acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Se andassero via davvero

Ospedali, fabbriche, stalle, trasporti: i nuovi italiani sono indispensabili per servizi ed erario

Ven 23 Ott 2015 | di Claudio Cantelmo | Attualità
Foto di 5

Come sono buoni i tedeschi. Accolgono tutti i migranti, aprono loro le porte, li vanno a prendere in macchina: mica come noi che a stento li sopportiamo, anzi cominciano a starci pure un po’ sulle scatole. Se proviamo a fare un po’ di conti, però, cominciano le sorprese. Scopriamo, per esempio, che rispetto a Berlino e dintorni, in realtà ne ospitiamo di più noi. Presenti in 2,7 milioni, producono il 9% della ricchezza italiana e rappresentano quasi l'11% della forza lavoro, versando al fisco 123 miliardi di euro l'anno. Mica chiacchiere. Si chiamano Mohammed, Vasile, Hanaa, Dimitru, Ioana, nomi ormai familiari col loro carico di storia, tradizioni e significati antichi e fanno soprattutto le colf, badanti, muratori, agricoltori. E sono parte di un fenomeno su cui gli economisti non hanno dubbi: a dispetto della propaganda di alcune parti politiche, l'immigrazione conviene. Perché chi arriva qui produce e paga le tasse. Da noi, senza il contributo degli immigrati, al governo mancherebbero oltre sette miliardi per coprire la Finanziaria e, secondo stime accreditate, per salvare le pensioni degli europei occorrono 250 milioni di rifugiati entro il 2060.
Pagano la crisi
In Italia, però, l'immigrazione è vissuta come emergenza e ancora scarsa è la sensibilità verso il “dopo”, ovvero quando l'inserimento del nuovo arrivato nel nostro contesto sociale è un fatto compiuto. Il nostro “quasi” 11% d’immigrati (10,8%) rappresenta una quota che va ben oltre la media europea (7,07%), e, sorpresa, ci posiziona in testa rispetto a Regno Unito e Francia (al 9,7 e 5,3%, ma ad onor del vero va detto che lì siamo ben oltre la cosiddetta “seconda generazione”) e alla decantata Germania (9,3%). Più che raddoppiati, in termini di forza  lavoro, rispetto al 2004, quando superavano di poco il 4%, oggi i migranti producono, vale la pena ripeterlo, il 9% della ricchezza italiana. Pagano però anche loro il prezzo della crisi: se il tasso di occupazione dei lavoratori stranieri è sempre stato superiore a quello degli italiani doc, nel 2006 era occupato quasi il 66% degli stranieri, contro il 58,5% dei nativi tricolori, attualmente il divario si è assottigliato a meno di due punti percentuali, principalmente a causa della crisi e del mutamento demografico. Mentre in prima battuta la presenza straniera era infatti composta quasi esclusivamente da lavoratori, oggi essa comprende, come seconda generazione, molti studenti.

A macchia di leopardo
Gli immigrati nel nostro Paese sono dunque un numero in costante crescita: da quindici anni a questa parte, fonte Istat, la loro percentuale è quadruplicata, passando dal 2,2% del 2000 all'8,2% di fine 2014 e in totale, tra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, i residenti non italiani hanno sfondato la soglia dei cinque milioni. La componente relativamente più numerosa è quella rumena (oltre un milione), che costituisce il 22% della popolazione straniera. Molto più distanti le altre etnie, con i cittadini albanesi e marocchini - al secondo e terzo posto quanto a presenza - che non raggiungono neanche quota 500mila.
L'attenzione, inutile sottolinearlo, è però focalizzata sui cittadini non europei: sono 3,9 milioni di persone ospiti in Italia con permesso di soggiorno, in maggioranza (oltre il 55%) di lungo periodo, fonte OCSE. La loro distribuzione in percentuale nello Stivale non è omogenea: in Sardegna, per esempio, non supera il 2,5%, mentre l'Emilia-Romagna veleggia oltre il 12, seguita da Lombardia (11,3) e Umbria (11,1). In Puglia e Calabria siamo attorno al quattro: metà della media nazionale.

Muratori, infermieri e badanti
Italiani e stranieri svolgono lavori molto diversi. Il 31,3% dei residenti extra-Ue si occupa di servizi collettivi e alle persone (è l'ambito principale), mentre solo il 5,2% degli italiani è impiegato in questo settore. Al contrario, se il 16% degli italiani lavora nel settore istruzione, sanità e servizi sociali, mentre soltanto il 3,7% degli extracomunitari orbita in tale comparto. Quasi un pareggio per ciò che concerne l'industria, dove trovano impiego il 20% degli italiani e il 19% dei cittadini extra-Ue.  I numeri narrano poi che un terzo di muratori, capomastri e manovali arrivano dalla Romania, dal Marocco, dalla Tunisia, dall'Albania; nel 2014 alla Cassa edile, su 29.000 iscritti ben 11.300 erano extracomunitari. In ospedale e soprattutto nelle cliniche private, è sempre più frequente essere accuditi da infermieri specializzati e generici che hanno imparato il mestiere in Romania, Albania, Moldavia. Come non sottolineare come sia divenuto normale comprare la verdura dal pakistano, il pigiama o le ciabatte dal cinese, la pizza dall’egiziano. Quanti organizzano il trasloco di casa con la ditta del Bangladesh o fanno imbiancare i muri dalla piccola impresa ucraina. Perché i nuovi arrivati faticano, e tanto, e tutto non può ridursi all’immagine dei due ragazzi di colore fermi a non far nulla al bar sotto casa o alla famiglia rumena che ha occupato senza diritto l’alloggio popolare. È un malcostume ben diffuso anche tra i nostri connazionali doc. Se i quattro milioni di nuovi arrivati se ne andassero domani, invece, si fermerebbero ospedali, fabbriche, stalle, negozi, ristoranti, trasporti, servizi. Anzi, si fermerebbe tutto, perché molti di noi dovrebbero rinunciare al lavoro per accudire figli piccoli o genitori anziani. Agli immigrati onesti che lavorano - la grandissima maggioranza - occorre facilitare l'accesso alla cittadinanza. In cambio bisogna chiedere adattamento, impegno, lealtà, conoscenza della lingua. Questi i fatti, il resto sono chiacchiere.
 



PRENDONO MENO

Un elemento differenziale tra italiani e stranieri che emerge con prepotenza è quello remunerativo: a parità di lavoro non corrisponde parità di compenso. L'80% dei dirigenti italiani guadagna più di duemila euro al mese contro il 58% dei pari livello di origine extra europea. E ancora: se l'8,3% degli occupati italiani guadagna più di duemila euro al mese, la percentuale scende ad appena lo 0,6% per i lavoratori venuti da fuori. Ancor più nel dettaglio: l'80,8% dei cittadini stranieri guadagna un massimo di 1.200 euro al mese, quasi il doppio rispetto agli italiani (43,8%), e mentre il 55,2% degli italiani guadagna oltre 1.200 euro, la percentuale scende al 19,2% per i nuovi arrivati.


Condividi su:
Galleria Immagini