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Richard Gere: I love Italy

Richard Gere sa come corteggiare il pubblico: tra sorrisi e battute, non si tira mai indietro, neppure davanti a richieste surreali o domande stupide. Dopo aver incarnato al cinema il gentiluomo perfetto, ama comunque stupirci con ruoli diversi, ecce

Gio 04 Feb 2016 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Indossare sempre la corona della perfezione dev’essere stancante. Tutti si aspettano che tu sia all’altezza di ogni situazione, impeccabile e divertente. Non è consentito avere un momento di stanchezza o d’insofferenza. Se ti chiami Richard Gere sai di dover restituire alla gente il calore e il supporto che ti hanno fatto conquistare una comoda poltrona nell’Olimpo dei divi di Hollywood. E lui non si tira indietro mai: usa la voce per parlare a difesa dei più deboli, si batte per nobili cause sociali, sceglie sempre più spesso pellicole indipendenti e ruoli controversi. Per raccontare l’ultimo progetto, “Franny”, è tornato in Italia, come gli capita di fare spesso negli ultimi tempi, e riesce ancora a stupirsi e divertirsi per lo stile “casual” dei suoi abitanti. Ogni volta che ci torna, commenta in un impeccabile italiano, trova un “totale casino”. E a lui piace così…

Ultimamente punta su personaggi “difficili” mentre potrebbe interpretare ad occhi chiusi una commedia romantica, che richiederebbe magari mena fatica emotiva. Perché?
«Le cose difficili sono anche le più divertenti. Nel mio ultimo film, “Oppenheimer Strategy” (prossimamente nei cinema italiani - ndr), un personaggio mi chiede: “Perché non la fai semplice?” e io rispondo: “Meglio così”. E sa perché?».

Perché?
«Perché non ho mai incontrato una persona semplice in vita mia: sotto sotto, anche se dice il contrario, è complicata… proprio come la vita. Complessa, certo, ma anche ricca».

I film indipendenti le fruttano un cachet ridicolo, però…
«Vero: hanno poco budget, li giri in pochissimo tempo e devi correre, ma, lo ripeto, la vita non è semplice».
Di recente, per esigenze di copione, è stato un clochard e un filantropo: in entrambi i casi, per farla breve, disoccupato…
«Strano, nessuno dei due ha un lavoro, una coincidenza a cui non avevo pensato».

Per “Franny” si è affidato ad un regista esordiente: lo fa spesso, perché?
«Potrà anche essere il suo primo film, ma non certo il mio… e quando ho in mano un copione che valga la pena recitare allora seguo l’istinto e mi fido. Nella recitazione non si smette mai di imparare… e poi in questo caso la storia è intima, personale. Andrew Renzi, il regista, ha davvero vissuto da bambino nella casa dove è ambientato il film, per lui “Franny” era un racconto viscerale, lo aveva dentro e questo ha aiutato a realizzare il film».

A quando una pellicola girata in Italia?
«Spero presto. Perché no? Sono aperto all’idea di lavorare qui da voi, ma scegliere di fare un film è come aspettare l’allineamento dei pianeti favorevoli, entrano in ballo molte variabili. È come una magia, qualcosa d’impalpabile. Bernardo Bertolucci, mio grande amico, me lo ripete spesso…».

E come mai non è ancora successo?
«Il casino non mi scoraggia e non è che sia schizzinoso o rifiuti a priori, ma quest’alchimia in Italia non è ancora avvenuta. E poi ci sono anche altri registi di talento con cui vorrei recitare prima di andare in pensione».

Molti suoi colleghi hanno trovato ruoli incredibili in tv. Lei ci ha pensato?
«Non vado avanti a pianificare la carriera, mai fatto, persino le scelte peggiori sono comunque frutto dell’istinto. Il 95% dei copioni che accetto mi viene offerto quando guardo in direzioni opposte. Il mio obiettivo è rendere omaggio all’umanità in tutte le sue forme, anche con personaggi buffi o maldestri. Voglio essere sorpreso, ma mi considero vecchio stile».

Vecchio stile in cosa?
«Forse perché ho iniziato negli anni Settanta, ma a me piace l’esperienza della sala, del grande schermo, al buio. Molti canali tv negli USA, da HBO a Showtime, stanno realizzando prodotti eccellenti, ma io non voglio perdermi l’esperienza di uscire da casa e immergermi, con dei perfetti estranei, nel silenzio di un cinema per essere traghettato altrove. E ancora non mi sento pronto a privarmi di questo piacere…».

Si sente mai in colpa per una scelta sbagliata?
«C’è qualcuno che non lo fa? Poi però ti rendi conto che le situazioni avvengono anche per ragioni misteriose, non sempre frutto di un meccanismo semplice di causa-effetto. Nei film il protagonista sperimenta spesso un’illuminazione in cui capisce tutto della vita, ma nella realtà non funziona così. Non esistono spiegazioni o definizioni lineari, io preferisco scavare…».

Qual è per lei il senso della vita?
«Secondo me non arriviamo al mondo come una tabula rasa, vuoti, vergini, ma con un imprinting ben delineato».

Si lascia influenzare dalla visione che hanno del mondo i suoi personaggi?
«Capita inevitabilmente: per “Franny” anch’io mi sono lasciato andare perché lui è fuori forma, vive in un hotel per cinque anni senza quasi uscire dalla suite, facendosi portare il servizio in camera… e così anch’io sembravo una balena».

A proposito di visione del mondo, da qualche mese la maggiore preoccupazione nel mondo è il terrorismo. Recentemente la strage in un centro disabili di San Bernardino in California ha portato alla ribalta il problema della vendita delle armi e di una certa responsabilità nostra in ciò che sta accadendo. Lei che è particolarmente sensibile al tema, cosa ne pensa?
«Il controllo delle armi da fuoco negli Stati Uniti è serio, possediamo un armamentario maggiore di tutto il resto del mondo. A logica verrebbe da pensare che simili disastri implichino una diminuzione dell’uso, invece la gente continua a comprarle, pensa di aver bisogno di maggiore protezione. E quando ci confrontiamo con gli effetti purtroppo è troppo tardi».

Cosa fare di fronte a questo?
«Capisco che se la gente si comporta male va fermata e punita secondo la legge, ma il senso di vendetta e i vigilanti non portano da nessuna parte. Dovremmo ricordare quello che ci rende umani, acquisire saggezza, guardando a fondo i problemi fino a risalire alle cause, invece di fermarsi alla superficie».

È vero che vorrebbe un incontro tra il Papa e il Dalai Lama?
«Credo che siano due delle personalità capaci di rendere il pianeta un posto migliore. Se s’incontrassero parlerebbero di come fermare le atrocità, troverebbero un linguaggio universale per parlare a tutti e aiutare il pianeta. È vero, provengono da culture diverse e rappresentano popoli differenti, ma proprio da questa diversità può nascere qualcosa che faccia del bene».

 



I mille volti di Richard

Richard Tiffany Gere è nato a Philadelfia il 31 agosto 1949. Ha collezionato moltissime nomination, ha vinto un Emmy, un Golden Globe, un David di Donatello e molti altri riconoscimenti per meriti professionali e umanitari. Ha esordito a teatro con “Grease” per poi interpretare alcuni dei ruoli più iconici di Hollywood, da “American Gigolò” a “Ufficiale e gentiluomo”, fino a “Pretty Woman” che ha accettato, si dice, solo perché l’allora esordiente Julia Roberts lo ha convinto. Dal musical “Chicago” allo storico “Il primo cavaliere”, dal thriller “Schegge di paura” al drammatico “La frode”: ha cambiato registro molto spesso, anche se sono state le commedie ad incoronarlo come eroe romantico nell’immaginario collettivo. Nel 1991 ha sposato Cindy Crawford, nel 2002 Carey Lowell, con cui ha avuto un figlio, Homer (16 anni), che ha portato anche con sé al Giffoni Film Festival, per essere ispirato dai suoi coetanei appassionati di cinema. Ha abbracciato diverse spiritualità e ha sostenuto cause diverse per i diritti civili, tra cui quella in Tibet. Attualmente si dedica a pellicole indipendenti, come “Time Out of Mind”, presentato al Festival di Roma, in cui interpreta un senzatetto, e “Franny”, dove presta il volto ad un filantropo eccentrico. Nel 2016 tornerà in sala con “Oppenheimer Strategy”.
 


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