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Tutta colpa dello smartphone

Ansia, allucinazioni e persino litigi di coppia: ecco le sindromi figlie del progresso

Gio 04 Feb 2016 | di Barbara Savodini | Attualità
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Telefono da tasca lo chiamò Giorgio Manganelli nel 1989 in uno dei suoi corsivi fulminanti. Lo scrittore milanese, nel commentare questa nuova sensazionale offerta sul mercato, destinata a rendere estremamente agevoli i messaggi tra gli esseri umani, ne intravedeva già anche gli effetti disastrosi: «Il rischio è che la privacy e la vita stessa – scriveva in quello stesso articolo – ne uscirebbero offese, invase, minacciate».  A distanza di quasi trenta anni, a destare preoccupazione non è più tanto l’intimità minacciata, che Manganelli profetizzò in tempi non sospetti, quanto le innumerevoli sindromi legate all’utilizzo morboso e frenetico dello smartphone. Un’attività quest’ultima che, secondo gli scienziati, è in grado di generare disturbi anche importanti, abbassare considerevolmente gli standard qualitativi delle ore di lavoro, distruggere rapporti e persino di mettere in crisi coppie collaudate. Bambini, adolescenti, adulti e anziani: le sindromi del nuovo millennio non risparmiano nessuno e si acuiscono con il passare del tempo. 

Ringxiety o sindrome dello squillo fantasma
Quante volte vi è capitato di sentire squillare o vibrare il vostro cellulare, ma poi, sbloccando lo schermo, vi accorgete che sul display non c’è nessuna chiamata, né messaggio o notifica? Se il fenomeno non vi è nuovo vuol dire che, seppur in maniera lieve, siete affetti dalla cosiddetta sindrome dello squillo fantasma, altrimenti detta ringxiety (da ringer = squillo + anxiety= ansia). Niente paura, non è letale ma, in forma acuta, provoca stress, ansia e dipendenza dalle tecnologie. Secondo il Medical Center di Springfield, Stati Uniti, si tratta di una particolare forma di suggestione psicologica, causata da scarsa stima ed insicurezza, che colpisce una persona su dieci e che si acuisce quando, credendo di sentir squillare il telefono, ci si accorge dell’assenza di notifiche. Il soggetto comincia quindi a desiderare inconsciamente di essere contattato il più possibile e inizia a manifestare segni di insofferenza, stress e finanche depressione quando nessuno lo cerca. Da un punto di vista fisiologico, invece, si può registrare una forma di iperattivazione del sistema nervoso, dovuta all’eccessivo numero di stimoli sonori utilizzati dai creatori dei dispositivi tecnologici (e, più di recente, delle pubblicità). Tra trilli, squilli, notifiche, spot e suonerie l’udito umano viene come bombardato e finisce per essere vittima di vere e proprie allucinazioni.

Partner phubbing, quando il terzo incomodo non è l’amante
Un altro neologismo coniato per definire una delle innumerevoli sindromi generate dallo smartphone è il cosiddetto partner phubbing (da phone = telefono + snubbing = snobbare), ovvero il fenomeno che colpisce chi, a causa del proprio cellulare, snobba ripetutamente ed in maniera maleducata la persona con cui sta parlando, molto spesso il proprio partner. Può sembrare assurdo che due innamorati arrivino a lasciarsi a causa del telefono, ma i numeri parlano chiaro: in uno studio pubblicato su Computers in Human behavior, rivista scientifica dedicata agli effetti psicologici derivanti dall’utilizzo della tecnologia, quasi la metà degli intervistati dai ricercatori della Baylor University, in Texas, ha dichiarato di essere vittima di tale atteggiamento. Più si scava nel fenomeno e più emergono aspetti inquietanti: una persona su due, infatti, afferma di essere insoddisfatta del proprio partner non per gelosia, ovvero perché teme che messaggi e fotografie siano destinate ad un presunto amante, ma proprio per la sensazione di tristezza e inquietudine che deriva dal sentirsi trascurati e lasciati soli. Insomma, non è un like sotto la fotografia del ragazzo o della ragazza sbagliata ad essere motivo di litigio quanto la maggior attenzione che il partner rivolge alla collettività dei seguaci virtuali (follower , amici su facebook e così via).

Smettere si può?
Smettere? Si può, ma, naturalmente, come per i fumatori accaniti si tratta di una vera e propria impresa. Ingmar Larsen, designer olandese che ha a cuore il problema dilagante della dipendenza da smartphone, ha persino inventato uno strumento che garantisce una disintossicazione veloce ed efficace. Si tratta di un’innocua tavoletta di plastica, denominata NoPhone, che non scatta fotografie né telefona, non chatta e non è connessa a internet. Insomma, non fa assolutamente nulla, ma, tenuta tra le mani, rassicura chi, messo da parte il cellulare, ancora non è pronto a farne del tutto a meno. Larsen ha pensato persino a come curare i “malati di selfie” applicando uno specchietto che attenua il desiderio di fotografarsi senza tregua.

 



Tutti malati di whatsappite

Si manifesta con una infiammazione dei pollici provocata dal loro continuo utilizzo nel premere i tasti.   

 



“Sindrome” di Google

Non produce psicosi né turbamenti particolari ed il suo unico effetto è semplicemente quello di fornire un’informazione che si volatilizza nell’arco di poche ore, nei casi più gravi qualche minuto. Non ha validità scientifica, viene scherzosamente chiamata sindrome di Google e consiste nel cercare sul celeberrimo motore di ricerca ogni parola di cui non si conosce il significato. Nulla di grave, secondo psicologi e scienziati, a patto che l’inutile ricerca non si sostituisca allo studio tradizionale durante i primi 18 anni di vita. Se gli adulti cercano un’informazione (e la dimenticano subito dopo) mentre guardano la tv o, magari, mentre intrattengono una conversazione su un argomento a loro sconosciuto, i giovanissimi utilizzano infatti Google per velocizzare lo studio e assimilare in maniera sommaria concetti spiegati sui libri di testo in decine di pagine, tabelle, immagini e diagrammi. Un “trucchetto” perfetto per conquistare la sufficienza che però, alla lunga, finisce per rendere totalmente inutili anni e anni di frequentazione scolastica. Gli effetti di questa sindrome diventano poi catastrofici se abbinati al cosiddetto texting, ovvero la tendenza da parte dei giovani di comunicare solo ed esclusivamente tramite messaggi scritti alla velocità della luce. Lo studente finisce infatti per “studiare” un concetto su Google tra una conversazione Whats App ed un commento Facebook, con effetti disastrosi sul rendimento scolastico e sul proprio bagaglio di conoscenze.


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