: per iscriversi a Facebook bisogna avere almeno tredici anni, età che sale a sedici “salvo il consenso dei genitori” per utilizzare WhatsApp. Questo vuol dire che una marea di ragazzini bara sulla propria età quando si registra. Controlli? Nessuno: puoi dichiarare di essere nato nel ’59 e postare foto mentre sei nella tua classe in prima media: a nessuno fregherà nulla. L'indagine ben si coniuga con un'altra svolta oltre oceano dall'istituto statunitense di ricerca Pew Research Center, il quale ha affermato, sempre riguardo gli adolescenti tra i 12 ed i 17 anni, che nonostante il 92% pubblichi contenuti sul proprio profilo utilizzando nome e cognome reali, appena il 9% di essi si dichiari preoccupato dell'utilizzo dei propri dati da parte di terzi. E questo nonostante il 91% degli interpellati pubblichi foto che li ritraggono “taggando” il proprio nome e cognome, il 71% indichi il nome della scuola che frequenta, il 53% l'indirizzo mail, il 20% il numero di cellulare. Dal focus dell'indagine è evidente, argomenta il Pew, come molti adolescenti potrebbero non aver compreso a fondo che le informazioni condivise possano essere utilizzate da terze parti non sempre a fini leciti o bonari. 

Non è mai abbastanza notte
La ricerca prosegue analizzando le modalità di fruizione dei social sempre da parte dei giovanissimi. Appare evidente come il loro utilizzo avvenga soprattutto di sera, spesso rintanati nella loro stanza magari coi genitori di là, a bearsi davanti un film. Non difficilmente la connessione si protrae verso le ore notturne, quando il resto della famiglia si è ritirato nelle rispettive stanze. A quante madri è capitato di vedere i figli sdraiati a letto, con le luci del display che si accendono e spengono sotto il piumino. Un’immagine comune anche in Gran Bretagna, che ha spinto il British Psychological Society Conference di Manchester  a monitorare 500 adolescenti inglesi, i cosiddetti "millenial" (cioè nati dopo il 2000). Anche in questo caso le conclusioni sono tutt’altro che incoraggianti: chi usa Twitter e Facebook prima di andare a dormire, o la notte, vede peggiorare la qualità del sonno, ma si rischiano anche disturbi più seri come depressione e ansia. Possibili contraccolpi pesanti anche sull’autostima, per colpa magari dei commenti spiacevoli di qualche coetaneo. «L’adolescenza è un periodo di grande vulnerabilità, per l’insorgenza di ansia e depressione, e una scarsa qualità del riposo notturno può avere un peso in questo senso – ha sottolineato la dottoressa Cleland Wood -. È importante capire la relazione tra l’uso continuo dei social media e questi problemi. Esiste un collegamento tra il loro uso e benessere, e bisogna tenerne conto».

Il rischio dipendenza
L'uso sfrenato di devices, come pc e telefonino, non è certo un problema che riguardi solo l’Europa: dal Giappone fanno sapere che i ragazzini in media possiedono uno smartphone dall’età di 11 e 12 anni e spendono in media cinque ore e mezza al giorno con lo sguardo puntato sullo schermo, con l’esito che circa il 25% di essi si possa arrivare a considerare dipendente da esso. Una patologia che ha seri contraccolpi sulla loro capacità di socializzazione, abituati a tenere rapporti con i coetanei esclusivamente via social, e palesemente in difficoltà quando il rapporto si fa reale. Il problema, alle soglie di divenire patologico, presenta sintomi ben definiti che vanno considerati un pre-allarme di problemi comportamentali seri, come leggiamo nella tabella. Soluzioni? Nessuno dei rapporti somministra ricette precise, ma di sicuro occorre ridurre il numero di ore trascorse dai ragazzi sul telefonino e soprattutto fissare un’ora in cui premere il tasto off. Forse come si usava dire un tempo, dopo Carosello basta smartphone!

 



I SINTOMI DELLA DIPENDENZA

Ecco qualche segnale che può evidenziare il manifestarsi di una patologia derivante da abuso di connessione.

Cambi repentini d’umore
Dovuti particolarmente alla mancanza di notifiche. Si alternano momenti di entusiasmo (magari per un commento positivo o un “mi piace”) ad altri di depressione se non si ricevono aggiornamenti.

Phubber, ovvero maleducazione 2.0
Si manifesta soprattutto a tavola, quando la necessità di aggiornare status o controllare la mail isola dalle persone reali e induce a smanettare, come neanche il più fomentato agente di Borsa.

Mania del controllo
La necessità, appena svegli e prima di andare a dormire, di controllare le notifiche di Facebook, Twitter e WhatsApp. La certezza di aver letto ogni notizia condivisa dagli altri utenti. Questo, soprattutto la sera, arreca un sovraccarico di tensione al cervello per cui si va incontro a insonnia o ansia.

Nomofobia
Azzeccata sintesi di “no-mobil-phone”, nessun segnale disponibile, e “phobia”, in greco “paura”, sopraggiunge in mancanza di rete 3G o WiFi, oppure quando non è possibile ricaricare lo smartphone. La sensazione è di perdere il controllo, perché non è possibile condividere quello che sta accadendo in quel preciso momento.

Check in
La necessità di doversi geolocalizzare in ogni luogo, per far sapere agli altri dove si è in quel momento. É sintomo di dover “confermare” la propria presenza, l’idea di esserci e che gli altri lo debbano sapere a tutti i costi.


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