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Chi è per me Gandhi

Cosa ci insegna ancora a 67 anni dalla sua morte

Lun 21 Dic 2015 | di Giacomo Meingati | Attualità
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Dicono fosse quasi in fin di vita. Stremato.
Aveva dato tutto. Tutto quello che aveva e anche di più, per una libertà che ora vedeva tramutarsi in odio.
Era anziano, provato, stanco. Si era battuto tutta la vita.
Dicono che iniziò una notte su un treno, in una remota stazione del Sud Africa, dov’era andato per iniziare a svolgere la sua professione di avvocato. L’uomo che doveva difendere, un ricco mercante indiano in Sud Africa, gli aveva comprato un biglietto di prima classe per arrivare da lui. Un passeggero bianco chiamò il controllore, lamentandosi del fatto che, in Sud Africa, una persona di colore non poteva stare in prima classe.
Lo buttarono fuori dal treno, di notte, in una stazione dimenticata da Dio dove dovette dormire senza cappotto. Faceva freddo e fu quello il momento in cui iniziò a sentire che era ridicolo fare l’avvocato di successo, se intorno a lui la sua gente soffriva. Doveva impegnarsi, doveva lottare.
Aveva mosso l’anima di un popolo sterminato semplicemente con la forza della sua.
Non parlando, non teorizzando. Facendo migliaia di chilometri a piedi o su treni di terza classe, coinvolgendosi, abbracciando i lebbrosi, pulendo le latrine con le sue mani. Realizzando nel silenzio dei fatti la realtà dell’Amore.
Aveva mosso l’anima del mondo, semplicemente muovendosi. E ora, soffriva.
Grazie a lui gli indiani erano riusciti a superare divisioni politiche, religiose, sociali, ed avevano ottenuto la libertà dagli inglesi, in anni di lotta estenuante.
Era venuto a Delhi perché glielo avevano chiesto i politici. La sua presenza bastava a far calmare i tumulti e le uccisioni. Loro lo sentivano e si fermavano.
Era venuto a Delhi e digiunava perché cessassero gli scontri tra indù e mussulmani. Era vecchio, stanco, provato e pregava nella sua stanza. Quando un uomo entrò.
«Io - disse l’uomo - sono un assassino. Ho ucciso un bambino musulmano. Loro avevano ucciso mio figlio ed io mi sono vendicato, ho spaccato la testa a un bambino musulmano ed ora ho paura. Ho paura delle maledizioni in cui questo mi farà cadere».
«Non avere paura - rispose lui -: prendi un bambino orfano e crescilo con tutto l’amore che hai dentro di te. Assicurati che sia musulmano».
Ma che dire ancora di Gandhi che non sia già stato detto e ridetto? Che dire ancora a 67 anni dalla sua morte, il 30 gennaio del 1948?
Che fu l’uomo che più di tutti incarnò la non violenza con risultati sconvolgenti? Che fece tremare il mondo senza dire una parola, ma con la forza della sua coerenza? Che per lui non cambiavi il mondo se puntavi il dito sugli altri, ma se riuscivi davvero a conoscere e cambiare te stesso? Ma queste sono cose che sono già state dette, scritte, messe in scena. Forse l’unica cosa nuova su Gandhi che potrei dire è che cosa ha significato e significa ancora per me, un ragazzo nato a Roma nel 1988.
Io che a un certo punto della mia vita ero convinto di aver capito tutto quello che c’era da capire, convinto di essere entrato dentro di me e di possedere una fede vera, convinto di sapere una verità che avrei dovuto insegnare a tutti gli altri per aiutarli, per salvarli. Convinto che, poiché mi ero convertito ed avevo capito delle cose, io dovessi dare gli stessi consigli agli altri per insegnargli ad essere felice come me. Poiché ero cristiano, dovevo dare l’esempio e spiegare a tutti come convertirsi, insegnando le cose che sapevo e che o gli altri imparavano oppure non potevano essere felici. Lessi l’autobiografia di Gandhi, “La mia vita per la libertà”, per puro caso. Mi aspettavo di trovare un grande santone pieno di consigli, pieno di insegnamenti, pieno di parole. Come quei giornalisti che lo tempestavano di domande mentre lui continuava in silenzio a cucire. Anche a loro, come a me, Gandhi diede la stessa risposta: “Non ho messaggi. Non ho consigli. La mia vita è il mio messaggio”. Mi aspettavo di trovare un uomo sicuro di sé che faceva lunghi discorsi per convertire gli altri, come facevo io nelle scuole o negli incontri. Invece trovai un timidissimo avvocato che svenne la prima volta che prese la parola in pubblico, ma che, nonostante questa timidezza, non si tirò indietro davanti all’ingiustizia che vedeva, anche se la lotta era più grande di lui. Mi aspettavo di trovare un santone che dopo due minuti di conoscenza, emettesse tutta una seria di sentenze su una persona appena conosciuta, giudicandola buona o cattiva sulla base di una frase. Era quello che facevo io, che, avendo capito due o tre cose, mi sentivo in dovere di emettere sentenze e giudizi sulla vita degli altri che non conoscevo, senza nemmeno chiedergli “come stai?”. Invece trovai un uomo che chiedeva sempre permesso, parlava con tutti, ed in tutti trovava il lato positivo. Un uomo che ringraziava gli inglesi per il buono che avevano portato in India e che non smise mai di amarli, anche quando li mandò via dal suo paese condannandone i soprusi. Mi aspettavo di trovare un uomo pieno di dogmi sullo Spirito e sulla Verità, e tutta una serie di spiegazioni dello Spirito e della Verità. Invece la prima cosa che mi disse fu che lui la Verità proprio non la conosceva per niente. Semmai la cercava. Trovai un uomo che una volta disse che la Verità è una, ma che il modo di arrivarci di ogni persona è unico, e che se anche uno avesse trovato la verità e la imponesse a un altro per il suo bene, otterrebbe l’omicidio dello Spirito di quest’altro. “Non predicatemi il Dio della storia; mostratelo oggi come vive in noi! Non credo alla gente che parla agli altri della propria fede, soprattutto con lo scopo di convertirla. La fede non ammette di essere esposta. Deve essere vissuta. Allora si diffonde da sé”. A me questa frase cambiò la vita. O meglio, iniziò un cambiamento. Smisi di pensare di possedere la verità, accorgendomi che questo mio pensiero mi isolava, mi spersonalizzava e mi rendeva violento verso me stesso e verso gli altri. Mi rendeva falso. Perché credendo di possedere la Verità, io mi dimenticavo della mia, di verità, e di quella degli altri. Credendo di possedere la Verità, io mi allontanavo dalla mia vita. Iniziai ad ascoltare la verità degli altri, scoprendo che tante persone avevano capito molte più cose di me e che quello che avevo capito io altri lo dicevano molto meglio di me. Imparai che c’è sempre da imparare.                                                               

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