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Italiani analfabeti

Sgrammaticature, uso eccessivo delle parole straniere, accenti sbagliati, abbreviazioni incomprensibili: ecco come stiamo impoverendo la nostra lingua

Gio 26 Nov 2015 | di Barbara Savodini | Attualità
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«Le scuole non sono più quelle di una volta!» Ripetono sempre più spesso i genitori ai propri figli alla vista di un “ke” sul quadernone o di un apostrofo di troppo. Ma cosa succede quando sono proprio loro, gli adulti, a sbagliare? A smascherare all’improvviso gli over, che avrebbero fatto bene a non distrarsi durante le lezioni di grammatica, è stato il re del social network, Facebook, quello a cui si è iscritto anche chi, non essendo nativo digitale, era totalmente digiuno di informatica.
L’invenzione di Zuckerberg, insomma, ha stravolto la società: idee, emozioni e pensieri transitano alla velocità della luce dalla mente al display dello smartphone e poco importa se, nel corso di questo passaggio repentino, muore un congiuntivo, scompare un’acca o si rinuncia alla punteggiatura, magari dando vita ad un interminabile e sgrammaticato flusso di coscienza. Ad aggravare l’emergenza ortografica, ci si mettono anche i forestierismi (nessuno sembra più ricordare che nella lingua italiana i termini stranieri sono invariabili) ed il maldestro tentativo di molti di comunicare per hashtag. Un fenomeno di impoverimento della lingua italiana che, sorpresa, è noto come “analfabetismo di ritorno”: a sbagliare, in sostanza, non sono né gli anziani, il cui corso di studi con buone probabilità può essersi fermato alla quinta elementare, né esclusivamente i giovanissimi, ma soprattutto gli adulti. Nel mirino dei linguisti ci sono quindi imprenditori, politici, professionisti, persino laureati i cui pensieri si riversano senza filtri sui social, in una fiera degli orrori senza fine. E così finisce che siano i figli a rimproverare i genitori per gli errori, ma anche per le eccessive manifestazioni di affetto alla portata del mondo intero, soprattutto se non si ha dimestichezza con le impostazioni sulla privacy. Il caso, emerso ormai da qualche anno, è uno dei più dibattuti dai linguisti (ma anche dai sociologi) italiani, tant’è che sul tema esiste persino già un romanzo (“La strage dei congiuntivi” di Massimo Roscia).

Gli errori più comuni
Correttori automatici e suggeritori, soprattutto quanto si scrive con lo smartphone, sono inefficienti  contro alcuni degli errori più frequenti che, secondo Roscia, spaziano dai banali monosillabi senza accento (“stò”, “sò”, “quà”) ai più gravi problemi di utilizzo del congiuntivo, come il classico “se io sarei”. L’orrore si tinge di imbarazzo quando sfugge in un post d’amore (“ti penzo”) oppure, come spesso capita, quando compare in una frase di denuncia (“non ce niente di più terribile di un ignorante in azione”). E se, ad onor del vero, commentare con un “ke hai fatto” è una prerogativa dei giovanissimi, sono sempre meno gli adulti che ricordano di scrivere “sì” con l’accento e “qual è” senza apostrofo. Per i casi più gravi forse non c’è più speranza, ma, per chi ha soltanto delle lacune e ci tiene alla propria reputazione, seguire qualche piccolo consiglio può aiutare a limitare il numero delle figuracce e a rendere più credibili post e commenti.

Qualche semplice consiglio
La prima regola è quella di ricordarsi che, oltre ai punti sospensivi, esistono altri segni di interpunzione, fondamentali per dare la giusta intonazione alla frase e che, nel caso li si voglia usare, sono soltanto tre. «Aumentare i puntini – spiega ironicamente la scrittrice ed editor Alice Basso, autrice di una serie di volumi su questo tema  - non significa aumentare la suspense: significa semmai perdere il tempo guadagnato, scrivendo “nn” nello status precedente». Quanto ai dubbi che possono attanagliare anche i più istruiti (camicie con la i o senza la i?) ecco uno scioglilingua utile per ricordare che la lettera “c” preceduta da consonante non vuole la i: “arance con le bucce, valigie di ciliegie”. Prima di schiacciare invio, inoltre, fermatevi a guardare le proposte del suggeritore automatico che, se nulla può contro gli errori di sintassi, è invece un ottimo maestro per quanto riguarda le incertezze grammaticali. Ora che la messaggistica istantanea, WhatsApp per intenderci, ha sostituito i vecchi sms, bando infine alle abbreviazioni, scorrette oltre che inutili. 
 
Anglicismi sì, anglicismi no
Per molti quella contro gli anglicismi è una vera e propria crociata ma, a conti fatti, oggi giorno la lingua italiana senza la sua buona dose di parole inglesi appare come monca. Ben vengano i forestierismi dunque, purché siano scritti senza errori e purché si ricordi che, qualora vengano utilizzati in una frase di senso compiuto in italiano, sono invariabili. Sì quindi ad espressioni come “friends time”, anche se rientra nelle famosi frasi stereotipate tanto odiate dai linguisti puri, ma no a miscugli come “Dopo una giornata di lavoro non c’è nulla di meglio di uscire con i friends ed andare per pubs”.  Infine, quando sono anglicismi superflui (il termine tecnico è “prestiti di lusso”) o quando si è incerti nella grafia, meglio ricorrere ad un corrispettivo italiano. Del resto, facciamo già tante figuracce con la nostra lingua perché storpiare anche quella dei cugini inglesi?
 



Che orrore!

Ecco qualche esempio di analfabetismo di ritorno:
• I puntini di sospensione sono 3
• “Qual è” va senza apostropo
• “Sì” è con l’accento (diverso dal “si” nota musicale)
• Perché non si scrive xké;
• Sto, so e qua vanno senza accento;
• Occhio alla “s” da non confondere con la “z”: ti penso e non ti penzo;
• Evitate di inserire parole inglesi in frasi italiane; 
• Arancie o arance? Ricordate che la c preceduta da consonante non vuole la i;
• Lo slang che usate sui social o su WhatsApp evitate di impiegarlo nella scrittura quotidiana.


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