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Viaggiare in camper alla ricerca dell’Italia che cambia

Daniel Terozzi, laureato e giornalista, lascia tutto per immergersi nell'Italia, quella vera, quella da raccontare

Gio 04 Feb 2016 | di Claudia Bruno | Bella Italia
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Dopo anni di lavoro dietro schermi e videocamere, Daniel Tarozzi (38 anni, giornalista) ha deciso di spegnere tutto e mettere in moto un vecchio camper targato Catania, alla ricerca delle persone che “hanno preso la propria vita in mano senza aspettare che qualcuno lo facesse al posto loro”. Partito dal Piemonte in una giornata di settembre, Daniel ha percorso in lungo e in largo lo stivale per sette mesi. Dal viaggio è nato un progetto collettivo di racconto, mappatura, valorizzazione e messa in rete di esperienze virtuose che si chiama “L’Italia che cambia” (www.italiachecambia.org). Non è un partito, ci tiene a precisare Daniel, ma una rete di persone reali che stanno cambiando le cose a partire dal quotidiano, una parte del paese su cui i riflettori mediatici non si accendono quasi mai.  Il libro in cui lo racconta, uscito per Chiarelettere nel 2013, si chiama “Io faccio così”. È la risposta delle persone che Daniel ha incontrato durante suo il viaggio. “Nonostante la crisi, nonostante la burocrazia, nonostante la mafia, noi facciamo così”, gli hanno detto. E il camper non si è più fermato.

Come nasce l’idea del tuo viaggio?
«Dopo l’università ho iniziato a lavorare come giornalista per il web. Un settore che lascia molte libertà, ma non ti paga per andare a vedere il paese. Occupandomi per anni di ambiente, sostenibilità, finanza e nuovi stili di vita, ho iniziato a rendermi conto che in Italia esistono realtà che non vengono rappresentate dai media. E ho iniziato ad avere la percezione che questo paese non fosse esattamente come tutti i giorni ci viene raccontato. Mi colpiva in particolare il fatto che la maggior parte delle persone che conoscevo ne parlavano male. Frasi come “siamo in Italia” e “siamo italiani” erano, e sono, ripetute come un insulto che allo stesso tempo giustifica inefficienze e cattivi costumi. Mi sono chiesto quante fossero le realtà non riconducibili a questo racconto dell’Italia».

Cosa ti ha spinto a partire?
«Per prima cosa andare a vedere com’era il paese veramente. Poi, scoprire cosa si nascondeva dietro a quelle etichette con cui avevo a che fare da tempo, “decrescita”, “bioregionalismo”, “economia solidale”, “comuni virtuosi”, concetti che trovavo meravigliosi, ma che avevo voglia di verificare di persona. E infine – io nato a Torino, cresciuto a Roma, di origini per metà liguri e per metà siciliane – volevo capire in che modo si differenziava questo paese».

Perché l’Italia in camper?
«In camper perché ne avevo a disposizione uno di famiglia e perché questa soluzione poteva rispondere alla mia esigenza di non essere vincolato da un calendario preciso e, allo stesso tempo, mi avrebbe permesso di ridurre i consumi economici necessari per vivere. Poco prima di partire, nel settembre 2012, ho lasciato la casa in cui abitavo in affitto e mi sono trasferito sulle quattro ruote. Per mesi la mia unica spesa importante è rimasta la benzina».

Cosa ha significato viaggiare in camper?
«Sia con i giusti compagni di viaggio che in solitaria, la vita in camper è meravigliosa, ci sarei rimasto sette anni. Il tuo giardino cambia continuamente: un giorno è un lago, un giorno è una montagna, un altro una città, eppure c’è sempre il tuo nucleo con te. Ti fa capire quello di cui hai veramente bisogno per vivere, ti chiedi cosa ci facevi con tutta la roba che tenevi stipata nella tua casa di prima. L’unica sfida, soprattutto se si viaggia durante l’inverno come ho fatto io, è il freddo. Strutture se ne trovano abbastanza, con le applicazioni del cellulare è anche più semplice, e per risparmiare è possibile scaricare negli autogrill».

Perché “alla scoperta delle realtà in cambiamento”: quale cambiamento cercavi?
«Ho deciso di partire dal Piemonte e percorrere lo stivale per incontrare e conoscere chi si era assunto la responsabilità della propria vita, senza aspettare che qualcun altro lo facesse al suo posto. Per questo ho chiamato il mio viaggio “viaggio nell’Italia che cambia”. Non volevo incontrare solo persone che vivevano negli ecovillaggi o amministratori di Comuni riconosciuti come virtuosi. Volevo incontrare tutte le persone che stavano facendo qualcosa per cambiare il paese a partire dalle loro esistenze quotidiane. Avrei cercato le realtà che si erano messe in movimento in questo senso.
Immaginavo di trovarne alcune. La sorpresa è stata la difficolta nel dover scegliere tra tutte quelle che esistono e che mi sono venute a cercare: da subito ho avuto la percezione di un cambiamento in corso non solo in termini di qualità, ma anche di quantità di progetti».

Se dovessi raccontare qual è stata l’Italia che hai incontrato nel tuo viaggio?
«Ho trovato un’Italia incredibilmente vasta e attiva, un’Italia che ce la fa. “Io faccio così”, mi rispondevano le persone che ho incontrato. Imprenditori che nel mezzo di una crisi puntano sulla sostenibilità economica, umana e ambientale e vedono aumentare i fatturati, addirittura assumono. Associazioni o singoli che in territori di mafie riescono a vincere lotte per la legalità. Insegnanti e presidi che, dovendo sfidare la legge, in alcuni casi ottengono risultati incredibili per l’alimentazione nelle scuole o nella lotta all’abbandono scolastico. Reti di persone che realizzano l’integrazione tra etnie diverse in territori disagiati. Gruppi di acquisto del territorio che permettono di cambiare completamente vita, mettendo insieme pochi risparmi di più persone con interessi comuni. Ho trovato la capacità di partire da sé e di connettersi con gli altri e fare rete. Una rete reale, di responsabilità sociale, quella responsabilità che permette a iniziative virtuose di esistere e trasformare i territori. Insomma, ho incontrato un paese che funziona e che non ci viene però mai raccontato, quando invece proprio il racconto di esperienze come quelle che ho incontrato potrebbero rappresentare modelli concreti, soprattutto per i più giovani».

Tra i luoghi che hai attraversato, ce ne sono alcuni che ti sono rimasti nel cuore?
«Che l’Italia è bella lo sappiamo, anche se troppo spesso tendiamo a immaginarla tutta cementificata e distrutta. Purtroppo, è vero, c’è un’Italia inquinata, distrutta e abusiva, ma si tratta di una parte. Attraversare il paese significa soprattutto avere a che fare con molta bellezza. Andare avanti per ore in mezzo alle foreste incantate dell’entroterra calabrese, dove, lontano dalle coste cementificate, ci sono parchi tra i più belli in Europa. Oppure lasciarsi sconvolgere dalle montagne del Trentino, incendiate dal giallo e dal rosso dell’autunno, o dalla Sardegna, che ti strega in tutte le stagioni e non solo per il mare, ma anche per l’interno di rocce e paesaggi mozzafiato. E poi le città, sulle città vorrei spendere qualche parola in particolare. Ci sono città che un italiano quasi snobba. Ma quanta bellezza c’è in quelle meno pubblicizzate? Penso a Verona, Matera, Lecce. La bellezza ti sorprende, una piazza dopo l’altra. Svanisce solo nelle grandi periferie e nelle zone industriali, che soprattutto al sud sono veramente fuori luogo. Penso a Gela, una terra così ricca di possibilità eppure devastata. Oppure a Taranto, che senza l’Ilva sarebbe una città bellissima, il momento più doloroso di tutto il viaggio».

Ci sono regioni che hai trovato più evolute in termini di sostenibilità e stili di vita?
«Sì, ci sono. Certo, la mia non è stata e non poteva essere una ricerca scientifica. Si è trattato pur sempre di un’esperienza empirica e caratterizzata da incontri per molti versi casuali, anche se ho cercato di utilizzare gli stessi parametri in tutte le regioni in cui sono passato. E volevo passare in tutte le regioni, anche qui, per conoscere quale fosse il paese reale. I media troppo spesso ci raccontano di cosa accade negli stessi luoghi, come se l’Italia fosse solo Roma o Milano, nient’altro. Tra le regioni che ho trovato più evolute in termini di sostenibilità e stili di vita ci sono certamente l’Emilia Romagna e la Toscana, ma anche regioni che non mi aspettavo. Le Marche, ad esempio, il Piemonte, la Puglia, la Sardegna e, in qualche modo, anche la Sicilia. Queste regioni sono ricche di reti umane. Nelle Marche ho trovato una rete di economia sostenibile straordinaria, cooperative che ancora danno senso alla parola “cooperativa”, esperienze anche artistiche molto forti. In Puglia si percepisce una criminalità molto inferiore rispetto ad altri luoghi e ti trovi davanti centinaia di esperienze di giovani e giovanissimi che, anche grazie a una particolare attività di finanziamenti regionali, riescono a portare avanti progetti innovativi e sostenibili. Mi hanno colpito le storie di diversi ragazzi che si erano trasferiti a Milano per cercare un lavoro che non trovavano e, dopo essere stati in affitto da disoccupati e aver pagato trecento euro al mese per una stanza, hanno deciso di tornare in città come Lecce, dove con trecento euro puoi vivere in una casa, su un territorio dove c’è anche cultura».

Di quali progetti o persone conservi il ricordo più intenso?
«Non posso non parlare di Sardex, un circuito di scambio di merci libero dal denaro, che avviene tramite l’utilizzo di una moneta complementare che vincola la ricchezza al territorio tendendo a favorire l’economia locale. Un’esperienza nata in Sardegna che coinvolge quasi 3.000 aziende iscritte e attualmente è studiata in tutto il mondo, ne ha parlato anche il Financial Times. E poi Addio Pizzo che sta smontando lo stereotipo della Sicilia come terra dell’omertà: chi denuncia il pizzo apponendo l’adesivo fuori dal suo negozio è premiato dai palermitani, anche se si tratta di una minoranza posta molto nell’immaginario. E non posso non citare Scampia, da cui sono rimasto folgorato. Un quartiere in forti difficoltà, dove sono state avviate esperienze straordinarie come “Chi rom e chi no”, ideato da Barbara Pierro, una ragazza che 14 anni fa, quando aveva 22 anni, ha deciso di contribuire all’integrazione dei rom di Scampia e ha costruito insieme ad altri una baracca dentro il campo rom, per portarci dentro i napoletani a fare dei laboratori. Una baracca “abusiva” che è diventata il simbolo di un dialogo sempre più serrato tra culture diverse, tanto che in poco tempo sono iniziate storie d’amore, convivenze e viaggi tra gli abitanti di Scampia e quelli del campo ed è nata una cooperativa di lavoratrici che ha dato vita a un ristorante, Kiqu, che fa cucina napoletana e rom a Scampia. E ancora, il GAT, gruppo di acquisto territoriale di cui parlavo prima. Il concetto alla base: vuoi comprarti un casale da ristrutturare e avere tre anni di stipendio pagato, in Toscana servono 1 milione e 200mila euro, un’idea folle da affrontare da soli. Il gruppo acquisto territorio serve proprio a trovare cento persone o nuclei disposti a investire 12mila euro. Nel 2012 il GAT ha ricevuto 700 richieste. Quello che colpisce di progetti come questo è la capacità di mettere in comune sogni impossibili e realizzarli. Ma penso anche alla preside Maria De Biase nel Cilento, che ha attivato la coltivazione degli orti nelle classi così da poter avere delle merende sostenibili e sane per i bambini, qualcosa di paradossalmente illegale. La preside non solo non è stata licenziata, proprio perché una rete di persone attive sul territorio l’ha sostenuta, ma ha vinto un premio a Bruxelles: una preside semi illegale in Italia, insomma, è stata premiata dall’Europa».

Questo viaggio ti ha cambiato?
«Sì! Della mia vita di prima non è rimasto quasi niente. Questo viaggio ha cambiato la mia percezione della realtà: ora so che viviamo tutti in un grande Matrix, perché l’ho visto con i miei occhi; so che cambiare il paese non è impossibile, che si può fare e soprattutto che non sono solo. Un grande insegnamento è stato quello di imparare a non giudicare mai: lo spacciatore, come il ricco imprenditore, chiunque, ognuno ha la sua storia e troppo spesso ci relazioniamo senza tenerne conto. Prima ero pieno di rabbia verso il prossimo, in questa esperienza ho trovato il senso della tolleranza e la voglia di dialogare. Oggi posso dire che la cooperazione vince sulla competizione e, per il resto, non ho più smesso di viaggiare. Prima di partire pensavo che senza camper non avrei mai potuto intraprendere questo viaggio. Oggi so che sarebbe stato possibile comunque. L’accoglienza che ho ricevuto è stata incredibile. Sono stato invitato per fare la doccia, mangiare e dormire ovunque!».

Cosa è successo dopo e quali sono i progetti per il prossimo futuro?
«Il libro, che è andato molto bene, è stato solo una sintesi del viaggio intrapreso. Sono rimaste fuori una miriade di storie. Da questa constatazione ha preso forma l’idea di raccontare in modo permanente l’Italia che cambia. Così il gruppo si è allargato e sono iniziati altri viaggi. Siamo sempre di più a collaborare al progetto e quest’anno abbiamo lanciato una mappa di 1500 realtà italiane. Spesso, infatti, le persone si stupiscono che proprio sul territorio che abitano da anni esistano realtà così attive. E noi miriamo a diventare proprio uno strumento di racconto, mappatura e facilitazione dei processi di cambiamento positivo sui territori».

 



IO FACCIO COSI'

Daniel Tarozzi ha 38 anni ed è un giornalista. È stato autore televisivo, regista di documentari e videomaker. Attualmente è il direttore editoriale di Italia che Cambia (www.italiachecambia.org), un progetto nato intorno al suo viaggio che sta coinvolgendo sempre più persone.


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