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Riciclo, vince il genio made in Italy

Un team italiano rivoluziona il riciclo dei materiali e lo rende ancora pił convenviente

Gio 04 Feb 2016 | di Francesco Buda | Ambiente
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Per far volare la raccolta differenziata, con tutti i benefici che ne derivano per l'economia, la salute e l’ambiente, ormai sono disponibili tecnologie e sistemi meravigliosi. Uno colpisce in modo speciale, perché può davvero far buttare via - è proprio il caso di dirlo - vecchie mentalità e sistemi obsoleti per la gestione dei rifiuti. Da anni Acqua & Sapone, fuori dalle lobby politico-affaristiche, cerca di spiegare l'importanza, la concreta e rapida attuabilità e la convenienza di sistemi come il "porta a porta", quel tipo di raccolta differenziata a domicilio che - dove applicata seriamente - si è rivelata un successo anche economico.
Dà gioia poter dare notizie come queste: un gruppo di giovani ricercatori italiani, nell'àmbito di progetti europei, ha trovato il modo per rendere più veloce, più efficace e più redditizia la differenziata, utilizzando le tecnologie di analisi d'immagine iperspettrale (HSI). Una sorta di scanner, occhi elettronici inizialmente impiegati nei satelliti spaziali, che scrutano molto più e meglio dei famosi raggi X i materiali, fornendo una mole enorme di informazioni. Dati che, se saputi cercare e interpretare, offrono vere e proprie svolte verso l'economia circolare, quel circuito cioè non più basato sull'usa e getta, sulla spremitura delle risorse come se fossero infinite, ma che pone al centro la sostenibilità del sistema, in cui non ci sono prodotti di scarto e in cui le materie vengono costantemente riutilizzate.
Loro, i giovani del Gruppo di ricerca di ingegneria della materie prime dell'Università "Sapienza", nei laboratori tra Roma e Latina, sono in grado di realizzare dei "segugi" elettronici. Sono riusciti infatti a far compiere a questi sofisticati sensori iperspettrali delle operazioni utilissime per riconoscere e trattare al meglio i rifiuti: caratterizzazione, certificazione e controllo rapido di qualità dei materiali.
Sono le risposte made in Italy ad un enigma cruciale del riciclaggio dei rifiuti, che esige che ciascun materiale separato sia il più possibile "puro", ossia non mischiato con altri elementi quando viene rivenduto ai riciclatori e potergli dare nuova vita, ma pure quando finisce, ahinoi, negli antieconomici e nocivi inceneritori.

COSÌ SIMILI, COSÌ DIVERSI
Ad esempio, vasetti, flaconi, imballaggi di carta, vaschette e tutta la miriade di contenitori comunemente definiti "di plastica", hanno grosse differenze tra loro. Sono fatti di materiali solo apparentemente uguali. Si parla infatti di plastiche, al plurale: diversi sono, ad esempio, il PET delle bottiglie dell'acqua, il PE (polietilene) dello spruzzino del detersivo e il PVC di tubi e finestre. Le vaschette per gli alimenti sembrano tutte uguali, ma sono fatte con polimeri differenti che, per essere riciclati, vanno individuati e accuratamente distinti. C'è una bella differenza, poi, tra vetro e vetro ceramico. Quest'ultimo  fonde a maggiori temperature e crea problemi una volta giunto all'impianto di riciclo se mischiato con il vetro. Per poter essere riciclato, ciascuno di questi materiali dev'essere lavorato per conto proprio. Avere stock di questi materiali ben separati, non 'contaminati' da altri elementi, oltre che rispettare l'ambiente e risparmiare molte risorse, significa incassare maggiori introiti rivendendoli. Quando i nostri Comuni portano i materiali che noi abbiamo separato a casa, più 'pure' sono le varie frazioni - plastica, vetro, metalli eccetera - e maggiore sarà il prezzo che incassano e quindi maggiore il ritorno per la collettività. Stesso discorso per un'azienda che voglia rivendersi gli scarti di produzione. Un problema economico-industriale di rilievo.
Ma come fare l'identikit dei materiali e quindi assicurare tutto ciò? Un rebus al quale hanno dato soluzione i ricercatori italiani.

AVANGUARDIA MADE IN ITALY
In estrema sintesi, il team di ricerca ha messo a punto dei modelli matematici e dei software che poi "addestrano" i sensori, si dice proprio così in gergo tecnico, sul materiale che gli si vuole far riconoscere. Per intenderci, un po' come avviene quando si fa annusare una sostanza al cane poliziotto affinché la rintracci. «Ogni materiale ha una sua firma spettrale, una sorta di impronta digitale», spiega ad Acqua & Sapone la professoressa Silvia Serranti, coordinatrice del team di ricerca. Stanno portando avanti studi e trovando soluzioni rivoluzionarie, con menti tanto brillanti quanto fresche: hanno un'età media di 30 anni! "La differenziata e il porta a porta costano troppo; ma l'immondizia bisogna pure metterla da qualche parte o bruciarla; come si fa a dividere davvero con precisione i vari materiali; riciclare non produce poi vantaggi economici;  discariche e inceneritori alla fine servono"... Questi alcuni dei tormentoni di certa propaganda che ancora non molla il business dei rifiuti, continuando a inchiodare i nostri Comuni e il Paese alle discariche ai giganteschi ed inquinanti forni per bruciare materie ancora utilizzabilissime. Se si vuole. I risultati del Gruppo della professoressa Serranti fugano ogni dubbio e, se attuati, possono far volare il "porta a porta" e dare un impulso enorme anche al riciclo dei rifiuti industriali, riducendo persino i costi del processo. Se si vuole.

ECONOMIA CIRCOLARE
L'Europa sta vivendo un gran fermento in questo àmbito e sta allestendo nuove regole per  promuovere e realizzare l'economia circolare. A dicembre la Commissione Europea ha presentato un pacchetto di misure per eliminare le discariche e ridurre l'incenerimento, rendere definitivamente obbligatoria la raccolta differenziata dell'organico ed altro ancora. Parliamo della più importante normativa ambientale dell'UE negli ultimi anni, UE non immune dalle solite prepotenze di certe lobby. Si stima che per il settore produttivo questa normativa valga 600 miliardi di euro e che potrà ridurre dal 2 al 4% ogni anno le emissioni ammazza-clima. Obbiettivi raggiungibili senz'altro grazie ai risultati del Gruppo di ricerca di ingegneria della materie prime dell'Università "Sapienza" di Roma. «Gli utilizzi di queste ricerche - ci dice la professoressa Serranti - nel campo dell’economia circolare possono essere sintetizzati nella definizione rapida delle caratteristiche di composizione dei materiali che vogliono essere riciclati». In termini operativi questo si traduce in tre risultati: «Un miglior controllo delle caratteristiche dei materiali, un miglior controllo delle varie fasi del processo di riciclo e la possibilità di operare un monitoraggio pressoché continuo delle caratteristiche di composizione dei materiali in uscita del processo (controllo di qualità dei prodotti). Aspetto quest’ultimo di grande importanza per aumentare il valore di mercato dei prodotti riciclati. Possiamo stimare in qualche decina di punti percentuali l'aumento del riciclo ottenibile con le nostre tecniche, ma l'aspetto più importante riguarda la migliore qualificazione dei prodotti ricavati, a costi di gran lunga inferiori rispetto a quanto si potrebbe fare oggi con altre metodologie per raggiungere gli stessi risultati».

APPLICAZIONI INFINITE
E questo vale per un'infinità di cose: dai rifiuti organici (ad es. scarti di cucina e agricoli), elettrodomestici, apparecchi elettrici ed elettronici (RAEE), plastiche, scarti edili, di automobili e così via. L'Italia potrebbe guadagnarci moltissimo, se pensiamo che siamo il secondo Paese per domanda di plastiche in Europa e che, sempre nel vecchio continente, su 14 milioni di tonnellate di poliolefine (la famiglia di plastiche più comune) prodotte in un anno se ne riciclano soltanto un milione. Il team italiano sta lavorando ad altre innovazioni, come «la preselezione dei rifiuti elettrici ed elettronici - racconta la docente -, la possibilità di discriminare diverse tipologie di scarti di legno in base alle essenze o a trattamenti chimico-fisici ai quali sono stati sottoposti, materiali polimerici composti, manufatti contenenti amianto, rifiuti o scarti nella filiera agro-alimentare, riciclo della vetroresina dalle barche a fine vita, problematica emergente e di grande attualità». Anche sul fronte dei danni provocati da erronei smaltimenti dei rifiuti e non solo, gli studi di questo team possono aprire nuovi filoni di ricerca ed essere utilissimi, ad esempio per rintracciare e determinare con esattezza l'inquinamento del suolo, di una falda acquifera contaminata da una discarica e quindi fare adeguate bonifiche; o per sapere cosa esce veramente da certi impianti di trattamento dei rifiuti. Così da essere sicuri, sempre per esempio, che i cosiddetti 'bio'gas supersussidiati dallo Stato come se fossero vere fonti rinnovabili, producano vero compost di qualità. Cosa niente affatto scontata, specialmente se guardiamo a recenti inchieste giudiziarie sul settore dell'immondizia.

ORA STA AL PAESE SAPERCI FARE
La vera sfida è mettere in pratica qui da noi le brillanti innovazioni di queste giovani menti italiane. «Il rischio è che si perda il treno e che le nostre idee e i nostri risultati vengano poi adottati e sviluppati all'estero», avverte la professoressa Serranti. Per esempio, gli olandesi a Delft hanno avviato un impianto che, anche coi sistemi del suo team, ricicla gli scarti edili per farne nuovo cemento. «Anche se noi restiamo in Italia, questa pure è fuga di cervelli - ragiona il giovane ingegnere Fabio Potenza, che lavora nel gruppo della Serranti -, e purtroppo lo sviluppo che deriva dai nostri studi rischia di rimanere all'estero». Loro ci stanno dando gli strumenti, ora sta ai governanti, ma pure ai cittadini e alle imprese metterli a frutto, abbandonando le discariche e gli altri sistemi inquinanti per smaltire i rifiuti e finalmente realizzare una raccolta differenziata efficace e capillare in tutto lo Stivale superando l'attuale far west. Per legge (decreto Ronchi), ogni Comune entro il 2003 doveva arrivare almeno al 50% di differenziata. Obiettivo portato al 65% entro il 2012. I dati ufficiali più aggiornati (anno 2013) ci dicono che siamo ancora poco sopra il 42%. Grazie a queste ricerche e al frutto di questi studi, è ancora più semplice e realizzabile il passaggio economico e politico, ma prima ancora culturale, ormai indifferibile: vedere i rifiuti non più come una rognosa incombenza di cui sbarazzarsi, ma una grandiosa opportunità di lavoro e di incasso. E allora l'emergenza non sarà più quella dell'immondizia, ma quella per i tanti riciclati della politica al guinzaglio di certi poteri.

 




Miniere urbane: oro, argento, rame dai telefonini

Tra i risultati principali del Gruppo di ricerca di ingegneria della materie prime dell'Università "Sapienza" di Roma e Latina, vi sono l'individuazione e il controllo di qualità dei prodotti da riciclare. In particolare, del PVC da infissi e cavi elettrici, del calcestruzzo vergine prodotto con rifiuti da costruzione o demolizione finora riutilizzati per farci le strade, dei materiali provenienti da apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Questi ultimi sono una vera ricchezza, tanto che si parla di "urban mining", cioè estrazione mineraria urbana. Invece di aggredire montagne, si recuperano metalli preziose e terre rare da televisori, computer, telefonini e altri apparecchi. Un business che può dare enormi soddisfazioni. Basti pensare che in una tonnellata di roccia grezza del complesso minerario di Yanacocha in Perù, vi sono 0,85 grammi di oro. In una tonnellata di smartphone ben 250 grammi! Oppure il rame: in una tonnellata di roccia grezza ce ne sono appena 9,5 grammi, mentre in una tonnellata di smartphone ce ne sono 118,5 chili. Da una tonnellata di grezzo in miniera si tirano fuori 400 grammi di argento, da una tonnellata di smartphone 2,7 kg. Si calcola che il recupero dell'oro dai computer venduti in un anno nel mondo, eviterebbe di mangiare circa 15 milioni di tonnellate di roccia. Tirar fuori dagli scarti edili calcestruzzo vergine certificato con cui fare palazzi è un'innovazione formidabile. Consente infatti di risparmiare le montagne e arginare i tentacoli delle mafie, notoriamente dominanti nel settore cementizio.

 


 


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