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Quello che non si dice sull'olio di palma

Si trova in tutto, ora è nel mirino. L’OMS da anni mette in guardia

Gio 26 Nov 2015 | di Roberto Lessio | Attualità
Foto di 9

Negli ultimi mesi in tutto il mondo si è sviluppato un acceso dibattito sulla pericolosità o meno dell’utilizzo dell’olio di palma, soprattutto negli alimenti per i bambini. Ce ne siamo occupati anche noi di Acqua & Sapone nel numero di aprile di quest’anno. Il motivo di tanta attenzione si spiega con questi numeri: il 65% dei grassi vegetali, cioè degli olii e delle margarine estratti dalle piante e dai loro frutti, che si stanno consumando ogni anno a livello mondiale è proprio olio di palma.
La produzione globale è raddoppiata negli ultimi dieci anni ed è destinata a raddoppiare di nuovo entro il 2020. Per dare un termine di paragone si pensi che l’olio di oliva, di gran lunga ritenuto il più salutare tra tutti i grassi messi insieme, includendo quindi anche quelli ottenuti dagli animali e dai pesci, rappresenta invece solo il 3% del consumo mondiale.

PROPAGANDA SUI GIORNALI
Nei mesi scorsi in Italia, sui principali quotidiani nazionali e su almeno sette importanti riviste rivolte ad un pubblico femminile, è comparsa una pubblicità a pagamento in difesa dell’uso di questo prodotto. Questo in risposta alle forti contestazioni sul grasso estratto dai frutti e semi di palma: veniva anche contestata la sua pericolosità per la salute umana, il fatto che la sua produzione non rispetterebbe la Natura e la biodiversità degli ecosistemi, anche a causa della deforestazione. L’inserzione a pagamento è stata voluta dall’Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane (AIDEPI), alla quale aderiscono le più importanti industrie alimentari italiane. Immancabili poi sono arrivati gli appelli ad una corretta informazione e contro la demonizzazione di una produzione che nei Paesi d’origine da lavoro a milioni di persone. Appello che anche noi raccogliamo riportando quello che ci risulta, dopo aver verificato attentamente tutte le fonti. Non è certo nostro stile né nostra intenzione gettarci nelle discussioni da "ultras", tra chi fa il tifo per una tesi o per quella opposta.
Stiamo ai dati. Quello che qui scriviamo è documentato e lo pubblichiamo solo per una informazione corretta.

VEGETALE... MA SOLO DI NOME
Il rischio derivante dal consumo eccessivo e inconsapevole di olio di palma è stato segnalato ormai da anni dall’Organizzazione Mondiale della Sanità attraverso lo studio “Diet, Nutrition and the Prevention of Chronic Diseases WHO Technical Report”, Series 916, Ginevra, 2003, pagine 82 e 88: non uno studio qualsiasi, quindi. I rischi derivano proprio dagli acidi grassi contenuti in questo tipo di olio, in quanto alcuni acidi grassi presenti al suo interno alzerebbero il livello del colesterolo nel sangue. Gli “imputati” sono quelli che hanno 12, 14 e 16 atomi di carbonio e corrispondono rispettivamente all’acido laurico, all’acido miristico e all’acido palmitico. Quest’ultimo, che è già presente nel latte, nei formaggi e nella carne, lo si ritrova anche in tantissimi prodotti di largo consumo senza che ce ne accorgiamo. I rischi cardiovascolari che ne derivano quindi non possono essere gestiti in un normale contesto di consapevolezza da parte dei consumatori: si chiama vegetale, ma è come certi grassi animali.
Però se mangio burro so che viene dalle mucche e che è un grasso animale e che ha certe caratteristiche dei grassi animali.

DEPRIME IL SENSO DI SAZIETÀ
Inoltre, un altro autorevole recente studio finora mai smentito (Journal of Clinical Investigation - Benoit et al. 2009), ha dimostrato che questi acidi grassi, in particolare quello palmitico, deprimono il senso di sazietà nell’assunzione di cibo, creando così una vera e propria dipendenza da esso. Senza trascurare il fatto che l’uso smodato di questo tipo di grassi è giustificato soprattutto da necessità industriali, piuttosto che nutrizionali. Ce lo conferma il sito ufficiale della Nestlè, una delle più grandi multinazionali del settore alimentare.
Si usa l’olio di palma perché: “… possiede un’ampia versatilità tecnologica e proprietà uniche che influiscono sulla struttura, aspetto, gusto e tempo di conservazione di molti prodotti. L'olio di palma viene utilizzato poiché ha un sapore neutro e per il suo elevato tenore di acidi grassi saturi (caratteristica che ha in comune con altri prodotti alimentari come il burro), che gli consente di non irrancidire. Grazie alle sue proprietà fisiche (durezza, consistenza e plasticità), conferisce ad un ampia gamma di alimenti una consistenza molto apprezzata (cremosità o croccantezza a seconda dei casi)”. Più chiaro di così…
 



Olio sostenibile: chi garantisce?

Per invertire le tendenze nocive in danno dell'ambiente e dei lavoratori legate alla produzione dell'olio di palma è stata promossa la RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil - Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile). Dal 2004 si prefigge l’obiettivo di certificare l’olio di palma e i suoi derivati ottenuti da processi produttivi sostenibili e rispettosi degli ecosistemi. La certificazione si sostanzierebbe in un marchio apposto sui contenitori. Ma l’organizzazione comunque risulta controllata anche dalle industrie del settore. Dopo oltre 10 anni dalla sua istituzione solo il 20% dell’olio di palma attualmente utilizzato a livello mondiale risulta certificato.
 



Non solo cibo, palma ovunque

Un business che nel frattempo si va estendendo anche ad altri settori: dai prodotti per la cura della casa (saponi e detergenti) agli alimenti per animali e persino alla produzione di energia elettrica come presunta fonte rinnovabile.
L’olio di palma infatti oggi viene importato anche in Italia come “bio-combustibile”, per alimentare centrali elettriche che in tal modo ottengono cospicui incentivi dallo Stato, come se fossero vere energie pulite (solari, eoliche, idriche, geotermiche, ecc.).
 



Etichette furbette: perché?

La presenza di olio di palma per molti anni, fino al 2014, è stata indicata  sui prodotti con la genrica dicitura “olio vegetale”, senza dire  a chiare lettere di quale grasso si trattasse. C'è voluta una direttiva europea per far sì che questo ingrediente fosse scritto sulle confezioni degli alimenti. Ora, però, vi sono anche aziende che specificano sui propri prodotti che essi non contengono olio di palma. Già nel 2013 la WBA, World biodiversity association onlus, ossia l'associazione mondiale per la biodiversità fondata da diversi esperti naturalisti, ha creato un marchio "Palm Oil Free". Ossia un bollino messo a disposizione gratutiamente delle aziende per indicare l'assenza di questo grasso su diversi prodotti.
 



Danni a natura, persone e bambini

I fautori dell’olio di plama dicono anche che tra le principali colture oleaginose, la palma da olio ricopre la percentuale minore di terra (il 5,5%) tra tutte le colture che servono a produrre oli e grassi vegetali a livello mondiale. Allo stesso tempo però produce la percentuale più elevata di olio (il 32%) rispetto al peso dei frutti dai quali lo si estrae. Di conseguenza serve meno terreno per produrre la stessa quantità d’olio ottenibile da coltivazioni quali il girasole, la soia o la colza. Questo è senz’altro vero, ma gli alberi di palma crescono solo nelle zone tropicali, proprio dove esistono i cosiddetti polmoni della Terra: le foreste pluviali che durante la fotosintesi assorbono l’anidride carbonica (il principale gas serra che rovina il clima), producendo l’ossigeno.
Per far posto alle piantagioni di palme si stanno distruggendo progressivamente proprio queste foreste ed è da questo punto di vista che va valutata la convenienza complessiva. Senza parlare dei danni che si stanno procurando alla biodiversità dell’intero pianeta. Non a caso circa l’85% dell’olio di palma consumato viene prodotto in due nazioni tropicali, Malesia e Indonesia, rispetto alle quali c’è ancora molto da sapere sulle condizioni economiche, occupazionali ed ambientali, che rendono così economico questo prodotto. Lo ha svelato un recente articolo sul quotidiano inglese “The Guardian”. Per produrre, estrarre e lavorare l’olio di palma in questi due Paesi viene impiegata attualmente una massa di 3,5 milioni di persone, composta quasi esclusivamente da migranti provenienti da Paesi vicini più poveri: in particolare da Filippine, Nepal e Bangladesh. Soprattutto in Malesia questi lavoratori sono privi di documenti e le leggi locali risulterebbero molto ostili nei confronti dei migranti. Ad esempio, perché legano i loro permessi di soggiorno ad uno specifico datore di lavoro, il che rende impossibile per loro cercare migliori opportunità in altre piantagioni o in altri settori produttivi.
La Malesia non ha mai firmato le due convenzioni internazionali che stabiliscono gli standard sui diritti dei migranti utilizzati come forza lavoro.
Un problema ulteriore è quello dei bambini apolidi, cioè senza cittadinanza, perché nati da genitori senza documenti. Ce ne sarebbero oltre 60mila che per tale motivo non possono accedere ai servizi pubblici, compresa la sanità e l'istruzione. Altissima è anche la percentuale di lavoro minorile, dovuto principalmente alle quote elevate di raccolta imposti ai loro genitori.
 


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