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Vuoi educare? Sii felice

Mai farsi bloccare da regole e paure di sbagliare: se viviamo noi il nostro bene, allora li educhiamo

Gio 26 Nov 2015 | di Francesco Buda | Bambini
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Guai a mettersi al loro posto, a considerarli roba nostra o martellarli sui "valori", la scuola, il futuro. E per favore basta con rampogne religiose e diktat "per il loro bene". «I nostri figli bisogna lasciarli stare, quello che veramente gli serve non è la nostra morale, le regole o bei discorsi. Responsabilità di ogni genitore è invece cercare la propria felicità: questo educa. Quel che sentono e che li sostiene è la testimonianza. Io a 15 anni ho smesso di andare a messa, era il '68, e poi ho ripreso a interessarmi di fede, non perché mio padre mi dicesse di andare in chiesa, ma perché vedevo che lui stava bene, che era 'conveniente' credere e cercare nella realtà il vero, il bene, il bello. Mio papà si preoccupava della sua di santità, non di quella dei suoi 10 figli!». Niente caccia al metodo giusto o alle istruzioni per l'uso per tirar su la prole senza errori.  «Parlare di educazione non è parlare di bambini, ma è parlare di noi adulti».
A parlare, anzi a testimoniare, è il prof Franco Nembrini, fondatore della scuola libera "La Traccia", autore del libro "Di Padre in Figlio". Divulgatore di Dante Alighieri nel mondo, da dicembre sarà di nuovo sul piccolo schermo con un programma di Tv2000: spiega il sommo poeta all'insegna della misericordia, raccontando quanto possa educarci la Divina Commedia. Del resto, spiega il Prof, «Dante è un testimone; ci dice "ragazzi, se volete io vi porto a fare un'esperienza che io ho già fatto e vi assicuro che siamo fatti per le stelle e che il cammino è positivo, ci si può arrivare". È quel che i piccoli e i giovani si aspettano dagli adulti. I figli, qualsiasi cosa facciano, in realtà con la coda dell'occhio ti guardano sempre e che ti vedano lieto e forte davanti alla realtà è l'unico modo che hai di educarli. Il segreto dell'educazione è non avere il problema di educare, perché se è un problema educare per te, diventa subito un problema per loro. Se hai il problema di convincerli di qualcosa e di farli diventare in un certo modo, loro si scatenano, reagiscono, sentono che c'è una cosa che gli vuoi mettere sopra e non l'accettano, perché la sentono come una menomazione della libertà. E hanno ragione. I ragazzi sono pieni di paura e incertezza, si sentono sulle sabbie mobili, perché non hanno davanti adulti capaci di testimoniare una certezza e una speranza sufficiente di fronte alla vita».

Ma di solito si pensa e si fa il contrario, ci si scapicolla per il figli, si insiste sui "valori"...
«L'educatore non ha altro da fare se non testimoniare, rendere conto nei fatti di un'esperienza di positività. La vita, la realtà sono positive. Ciò che bisogna sapere nella vita non è la fisica, la matematica, il greco o il latino. La statura dell'uomo, il valore della persona, è dato dalla certezza su cui riposa la sua giornata, la sua vita, la sua decisione. Questo si aspettano i nostri figli da noi».

Come fare, in un mondo come questo?
«Noi cerchiamo di insegnare ai nostri figli le cose buone, a fare i bravi, a fare i buoni, a non dire le bugie. Ma quando diventano grandi è come se ti domandassero: "Ma scusa papà, perché dovrei fare il buono in un mondo che dice esattamente il contrario? Perché non dovrei mentire quando conviene un po'? Perché non dovrei rubacchiare? Perché mi devo impegnare?". I valori di per sé non sono niente; i valori devono essere fondati. Non si tratta di insistere con l'altro affinché sia buono, l'altro è quel che è. Il figlio chiede in sostanza su cosa si fonda quello che gli dici e gli chiedi di praticare. Ed occorre potergli dire, senza perfezionismi o paure di sbagliare, "ragazzo mio, sono anch'io come te, siamo sulla stessa barca, ho lo stesso problema che tu hai di fronte al male, alla noia, al nulla che certe volte sembrano divorare le cose; vivo la stessa possibilità che la vita in fondo possa essere una tragedia. Da questa possibilità di male, dall'ipotesi che sia il nulla a vincere, io sono stato salvato, tirato fuori, mi è accaduta una cosa". Come racconta la Bibbia nel Deuteronomio: "Il Signore ci fece uscire dalla schiavitù dell'Egitto, ha mantenuto la promessa, mi ha portato nel paese che aveva promesso ai nostri padri"».

Qual è questo paese?
«È un rapporto buono e positivo con il reale, la scoperta che la realtà è buona e positiva. Sei un non credente? È uguale. Ai miei figli cerco di testimoniare che Dio ha mantenuto la sua promessa di tirarmi fuori dal male e dal nulla, e mi ha messo nel cuore un desiderio di felicità. Tutta la meraviglia, tutta la bellezza dell'educazione sta in questo: che un figlio possa guardare suo padre e sua madre e sentire che c'è una promessa di bene nella vita di cui sono testimonianza. Una promessa che lo incoraggia, lo sostiene e lo tira fuori dalle sabbie mobili di un'incertezza che invece è la malattia del secolo, la paura della realtà. Non si può educare a furia di raccomandazioni e discorsi».

E quando però si sbaglia, si è incoerenti?
«Non si tratta di coerenza etica o comportamentale, i nostri figli capiscono che siamo dei 'poveracci' come loro, che mamma e papà non sono superman, non sono Dio, non sono perfetti e ce lo perdonano. Far finta di essere perfetti, l'assillo di non sbagliare è inutile e fa male. Quel che non ci perdonano è la mancanza di una ipotesi buona sulla vita. Non abbiamo paura di sbagliare! Coerenza non è che non sbagliamo mai, ma è il fatto che possiamo sbagliare su tutto, ma teniamo duro rispetto a quella ipotesi che ci fa vivere, sul fatto che vale la pena essere venuti al mondo. Lì il figlio sente che mamma e papà tengono, che ci stanno saldi rispetto allo scopo del vivere e alla speranza che hanno cercato di testimoniargli».

E se i figli non ci stanno?
«Tutto questo va oltre il consenso stesso del figlio. Errore gravissimo è far dipendere la propria felicità dalla risposta del figlio. È tremendo perché un bimbo non può reggere la responsabilità della felicità della mamma o del papà. Ha diritto ad avere un papà e una mamma la cui ragione di felicità è più grande del figlio, viene prima del figlio e regge anche di fronte al "no" del figlio. Quando poi l'adolescente si ribella, ne combina di tutti i colori e tira la corda quasi fino a spezzarla, sta facendo semplicemente il suo "mestiere", cerca di capire se suo padre e sua madre hanno una ragione di speranza più grande dei suoi "sì" e dei suoi "no", se la casa è fondata sulla roccia o sulla sabbia. Dobbiamo lasciarli andare, invece spesso o chiudiamo le porte di casa per non farli uscire o diciamo "vengo con te", per tenerli d'occhio meglio».
 
Lei dice che bisogna lasciarli stare: che significa?
«Significa che abbiamo una illusoria presunzione, un equivoco clamoroso, un malinteso bene del figlio per cui pensiamo di sapere a priori cosa sia il bene di nostro figlio, che invece il suo bene se lo deve cercare e trovare lui. È la scorciatoia per cui se riesco a far entrare mio figlio nel giro giusto, se lo convinco che il bene è andare in chiesa e fare il cristiano, se lo controllo e riesco a fargli fare quelle che dico io, allora è a posto. Ma così ottengo un clone di me, un burattino. Dico sempre: "Lasciateli stare, scommettete su di loro, scommettete che hanno un cuore buono, che ce la fanno". I bambini e i ragazzi hanno il problema d'incontrare loro Gesù nel corso della vita e per questo hanno bisogno di adulti che non hanno il problema di farli diventare cristiani. Hanno bisogno di adulti che amino la loro libertà, che scommettano sulla loro libertà e potenzialità, che li lascino fare i loro errori e la loro fatica: è un rischio necessario».

Il suo nuovo programma su Dante è all'insegna della misericordia, come mai?
«La prima parola di Dante personaggio nella Divina Commedia è "Miserere di me" e l'educazione è una grande misericordia, è un grande, continuo perdono, un continuo abbraccio all'altro prima ancora che cambi. Vuol dire che io ti amo prima che tu diventi buono, prima che tu diventi migliore, prima che tu esca coi voti giusti a scuola. Io affermo il tuo valore prima di ogni pretesa. L'educazione comincia da lì, da quell'abbraccio incondizionato. Le cose si imparano solo dentro un rapporto. L'uomo impara soltanto ciò che, in qualche modo, ama già. Spesso identifichiamo il bene con una legge, con delle cose da fare, con le regole. Si dice: "Devi fare così perché si deve, perché bisogna fare così". Questa è la questione: la liberazione dalla norma e dalla regola, perché c'è una convenienza suprema che il giovane deve poter scoprire. Il vero problema è innanzitutto perdonare noi stessi di fronte al coniuge, ai figli, agli amici. È la carità».

Quindi niente regole?
«Le regole come strumento, non come scopo. Se tu come proposta hai le regole, sei finito, perché sono una scorciatoia, un meccanismo perverso che genera sempre nuove regole e nuove rotture delle regole, la pedagogia e l'educazione come imposizione di regole sono un inferno da cui i vostri figli scappano. Per fortuna! La legge è la caratteristica più evidente del paganesimo in cui siamo piombati o stiamo ripiombando. Quando si diventa schiavi della legge si diventa schiavi di chi la legge la fa: il potere. Rischiamo di dare per scontato che vogliamo il loro bene, ma in realtà ci proponiamo ai nostri figli come i custodi e grandi sacerdoti della legge e delle regole. Educa te stesso e se tu sei felice, non c'è figlio che non lo veda e che prima o poi non ritorni a questa testimonianza: abbiamo la responsabilità di cercare il bello, il bene e il vero».

Lei insiste molto sul non stare addosso ai figli e sgretola il comune senso del "bene" per loro.
«Noi ci mettiamo una buona intenzione che diamo per scontata, diamo per scontato che è "per il loro bene" e poi lo scopo della vita diventa che rispettino le regole: questo è inaccettabile. Molti ragazzi mi scrivono dopo aver letto "Di Padre in Figlio": si sentono presi in giro perché da piccoli il papà e la mamma gli parlano di cose nobili, dei valori, gli dicono che c'è il bene; poi scoprono che se hanno basse performance a scuola, nello sport eccetera, i genitori si arrabbiano e vanno in crisi, e che se diventano dirigenti di una multinazionale e fare i soldi è in fondo quello che i genitori sognavano. Oppure quando gli diciamo davanti ai loro sogni e ideali “pensa a studiare, poi ti passerà”: è un delitto educativo. Queste sono le cose che li fanno soffrire».

Insomma relazione nell'amore per entrare nella vita e goderne?
«La personalità deve entrare nelle cose, nella realtà, e verificare. Così accade quello spettacolo incredibile per cui un padre può diventare figlio dei suoi figli. Come dice Dante della Madonna: "Vergine madre, figlia del tuo figlio". Questo è il vertice dell'educazione: che tuo figlio prendendo da te un'ipotesi, la verifichi a una profondità tale che è come se ti passasse avanti, ti superasse; e allora tu puoi cominciare a vederlo crescere e stupirti di quel che accade e a guardare incuriosito quel che accade a lui. Occhio però: non è vero che siccome un ragazzo prova tante cose, anche superficiali, fa più esperienza. L'esperienza è invece la profondità e la verità della cosa a cui vai veramente in fondo... penso a tante relazioni sentimentali sballate che bruciano i ragazzi. Quindi anziché dire "che male c'è?", meglio dire "che bene c'è?"».

Qualche esempio?
«Noi siamo cresciuti in un ambiente un po' sessuofobico, dove il peccato era solo quello sessuale ed è ancora così. Ma c'è di peggio! In realtà, c’è tutta una cultura che è peggio della pornografia, più devastante dal punto di vista psicologico: certi film, fumetti, programmi tv minano alla radice il sentimento della certezza del reale, la speranza, la positività, il bello. Diffondono tante negatività che restano addosso come la puzza di acciuga, mandano fuori di testa e poi ci vuole tanto tempo per liberarsene. Ad esempio, la familiarità con il brutto, con l'orrido non gli fa più sentire orrore per ciò che orrido. Un ragazzo mi ha scritto qual è la tragedia oggi per lui e i suoi amici: voi - mi dice - vi menavate, fascisti e comunisti nella contrestazione degli anni ‘70, ma poi bevevate un bicchiere di vino. Oggi invece di fronte a quel bicchiere c’è chi dice che è vino, un altro dice che è acqua e un altro afferma che è birra! E non siamo più messi in condizione di sapere cosa abbiamo davanti».
 



A dicembre con Dante in tv

“Nel mezzo del cammin" è il nuovo programma in cui il Prof Nembrini spiega la Divina Commedia. In onda ogni lunedì dal 7 dicembre, alle 21:34, puntate incentrate sulla misericordia.


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