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Parità di genere? In Italia meglio che altrove

Sorpresa: da noi le disparità sono la metà rispetto alla media UE

Gio 26 Nov 2015 | di Maurizio Targa | Attualità
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Che siano loro il vero sesso forte, restano pochi dubbi: più longeve, resistenti alle malattie e con un cervello i cui emisferi comunicano meglio e di più. All'Università (fonte Miur) il sorpasso è già prodotto: le studentesse sono più numerose e si laureano di più. Anche dal punto di vista occupazionale i riscontri sono oggi confortanti: secondo uno studio della Commissione europea, infatti, tre nuovi posti di lavoro su quattro sono occupati da donne e l'occupazione femminile è aumentata notevolmente nel corso degli ultimi anni anche tra le lavoratrici anziane. C'è però ancora molto da fare, in quanto la situazione delle donne sul mercato dell'occupazione resta svantaggiata rispetto agli uomini. Le differenze retributive sulla base del genere sono state fotografate dal Gender gap report 2015, uno studio realizzato dall’Osservatorio del portale JobPricing, e i dati parlano chiaro: nonostante i migliori risultati dal punto di vista dell'istruzione (le donne rappresentano quasi il 60% dei nuovi laureati), sul mercato dell'occupazione si registrano ancora differenze importanti. Prendendo in considerazione i Paesi UE, le buste paga in rosa risultano in media il 15% più leggere rispetto agli uomini, gap che ha ovvie conseguenze anche sui trattamenti di fine carriera e sulla consistenza dell'assegno pensionistico. Frutto di anni o meglio di secoli di diversa considerazione, è anche importante lo squilibrio per quanto concerne la presenza nei posti dirigenziali, sia politici che economici: meno di un terzo dei dirigenti sono donne e i consigli di amministrazione delle 50 maggiori aziende europee quotate in borsa contano solo una donna ogni dieci uomini.

Da noi? Meglio che altrove
E in Italia? A sorpresa, va meno peggio: gli uomini hanno ancora un robusto vantaggio, guadagnando in media il 7,2% in più rispetto alle signore (nel dettaglio la retribuzione lorda maschile annua 2014 è stata in media  29.891 euro, contro i 27.890 delle colleghe), ma, come è evidente dalle percentuali, il gap salariale è inferiore della metà rispetto ai paesi europei.  Nella classifica dei Paesi più virtuosi (o meglio, di quelli meno discriminatori) all’interno dei 28 Stati dell’Unione europea, l’Italia si piazza infatti ad un dignitoso quarto posto, dietro Slovenia, Malta e Polonia, e la presenza femminile nelle posizioni di rilievo delle società tricolori si è fatta più consistente nell’arco degli ultimi dieci anni.
Bene l’agricoltura, malissimo nei servizi.
Prendendo in esame il divario salariale nei settori lavorativi, lo studio sottolinea come nel nostro Paese la forbice si allarghi soprattutto nei comparti servizi finanziari (+27,5% in favore degli uomini) e servizi alla persona (+14%).
La tendenza si inverte invece nei settori agricoltura (dove le donne guadagnano il 13,2% in più) ed edilizia (+12,6%). Qui tuttavia – puntualizza il documento – la componente femminile è molto ridotta e destinata a mansioni per lo più impiegatizie o manageriali mentre la presenza maschile ha carattere fortemente operaio, condizionando il dato. Analizzando però la retribuzione nelle industry (ossia le specificità settoriali), si nota come l’ago della bilancia penda a favore degli uomini in ben 27 casi su 34. Per esempio, nel settore assicurazioni il margine si attesta addirittura al 42,8% ovviamente pro-maschio, nel comparto moda al 37,2%.  
 



Il capo? Ancora uomo, ma presto...

E lo squilibrio continua ad essere evidente  anche considerando livello di istruzione e stipendio: nel nostro Paese, come detto, il numero di donne lavoratrici e laureate, 3,5 milioni, supera ormai quello dei colleghi maschi, che si fermano a 2,9 milioni. Eppure, un uomo con un titolo accademico guadagna in media 48mila euro lordi all’anno, una donna solo 36mila. Le differenze sottolineate dallo studio non si fermano al divario salariale, ma toccano anche le gerarchie all’interno delle aziende: nei ruoli di vertice, il 71% dei dirigenti e il 58% di quadri sono uomini. Tuttavia, la presenza femminile nelle posizioni di rilievo si è fatta più rilevante nell’arco degli ultimi dieci anni, come precedentemente accennato (dal 24% del 2004 al 29% del 2013), mentre il dato relativo alle lavoratrici occupate con il ruolo di quadro è aumentato dal 39 al 42%. A livello territoriale il 61% delle donne inserite in Consigli di Amministrazione si trova al nord, il 34% al centro, solo il 5% al sud. Toscana e Umbria le regioni più rosa, ultima la Basilicata. Il futuro? Dovrebbe tingersi maggiormente di rosa: il rapporto motiva la persistenza del divario col fatto che l’età anagrafica degli uomini laureati è mediamente più alta e, di conseguenza, gli scatti d’anzianità e le posizioni lavorative raggiunte nel corso degli anni hanno permesso loro di ottenere stipendi più elevati. Le donne invece – profetizza il documento – hanno ottenuto più tardi questo livello di scolarità, perciò il loro livello retributivo è destinato a salire nei prossimi anni, quando raggiungeranno con maggior frequenza i ruoli che ora sono prevalentemente appannaggio maschile, restringendo così il gap con gli uomini.


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