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Pensa un bambino

Laggiù, dove il terrorismo seduce i bambini

Gio 04 Feb 2016 | di Giacomo Meingati | Bambini
Foto di 12

Mi sveglio alle tre di notte, la domanda è sempre la stessa.
Perché ogni volta che vengo nella zona costiera mi ammalo? Maledizione.
Ho la gola in fiamme, ogni goccia di saliva che ingoio è come se mi sfiorassero la gola mille lame. Insopportabile.
Marco è già in piedi, come al solito si sveglia prima di me, dobbiamo andare oltre Mombasa oggi, oltre Malindi.
È ancora buio pesto quando prendiamo il primo bus pubblico da Kaloleni a Mombasa. 40 kilometri. Quando arriviamo, Mombasa è già una bolgia di rumori, odori, urla, fango, baracche, preghiere, muezzin, hip-hop, angeli e demoni. Quanto amo questa maledetta città.

Il secondo bus ci porta lungo la costa, fuori da Mombasa fino a Malindi. Malindi è molto più bella di Mombasa, meno caotica, costruita con più criterio.
Alla stazione dei bus passano gli Aerosmith, lo prendo come un segno dal Cielo, sono sconosciuti qui.
Vicino a me una donna, mozzafiato, sulla trentina. Torna a casa dopo aver capito che la vita da suora non era quella giusta per lei, ha lasciato il velo e torna nel mondo. È bella come la regina di Saba, ha un animo nobile e profondo, regale e libero.
Parlo con lei mentre il “Matatu”, il furgone Nissan che domina il trasporto pubblico in Kenya, ci sta portando letteralmente in Paradiso.
Lasciamo Malindi e ci inoltriamo nella costa formata da lunghe distese di terra e di verde, verde smeraldo, luminoso, in lontananza l’oceano con le sue spiagge e il suo sole.
Io viaggio con un angelo che mi racconta la sua voglia di nuova vita, accompagnato passo passo da un panorama che sembra davvero il giardino proibito, il paradiso perduto. Meraviglioso.

Sembra assurdo, ma la ragazza scende in una di queste località e dopo pochi kilometri il paesaggio inizia ad assumere tratti più desertici, aridi. Come se lei avesse portato via con se la fertilità e la vita anche dal suolo, dal mare e dal cielo.
Un altro di quegli angeli che incontri viaggiando, perle donate al tuo cammino che se provi a far tue svaniscono, ma, se le lasci andar via libere come sono venute, non ti abbandoneranno mai, resteranno per sempre dentro di te.

«Marco - dico - dove andiamo? È lontano il posto da qui?». Marco sorride e non dice niente. È ancora lontano il posto.
Andiamo oltre Malindi, almeno 300 kilometri oltre Malindi, verso la Somalia. Non mi sono mai spinto così lontano.
Dopo un viaggio estenuante ai confini del mondo, arriviamo ad un luogo paradossale, quasi irreale. “Junction” si chiama. Un crocevia.

Steven è arrivato in anticipo alla stazione dove ci lascia il bus, ci accoglie con un sorriso che solo lui sa fare, che quasi ci riporta in faccia all’oceano. Non dice una parola, nemmeno “benvenuti”, ci tiene a dire per prima cosa, accompagnandosi con i suoi gesti intraducibili a parole: «Laggiù, 70 kilometri e sei a Garissa. Lì, da dove venite voi, Malindi. Lì invece, un centinaio di kilometri scarsi e arrivi a Mogadisho, Somalia».
Steven sorride, Marco fa la faccia delle grandi occasioni, io dentro ho un po’ di paura.
La terra dei diavoli neri, la terra di Al Shabaab. Sarà per un pregiudizio, sarà perché qui è tutto diverso, sarà per cose che non posso capire, ma li senti, li senti nell’aria, respiri la tensione, l’odio. Vuoi andare via, non pensi ad altro. Steven ci accoglie nella parrocchia di Wema, una delle ultima missioni cattoliche in Kenya prima del confine. È l’unico sacerdote cattolico in un’area dove Al Shabaab incute tutto il suo terrore. Razziano, bruciano, attaccano, minacciano, uccidono, demoliscono, sradicano. Senti quasi il loro respiro qui. 

«Ho sentito che Al Shabaab viene da un partito politico che sosteneva un movimento che ha perso in Somalia, ho sentito che ha due anime in sé, una legata al territorio somalo, l’altra collegata ad Al Qaeda con vocazione internazionale. Ho sentito che sono guerrieri spietati».
È difficile, forse impossibile, descrivere le espressioni di Steven. Non ci provo nemmeno, l’unico modo per averle presente è stare in Kenya almeno un anno. Fa una di quelle espressioni lì, allunga con calma la mano verso il mio petto, sorride come chi ne sa una più del diavolo e due o tre in più della morte e del tempo; sorride e dice: “Pensa un bambino”.

Pensa un bambino, dice, Steven, sperduto nel deserto ad una manciata di kilometri dai demoni dell’inferno, e mentre lo dice è sereno e ride.
«Pensa un bambino nato nella miseria. Immaginati come puoi sentirti mentre cresci e intorno a te c’è solo fango che brucia. Ti cresce la polvere sporca di sangue, ti cresce l’odio, la rabbia e il vento. Ti cresce il rancore, non mangi, ti crescono gli spari, le mine, le bombe, la fame, la guerra e l’omicidio. Non ci sono nuovi mattini per i figli della guerra, il tempo è sempre e soltanto una grande minaccia e forse una promessa. Devi uccidere per sopravvivere, devi essere più forte della morte per uscirne vivo. Questo ti imprime col sangue nel cuore la guerra. Uccidi di più e resterai vivo. Immaginati cresciuto così, poi, a un tratto, immagina me. Arrivo da te, ho studiato, ho soldi, ho interessi economici, ho la verità nel palmo della mia mano, sono convinto che l’imposizione della mia verità sia l’unica soluzione per il mondo. Vengo da te, che sei cresciuto in quel modo, e ti dico che se combatti per me vivrai in eterno. Se uccidi in nome del dio che io ho in pugno, vivrai eternamente in un paradiso incantato.
Al figlio della guerra io offro soldi, appartenenza ad un mondo dove noi solo ci salviamo, un posto in questo macabro affresco di verità distorta e in cambio chiedo solo una cosa in fondo. La vita.
Cosa risponderesti, ragazzo, se tu fossi cresciuto così e se io ti dicessi queste cose?».
La verità è che forse nemmeno sopravviverei. Non credo che avrei quella forza.
Steven continua: «La radice di Al Shabaab sta nel nulla che il mondo propone a ogni bambino.
La radice di Al Shabaab è una proposta di rendere volontà di dio l’odio che ti porti dentro da quando sei nato, è il deserto intorno, è il non senso.
La radice di Al Shabaab sono gli spettri che ti divorano l’anima.
La radice di Al Shabaab è una possibilità di essere ritenuto santo agli occhi di quei reietti “eletti”, uscendo dal nulla di miseria, fame e tormento in cui il mondo ti ha sbattuto.
Al Shabaab è darti un valore. Assurdo, distorto, folle, criminale, ma datore di un senso e un nome a te, figlio della guerra, figlio di nessuno.
Al Shabaab la facciamo tutti noi, ragazzo, ogni volta che non scegliamo la cosa giusta da fare.
Se non fosse buio pesto, non andresti mai dietro a una luce bugiarda. La radice di Al Shabaab non sta nella luce bugiarda, ma nel buio che viene proposto a ogni figlio di questa terra che la rende l’unica possibilità».

«Steven ma tu non hai paura a stare qui?», dico io, lui ride di gusto in un modo anch’esso non descrivibile. Non risponde niente, ci fa accomodare, ci offre da mangiare e un buon te.

«Se vieni da dove viene lui e sopravvivi - dice Marco -. Poi non hai più paura».
Steven, figlio dei bassifondi di Nairobi, figlio della strada, cresciuto nell’odio anche lui. Quando arrivò la minaccia di Al Shabaab nel suo villaggio lui si vestì da sacerdote, andò dall’Imam locale ed insieme all’Imam andarono in ogni chiesa protestante, organizzando un incontro tra tutte le religioni presenti nella regione del Tana River.
L’incontro iniziò nel tumulto, nel litigio, fin quando Steven prese la parola dicendo: «Quando ero piccolino mia madre mi cresceva dicendomi che gli uomini nel mondo hanno fedi diverse, ma hanno tutti il sangue dello stesso colore.
Mia madre diceva che il sangue è la parte visibile dell’anima e che è rosso per tutti gli uomini e le donne di tutte le fedi e di tutti i popoli, e questo è il segno che siamo tutti figli dello stesso Padre».
L’Imam prese la parola e disse che anche Isacco e Ismaele erano fratelli, figli di Abramo e benedetti dallo stesso Padre in terra e nel cielo. Avrebbe appoggiato Steven e insieme a lui avrebbero predicato la pace nella regione del Tana River.
Così Steven, l’Imam e i pastori protestanti fecero il giro di tutte le chiese, di tutte le moschee, di tutti i centri principali del luogo. Figli dello stesso Padre, operatori della stessa pace.   


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