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Affondare le trivelle

Tutti parlano di clima. tabù sulla caccia al petrolio in italia

Lun 21 Dic 2015 | di Francesco Buda | Attualità
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Metà delle Regioni italiane non vogliono nuove trivelle sul proprio territorio e la Corte di Cassazione dà l'ok per i referendum contro le trivellazioni petrolifere, ma nessuno lo dice. Abbiamo tutti invece sentito e letto annunci sulla Cop21, la conferenza sul clima delle Nazioni Unite dello scorso dicembre a Parigi. Un tam tam di allarmi, numeri, previsioni: anidride carbonica e fonti fossili sono il nemico pubblico numero uno per la sopravvivenza dell'umanità. Tutti zitti però nei Tg riguardo alle trivellazioni che il governo vuole imporre in giro per l'Italia, in mare e sulla terraferma, favorendo una nuova, anacronistica, corsa al gas e petrolio. Cioè attività e prodotti che generano la famigerata CO2. Hanno dichiarato strategica, indifferibile ed urgente la caccia agli idrocarburi. In realtà tutto è tranne che una priorità per la Nazione. Parliamo di 317 tra nuove estrazioni autorizzate e permessi di ricerca petrolifera.
Affari dai quali gli italiani non ci guadagnano quasi nulla. Governanti e legislatori nazionali non hanno mai preteso un serio tornaconto per il Paese: ad esempio nel 2013, a fronte di introiti stimati in 5,6 miliardi di euro dalla vendita degli idrocarburi estratti in Italia, lo Stato ha preso solo 420 milioni di euro.
Carico di rischi ambientali, questo business non genera occupazione né aiuta la nostra indipendenza energetica.

IL REFERENDUM E LE NOTIZIE TABU'
Una folle politica energetica di fronte alla quale stanno reagendo intere comunità. Vogliono bocciare con referendum questi piani “fossili”. E qui c'è un’altra notizia passata in sordina: la Corte di Cassazione ha accolto i sei quesiti referendari per fermare nuovi progetti petroliferi ed arginare, se non addirittura ridurre, il ruolo delle energie fossili nel Belpaese. Abbiamo già una capacità di produrre elettricità ben superiore all'intero fabbisogno nazionale, sempre più ecosostenibile e con costi di produzione crollati, soprattutto grazie alle fonti rinnovabili vere, in primis quella solare. L'importanza della notizia sta pure nel fatto che poter scegliere su certe strategie economiche può aiutarci a salvare il vero petrolio del nostro Paese: la natura, il nostro habitat culturale e il turismo.
E un po' di salute.

MEZZA ITALIA CONTRO LA BUFALA PETROLIERA: 10 REGIONI ATTACCANO
A proporre il referendum è stato il Coordinamento nazionale No Triv, che insieme ad oltre 200 organizzazioni nazionali e locali, ha convinto i Consigli regionali di ben dieci regioni a sostenere la proposta: innanzitutto la Basilicata, già duramente provata dal business petrolifero con la coincidenza che la importante diga del Pertusillo risulta contaminata da idrocarburi e bario, sostanza tipica dei fanghi delle trivellazioni petrolifere. E poi Liguria, Sardegna, Marche, Puglia, Abruzzo, Veneto, Calabria, Campania e Molise.
Hanno deciso di tenersi fuori le altre Regioni bagnate dal mare: la Sicilia già ammorbata da speculazioni petrolifere con notevoli danni ambientali e alla salute specie dei bimbi, Emilia Romagna, Toscana, Friuli Venezia Giulia e Lazio. In quest'ultima regione ormai da anni la politica ha inchiodato i territori agli interessi delle lobby degli idrocarburi. Hanno spianato la strada ad ecomostri evitabili come le centrali carbone e gas di Civitavecchia e quella a gas ad Aprilia. Questo benché fosse ben chiaro che il futuro erano le energie pulite.

COME PER IL BIDONE NUCLEARE
Ancora una volta, come per il bidone nucleare, gli italiani devono sperare nel sì dei giudici per poi poter scegliere coi referendum. Dopo la Cassazione, sarà la volta della Corte Costituzionale chiamata al vaglio definitivo dei quesiti referendari sulle trivelle. Al momento in cui andiamo in stampa la pressione popolare ha già smosso qualcosa. «Il referendum è certamente servito a convincere il governo a cambiare la normativa, ma solo in parte – spiega Stefano Pulcini del Coordinamento nazionale No Triv -. Hanno eliminato la dichiarazione di strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività petrolifere e cancellato il vincolo preordinato all'esproprio della proprietà privata, già a partire dalla ricerca». Altrimenti le aree private sarebbero state vincolate in vista del futuro esproprio per pubblica utilità, già dalla fase di ricerca di idrocarburi. Della serie “se trovo gas o petrolio su un tuo sito, ci faccio gli affari miei”.
Nella Legge di Stabilità vogliono inserire parzialmente le proposte referendarie, cercando però così di minare il referendum, facendolo passare come non più necessario e rilanciando parallelamente l’attività petrolifera in Italia, visto che vogliono abolire il Piano della Aree. Ossia lo strumento di razionalizzazione dell'attività oil & gas italiana già previsto, ma mai elaborato, proprio con lo "Sblocca Italia", per fare ordine e stabilire le zone destinate all'attività petrolifera sia in mare che su terraferma. Si escogitano insomma dei contentini, lasciando aperta la porta ai conquistadores delle fonti fossili. Inoltre, il governo ha deciso di ri-convolgere Regioni ed enti territoriali nei procedimenti per il rilascio dei permessi di ricerca e concessioni ad estrarre petrolio o gas.

DOPPIO GIOCO DEL GOVERNO
Ma Pulcini del Coordinamento nazionale No Triv sottolinea: «È una garanzia che verrebbe probabilmente meno già dal 2017, qualora fosse modificato il titolo V della Costituzione, che attribuisce allo Stato la competenza esclusiva in materia energetica. E poi un intervento è in votazione alle Camere, per fermare definitivamente tutti i progetti petroliferi entro le 12 miglia dalla costa marina, ossia entro le acque territoriali, e reintrodurre il Piano delle Aree». Sono importanti vittorie, ma non scardinano definitamente le mire petrolifere della Casta.
Al momento in cui andiamo stampa non sappiamo come andrà a finire, perché la legge di stabilità che sarà approvata entro fine dicembre ed entrerà in vigore dal 1 gennaio 2016.

MALFORMAZIONI NEI BIMBI
Non era un mistero, ma ora per la prima volta la scienza lo attesta: le malformazioni dei bambini di Gela, in Sicilia, sono legate alla raffineria che da anni incombe in quella zona.
Una perizia medica di luminari nazionali e internazionali ha messo in relazione con l'inquinamento causato dalla raffineria quelle malformazioni ad organi genitali, piedi, mani, midollo spinale, il cervello o la bocca. Quella raffineria è dell'Eni, l'azienda petrolifera creata dallo Stato italiano e controllata dal Ministero dello sviluppo economico. L’Eni nega ogni addebito.


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