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URLARE NON SERVE

Strillare peggiora carattere e autostima nei figli. Meglio il buonsenso, ma evitare l’accondiscendenza

Gio 26 Nov 2015 | di Claudio Cantelmo | Attualità
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Capita pure alle mamme e ai papà più controllati di innervosirsi e perdere la bussola coi propri figli. E se a volte ci si riesce più o meno a contenere, ci sono momenti in cui si è talmente stanchi o stressati che proprio non se ne può fare a meno: la reazione più semplice è urlare. Ma non serve. Strillare o, peggio, ricorrere a punizioni fisiche, non solo non è propedeutico all'educazione di un bambino, ma anzi ne peggiora i comportamenti scorretti. A sostenerlo uno studio condotto dalla dottoressa Wang su 976 famiglie americane e pubblicato in Italia sul portale Medicitalia. In sintesi, sostiene la psicologa americana, i ragazzi abituati a sentirsi urlare dietro e insultare dai genitori, a 13 anni presentano un consistente aumento di problemi relazionali rispetto ai bambini trattati in modo diverso. E le urla, lungi dal migliorarne l'equilibrio inducono nei ragazzi stati depressivi e antisociali.

Perché gridi, mamma?
Ma perché i genitori urlano tanto? Il problema sostiene Daniele Novara nel suo libro “Urlare non serve a nulla” (Bur), sta nella mancanza di un progetto educativo chiaro. Il genitore di oggi non è più, per fortuna, quella figura autoritaria del passato che fondava il suo rapporto coi figli sulla paura e ne traeva l’ubbidienza (quasi) cieca: il modello è stato giustamente quasi del tutto abbandonato. Il problema è però capire cosa non va nel metodo educativo che l'ha sostituito. I genitori sono diventati sicuramente più teneri e disponibili, non facendo mancare nulla ai loro figli: fin qui niente di male. Ma l'accondiscendenza verso il figlio, la disponibilità al limite del servizievole, è un boomerang che si trasforma in pretesa: “Faccio così tanto per mio figlio – il pensiero-trabocchetto –, possibile che lui non lo capisca?”. E quando il ragazzo non si conforma alle aspettative, il genitore troppo morbido ed emotivo a volte si sente frustrato e finisce per perdere il controllo:  la rabbia monta e reagisce gridando o, peggio, ricorrendo alle mani. Alle origini di questo comportamento c'è un evidente eccesso di accudimento e protezione che viene fatto coincidere col concetto di educazione dei figli, che invece disorienta i ragazzi, generando confusione nei ruoli nell'individuazione dei ruoli reciproci. Crea inoltre confusione nei genitori stessi, che in nome dell’affetto si lasciano magari  tiranneggiare, rischiando a loro volta in seguito, per reazione impulsiva, di diventare tiranni.

Il segreto? Regole chiare
La formula secondo cui più si parla più si immagina di essere ascoltati - ammonisce Novara - è dunque ingannevole. Il richiamo del pedagogista punta invece a una buona organizzazione educativa. «L’educazione è soprattutto un fatto organizzativo. Occorre una giusta distanza emotiva che consenta ai ragazzi di essere rassicurati sulle cose di cui hanno davvero bisogno, cioè la certezza che i genitori ci siano davvero, e regole chiare, comunicazione sobria e l’autonomia possibile. Novara lo definisce "metodo maieutico": i bambini vogliono diventare grandi, ma come possono sviluppare autonomia se non fanno esperienze, se gli adulti si sostituiscono a loro vestendoli, imboccandoli e servendoli fino a tredici anni e anche più, non consentendogli di mettersi alla prova? Insomma, il consiglio è di non fare l’amicone, dando quella confidenza che si è pronti a ritirare violentemente alla prima occasione. Allenarsi nei primi anni d’età del ragazzo, poi, è un investimento per quando ci si confronterà con l’adolescente, che vorrà giustamente prendere le distanze dai genitori. E i sistemi rigidi di controllo faranno inevitabilmente acqua.

Breve, immediata e rassicurante
Eppure, a volte, una robusta sgridata è inevitabile: ma esiste un modo per renderla efficace? Sì e lo ha messo a punto lo psichiatra infantile Gerard E. Nelson, che è riuscito a dare al rimprovero tutta la dignità di un metodo. Si chiama “The one minute scolding”, la sgridata di un minuto. Perché il rimprovero, per essere efficace deve essere sintetico: non più di sessanta secondi, orologio alla mano. La capacità di attenzione di un bambino è molto breve e ha bisogno di stimoli continui. «Dopo un po’ il bambino spegne l’audio – spiega Nelson – e diventa impermeabile a qualsiasi messaggio». Ecco perché i lunghi predicozzi sono del tutto inutili. Il ragazzino, poi, vive in un eterno presente ed è incapace di proiettarsi nel futuro o di risalire al passato. Frasi del tipo: “Sabato prossimo non esci”, oppure “questa sera niente play station” non hanno per lui alcun senso. Così come trova inconcepibile essere punito in differita, quando il papà torna a casa e l’atmosfera è tranquilla, per qualcosa che quasi non ricorda più. L'audio si spegne anche quando, durante un rimprovero, iniziamo a rinfacciare altri disastri: «Lasci tutti i panni in giro...». Rimproverare un bambino davanti ad amici o estranei è poi quanto mai avvilente: meglio prenderlo da parte. Infine, lo “shampoo” deve essere rassicurante: ovviamente arrabbiarsi coi figli non significa di aver smesso di amarli; è vero piuttosto il contrario: ci arrabbiamo proprio perché li amiamo. Il bambino però non lo sa. Per questo, insieme alla severità, è importante manifestare contemporaneamente amore, stima e fiducia.
 



LE 8 REGOLE della sgridata giusta

Ecco in sintesi le otto regole d’oro, secondo Nelson, per una sgridata efficace:

1) Individuare l'azione oggetto del rimprovero
“Hai dato uno spintone al tuo amico e lui è caduto.” Si tratta di una precisazione necessaria: per lui può essere naturale dare uno spintone a chi lo ha fatto arrabbiare.

2) Descrivere quello che proviamo
Spieghiamogli le nostre sensazioni al suo comportamento: “Quando ti vedo picchiare gli altri, mi fai veramente irritare”.

3) Dirgli che capiamo ciò che prova
“Capisco che volevi salire subito sull’altalena” in modo che non ci senta “contro”, ma “con” lui: non è lui a essere cattivo, ma solo il suo comportamento.

4) Spiegare la regola infranta
“Ti ho già detto che non si picchiano gli altri”. Le regole non sono comportamenti innati, ma oggetto di apprendimento. Non usare parole che negano la possibilità di cambiare e migliorarsi: “ non sei mai…” “sei sempre…”.

5) Esporre gli svantaggi del suo comportamento
Presentare la marachella come comportamento per lui svantaggioso: “Se picchi, gli altri non vorranno giocare con te”.

A questo punto è necessario fermarsi e fare una pausa, che serve per far sbollire la rabbia ed evitare di iniziare la catena del battibecco, oltre che osservare le reazioni del bambino alle quali non facciamo caso quando siamo arrabbiati.

Poi si cambia musica

6) Sottolineare quello che sa fare
È vero che si è comportato male, ma è altrettanto vero che in altre situazioni ci ha gratificato: “Sei così carino con gli altri quando giocate a pallone…”.

7) Proporre un’alternativa
Anziché negare, offrire una variante: “Sei arrabbiato? Vuoi dare i pugni? Puoi farlo su questo cuscino”. Si sentirà capito e dirotterà l'attenzione.

8) Dirgli che abbiamo fiducia in lui
“So che hai capito e che la prossima volta non lo farai più”. La fiducia è un motore più potente dei sensi di colpa e fornirà sicurezza.


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