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Toglimi le mani di dosso

La storia vera di una giornalista precaria

Lun 21 Dic 2015 | di Elisa Sartarelli | Attualità
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Violenza sul lavoro. È così che si chiama quello che è successo a Olga Ricci. Il suo è un nome fittizio con cui si identifica; un “nome d’arte” che ha usato per raccontare la sua storia nel libro “Toglimi le mani di dosso” (Chiarelettere 2015). Ma non si tratta solo di questo, in questa storia cruda e reale (nella quale sono stati cambiati i nomi dei protagonisti e omessi quelli di alcuni luoghi) si parla di precariato, contratti a termine, raccomandazioni, maternità, disparità di genere, frustrazione, impotenza. Perché le donne restano penalizzate nel campo lavorativo a livello economico e sociale. Ed è proprio perché non riesce a trovare una soluzione alle violenze subìte, nemmeno davanti ad avvocati e sindacati, che Olga decide di aprire il blog “Il Porco al lavoro” e infine di scrivere un libro. Ma è ancora precaria. Una giornalista precaria con un curriculum che trabocca. SENZA IDENTITÀ Olga non vuole farsi vedere, ha rifiutato alcune interviste televisive e non vuole nemmeno far sentire la propria voce al telefono. Ha accettato questa intervista solo attraverso lo schermo di un computer, tramite il quale ha risposto alle domande sulla sua storia. La storia di tante donne che spesso non danno voce alle violenze subìte sul lavoro, perché magari si tratta solo di un banale invito a cena, di qualche battuta pesante a sfondo sessuale o di complimenti imbarazzanti in ufficio. Sembra tutto può rientrare in una routine ormai consolidata, niente di grave, tutti ci passano sopra. QUELLE AVANCES DEL DIRETTORE Olga è stata invitata ripetutamente a cena dal direttore di un giornale nazionale, il suo direttore in quel momento, che nel racconto resta senza nome, neanche inventato. Ci sono state diverse cene insieme a lui e ad altre collaboratrici giovani e carine, tutte occasioni in cui si è sentita una sorta di ancella o di dama di compagnia; ma ha anche ricevuto inviti a cena che presupponevano un dopo cena in albergo. Mesi di avances e ricatti sessuali. E Olga riceveva promesse di un futuro migliore in una grande città o con un contratto a tempo indeterminato, ma avrebbe dovuto dare in cambio qualcosa: se stessa e la sua dignità. Ci sono donne che afferrano al volo l’occasione e altre che non la vedono come un’occasione. E poi gli occhi dei colleghi e delle colleghe, che notano le attenzioni e i sorrisi del direttore verso alcune donne. Una brutta esperienza, terminata con la chiusura dell’edizione locale per cui lavorava Olga. LA PAROLA ALLA PROTAGONISTA Olga Ricci è una giornalista italiana trentenne, una freelance, che attualmente collabora con alcune testate nazionali. Una donna che lavora, combatte e non scende a compromessi. La sua identità resta ignota, ma lei e la sua storia sono reali, come la forza del suo libro, che scoperchia un vaso di Pandora che molti conoscono, ma pochi sembrano voler vedere. Come le è venuta l’idea di scrivere questo libro? «Tutto è iniziato con il blog “Il Porco al lavoro”, che ho aperto per raccontare la violenza sul lavoro che ho subìto. Il blog è diventato popolare (140mila contatti) e lettrici e lettori mi hanno incoraggiata a farlo diventare un libro. Poi, grazie a Raffaele, un lettore che fa lo scrittore e il giornalista, ho trovato un'agenzia letteraria e quindi una casa editrice». Perché lo pseudonimo Olga Ricci? «Perché è un modo per proteggermi e per continuare a lavorare. Inoltre, non avrei prove sufficienti per affrontare un processo per diffamazione. Se le avessi avute, avrei portato il Porco in tribunale. A volte mi chiedono che senso abbia il mio libro senza i nomi degli aggressori. Io non mi stanco di ripetere che il racconto del meccanismo non è scontato, soprattutto in quest'epoca di precarietà diffusa. Noi donne più giovani siamo cresciute dando per scontato che la parità fosse un fatto acquisito. La precarietà, invece, ha vanificato molti diritti ottenuti con le lotte del passato. Se ci si ritrova in balia di un superiore che molesta sessualmente, in assenza di un contratto, è difficile pensare a una causa di lavoro». Come si può dimostrare una violenza sul lavoro per fare una denuncia? «È difficile riuscire a dimostrare una violenza sul lavoro. In genere si arriva al ricatto oppure alla violenza fisica dopo azioni non del tutto esplicite, in assenza di testimoni, costruite nel tempo. Si tratta di comportamenti che vengono minimizzati, perché è quello che abbiamo imparato a fare fin da piccole. È inimmaginabile, per il senso comune, considerare effettivamente molestia un invito a cena, dei “complimenti” non richiesti, un massaggio sulle spalle oppure una mano sul fianco. Anche le battute a sfondo sessuale rientrano nella “normalità”. E, se si fa notare l’anomalia di questi comportamenti a colleghi e conoscenti, si passa per tragiche, allarmiste oppure bacchettone. Anche riconoscendo subito la violenza sessuale, comunque, non è semplice provarla. Perfino in caso di ricatti chiari, una registrazione ambientale non costituisce di per sé una prova decisiva, a meno che non sia stata fatta dalle forze dell’ordine. Se è una registrazione fai da te, resta un elemento che certamente può essere considerato dal giudice, ma non è risolutivo. Non è un caso che, secondo l'Istat, in Italia il 91% degli stupri o tentati stupri e il 99,3% dei ricatti sessuali sul lavoro non vengano segnalati. Non si ricorre alla legge per motivi diversi: paura, vergogna, imbarazzo, timore di essere trattate male, assenza di fiducia nelle forze dell’ordine, mancanza di prove. La precarietà rende il tutto più difficile. «Alle donne che vivono una violenza sul lavoro e la riconoscono, dico che devono cercare di raccogliere quanti più elementi possibili per riuscire a difendersi, anche attraverso le vie legali. Nel libro c'è un decalogo scritto dalla consigliera di Parità dell'Emilia Romagna che dà consigli precisi. Tra questi: rivolgetevi subito ad avvocate esperte in materia e alle consigliere di parità». Lei si è rivolta anche ai sindacati. Quale aiuto ha ottenuto da loro? «Nessuno». Nel libro parla di tre modi per entrare in una redazione: avere una famiglia influente o dei parenti giornalisti, munirsi di “piaggeria” o usare il “letto”. Non si rischia di generalizzare, dando un quadro così cinico del mondo del giornalismo? «Dalla mia esperienza e da quella di molte altre giornaliste e giornalisti che conosco, mi sembra di avere offerto un racconto realistico della situazione. Questo certo non significa che non si possa lavorare, ma è difficile raggiungere certi risultati economici e professionali senza appoggi, piaggeria e scambio sessuo-economico». Il blog “Il Porco al lavoro” è stato la sua valvola di sfogo… «Parlare di molestie e della violenza sul lavoro in Italia è tabù. E se un fenomeno non viene nominato è difficile riconoscerlo. Per elaborare la mia "esperienza" personale, che ho raccontato in parte nel blog “Il Porco al lavoro” e poi compiutamente nel libro “Toglimi le mani di dosso”, ho dovuto cercare materiale in inglese, perché in italiano non ne trovavo. Ho scoperto che negli Stati Uniti sono quasi quarant'anni che si occupano del problema. Catharine MacKinnon, avvocata e attivista femminista americana, autrice di un testo fondamentale, “Sexual Harassment of Working Women” (Molestie sessuali sulle donne lavoratrici), non tradotto in italiano, ha impostato il quadro giuridico di riferimento negli Stati Uniti, per il riconoscimento delle molestie sessuali sul lavoro come reato. Secondo l’autrice, le molestie sono un sopruso e contribuiscono a mantenere le donne in una posizione subalterna. Non devono essere interpretate come “incidenti” isolati e personali, ma come un problema sociale, che riguarda le donne in quanto donne, cioè appartenenti al genere femminile. Per questo motivo, le molestie vanno considerate addirittura oltre l’abuso, l’umiliazione e l’oppressione di ciascuna vittima: costituiscono una vera e propria discriminazione sessuale, lesiva per tutta la società. Dopo aver studiato lei e altre sociologhe, ho capito che quello che avevo passato andava raccontato in qualche modo». Andare a letto col capo serve davvero? «Ultimamente mi hanno scritto due donne che mi hanno raccontato le loro vicende dolorose, in una sorta di confessione. Il loro dolore deriva dall'aver ceduto alle promesse dello scambio sessuo-economico, dall'esserci state con il capo. Entrambe hanno avuto benefici immediati, dalla loro “concessione”, che poi, però, sono sfumati. Un fatto che non ci deve stupire, nonostante lo stereotipo che vuole che il letto sia una chance in più e che ad alcune piaccia approfittarsene. Come ha scritto Barbara Gutek, professoressa emerita all'Università dell'Arizona, in “The Sexuality of Organization” (La sessualità dell'organizzazione), un saggio di qualche anno fa, la maggior parte delle donne che ha un rapporto o un coinvolgimento sessuale sul lavoro, sul lungo periodo, viene licenziata oppure si trova costretta a lasciare. I motivi sono diversi: la cattiva reputazione; le ritorsioni dei colleghi; il comportamento ricattatorio dei capi - padroni che restano sempre e comunque i soli a decidere quando dare e quando togliere». Come vive la sua vita ora? «Continuo a fare la giornalista. Ho diverse collaborazioni. Non è stato semplice ricominciare da zero, ma ce l'ho fatta, anche se i compensi sono pochi e la fatica è tanta».


Blog e Facebook
Potete contattare Olga Ricci attraverso il suo blog “Il Porco al lavoro”. Troverete anche gli appuntamenti con le presentazioni del libro “Toglimi le mani di dosso” in tutta Italia e le date degli incontri in cui si parla di molestie sul lavoro. Vengono anche pubblicate altre storie di donne che hanno vissuto esperienze analoghe a quella di Olga. Su Facebook è presente la pagina “Il Porco al lavoro”. Tra le informazioni, nella descrizione breve, si legge: “Questa è la storia di un Porco al lavoro, di un ricatto e molto di più. Un racconto che parte dall'inizio, con le banalità e le piccolezze di cui sono fatte le grandi violenze”. Olga Ricci è presente su Facebook e Twitter con il suo nome fittizio.

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