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Joaquin Phoenix: Genio e sregolatezza

E' un artista impossibile da fotografare, da catturare o racchiudere in un’istantanea

Gio 26 Nov 2015 | di Giulia Imperiale | Interviste Esclusive
Foto di 17

Parlare con Joaquin Phoenix è come assistere ad un numero di magia: più ti avvicini per carpire i trucchi e più ti allontani dall’illusione del prestigiatore. Camaleontico e imprevedibile, l’artista trasforma un’intervista in un’avventura o un’impresa, di quelle che i funamboli portano a termine in bilico a svariati metri d’altezza, senza rete. Non sai mai cosa aspettarti e quell’incertezza te la ritrovi proiettata sul grande schermo, quando ti spiazza nei ruoli meno convenzionali possibili. Prendiamo ad esempio “Vizio di forma”, il film uscito a marzo 2015: ha il ruolo di un detective privato sulle tracce di un mistero che coinvolge la donna che ama, eppure sotto, dietro e intorno al caso succede di tutto. Allora lo spettatore deve rinunciare ad afferrare l’essenza del personaggio così come il pubblico deve smettere d’incasellare Phoenix in una categoria. Qualsiasi aggettivo gli sta decisamente stretto, anche se prova a spiegare qualcosa di sé attraverso le maschere indossate sul grande schermo…
Per “Vizio di forma” è stato catapultato indietro nel tempo fino agli anni Settanta e ci è riuscito talmente bene da sembrare Neil Young!
«Hai detto bene! Infatti il regista mi ha dato come primissimo riferimento proprio una sua foto e a lui mi sono ispirato nel look, con quei capelli e i basettoni, ma poi me ne sono dimenticato e nel processo di creazione del personaggio quest’immagine si è amalgamata al resto. A me Neil Young piace moltissimo».

Come ci si prepara ad un tuffo nel passato?
«Io ho utilizzato il materiale che il regista ha accumulato di quel periodo, tra cui molti libri, ma ho passato in rassegna talmente tanta roba che non ricordo da dove ho attinto che cosa. Ci ho messo un paio di mesi per prepararmi».

Usa lo stesso metodo per tutti i film?
«No di certo. Ti faccio due esempi legati alla regia di Paul Thomas Anderson per spiegarmi meglio. In “The Master” ho sentito il bisogno di prendere il tormento interiore del personaggio e di esternarlo in modo evidente, volevo che il pubblico vedesse quel malessere. In “Vizio di forma” ho colto lo spirito del tempo, prendendo in prestito le espressioni buffe che ho visto negli attori dell’epoca al cinema e in tv, che in alcuni casi sembravano quasi un cartone animato».

Sembra che ultimamente le affidino ruoli di uomini soli. Perché?
«Chi vede queste analogie forse è il primo a sentirsi solo, io non mi pongo questo problema, ma trovo interessante che in molti mi facciano notare le similitudini con “Lei”. Per me il film ruota attorno al significato che il pubblico gli dà, alla percezione che ha di una storia e ognuno ci vede quello che vuole».

Quindi anche il punto di vista dell’attore è soggettivo?
«Certamente: l’interpretazione che un attore fa di un personaggio è soggettiva e inevitabilmente trasmette delle sue caratteristiche personali ad un ruolo, dà vita ad alcune parti di sé attraverso la macchina da presa».

Chi è per lei l’attore?
«Per me colui che fa da filtro ad una storia. Uno stesso film girato da interpreti diversi alla fine diventa un’altra cosa, per questo io ci tengo a mettere sempre qualcosa di mio, anche se non sempre in maniera consapevole».

È un perfezionista sul lavoro?
«A volte in un film finiscono cose che non pensavi di aver messo, si creano legami fortissimi sul cast, ma esistono giorni in cui lotti con una scena e giorni in cui tutto va liscio. Io, per esempio, non ricordo se ho fatto delle cose improvvisando o costruendole a tavolino. Capita persino che ti sfuggano le motivazioni».

Niente ricerche?
«Non sono nel mio stile. Prima mi faccio un’opinione e poi cerco di trovare conferme che la avvalorino. Hai presente quando fai gli esami e poi ti scordi tutto appena uscito dall’aula? Io conservo tutte le memorie dei lavori in delle scatole e una volta finito il film le metto da parte, forse ho uno stile a compartimenti stagni, ma quando sono sul set prendo appunti, subito dopo lascio andare tutto. Ecco perché non mi pare che ad esempio se faccio un film sugli anni Settanta poi quando termina ho imparato qualcosa su quell’epoca: le informazioni dimorano in una certa parte del cervello il tempo necessario alle riprese».

Ha già preparato la scatola che le servirà per il film di Woody Allen che girerà?
«(Ride - ndr) Di questo progetto non posso parlarne, la scatola è pronta e sto leggendo libri di filosofia, ma per il resto ho la bocca cucita».

Ci fa il nome di un artista che di recente l’ha colpita?
«Reese Witherspoon, ma non è un nuovo incontro, ci ho lavorato sia in “Vizio di forma” che in “Quando l’amore brucia l’anima”: è una tipa bella tosta, diretta, non te le manda a dire le cose. Mi piace lavorare con lei non solo perché ha talento, ma per il suo carattere».

I suoi ultimi personaggi o sono legati al passato o al futuro. Non ha voglia di un bel ruolo dei giorni nostri?
«Cavolo, non ci avevo fatto caso… mi ci vedrei bene a fare un bel film contemporaneo, magari mi capiterà un’occasione presto…».
In passato si è anche cimentato nei video musicali…
«E per questo chiedo scusa a voi tutti! (Ride - ndr)...».
 



FIGLIO DI HIPPIE

Il quarantenne Joaquin Rafael Phoenix vanta una carriera variegata, che va dalla musica alla recitazione. Ha collezionato tre nomination agli Oscar per “Il Gladiatore”, “Quando l’amore brucia l’anima” per cui ha vinto un Golden Globe, e “The Master”, che gli è valsa la Coppa Volpi al Festival di Venezia. I genitori si sono conosciuti durante un autostop e trasferiti con i cinque figli, dopo varie comunità hippie, in Sud America presso una missione. Intanto, Joaquin si è ribattezzato “leaf” (foglia) in onore alla natura, ma a 15 anni ha preferito chiamarsi “fenice”, come simbolo di rinascita dalle ceneri. Al cinema lo abbiamo visto a marzo con “Vizio di forma”. A dicembre esce nelle sale nel film “Irrational man”, ultima opera di Woody Allen.


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