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Parolaccia sì o no?

Gli scienziati dicono che non sono più un male assoluto. Ma come far capire ai bambini il loro significato e che a volte forse è meglio non dirle?

Lun 21 Dic 2015 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

La scienza le ha sdoganate: le parolacce non sono più un male assoluto, a patto di non esagerare e di saperle usare nel giusto contesto. Pare incredibile, ma ci sono scienziati che si sono dedicati a studiare anche questo: il rapporto tra la nostra salute e le parolacce che diciamo. E si è scoperto che hanno una sorta di funzione curativa, possono essere uno sfogo essenziale in un momento di stress. Negli studi che girano su internet si fa l’esempio delle partorienti che, afflitte dai dolori, a volte si abbandonano a un turpiloquio irripetibile, di cui poi spesso si vergognano. Ma serve a resistere al dolore. E lo stesso accade in altri momenti estremi, registrati dagli studi in questione.
Mi chiedo se anche agli scienziati così generosi con il linguaggio da scaricatore di porto sia capitato di avere figli che, in tenerissima età, si abbandonano ad espressioni che farebbero arrossire una curva di ultrà. Specie poi se parolacce del genere sono pronunciate all’improvviso e senza un valido motivo, come solo i bambini piccoli sanno fare, in un contesto sociale, per capirci davanti ad amici e parenti scandalizzati. è successo a tanti e non è piacevole. Anche perché il primo pensiero è il senso di colpa: io almeno ho subito pensato che gli altri mi avrebbero giudicato malissimo, avrebbero pensato che il mio marmocchio treenne aveva frequentato una palestra di insulti dentro casa, che io e mio marito usavamo quel genere di linguaggio tutto il giorno davanti a loro. La verità è che i bambini imparano quel genere di parole da altri magari un po’ più grandi, spesso appena mettono il naso fuori di casa, già all’asilo.
Chiamatemi pazza, ma a me da sempre questa pare come una sfida educativa complicatissima. Se la passione per le parolacce esplode in tenerissima età, fino a tre anni, la cosa può essere ancora più imbarazzante e complicata da affrontare. Perché i bimbi così piccoli non colgono il senso di ciò che dicono, ma capiscono perfettamente che quelle parole vanno a segno nella testa dei genitori. Il consiglio più frequente degli esperti ai genitori è di non accogliere la parolaccia con scherzi e risate. Ma nemmeno sculacciate e rimproveri violenti paiono funzionare. Tutto questo repertorio di reazioni sopra le righe finirebbe per rinforzare nella testolina del nostro bimbo la coscienza che certe parole attirano l’attenzione e diventerebbero un utilissimo strumento per loro per mettersi al centro della scena. Anche la classica domanda spontanea, “dove hai imparato questa parola”, è inutile e può essere dannosa, sempre perché sottolinea l’importanza e la straordinarietà di certe parole. Le ricette per “guarire” la parolacce non mi sembrano tanto convincenti. Alla fine il suggerimento che mi è sembrato più calzante, tra quelli dati da psicologi ed esperti vari, è di far capire al bimbo, se la rivolge a voi, che vi offende, che indirizzare quella parola contro qualcuno è sbagliato. Come spesso accade, la sincerità è la strategia migliore con i bambini. La cosa migliore sarebbe essere coerenti ed evitare di dirne noi per primi. Ma parole di questo tipo fanno parte del linguaggio di un adulto (e ora sappiamo che anche gli scienziati approvano!). Se capita, meglio spiegarsi con i bimbi. E armarsi di tanta pazienza perché a volte la fase-parolaccia può durare. Porca miseria se ci vuole pazienza!                              


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