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Giorgio Tirabassi: La sacralità dell'impegno quotidiano

Il coraggio di aprirsi e di affrontare il mondo, fino al palcoscenico e alla musica

Gio 04 Feb 2016 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
Foto di 7

Il commissario Ardenzi tornerà presto in televisione nella seconda serie di “Squadra Mobile”, in onda su Canale5, ma intanto Giorgio Tirabassi debutta come cantante e musicista con “Romantica”, disco contenente brani della tradizione popolare romana riletti in chiave jazz e bossanova.

Giorgio, come nasce il tuo primo disco?
«Sono un grande appassionato della tradizione popolare e la canzone ne è una delle testimonianze più tangibili. In questo album propongo brani antichi, dell’800, ma con liriche anche del ‘400: mi sono trovato di fronte spartiti spesso rudimentali e li ho riadattati musicalmente, ma i versi sono bellissimi. Questo disco è rivolto anche a tutti quelli che amano Roma, ma non conoscono la cultura della Capitale. La tradizione è fondamentale, perché attraverso di essa riscopriamo le nostre radici».

Quali sono le tue radici?
«Io sono “romano de Roma” da varie generazioni e le mie radici affondano nella famiglia e nella mia educazione cattolica. Mio nonno era un vero artigiano, aveva due sellerie, con tante storie di carrettieri, osterie e … qualche coltellata! Io e mio fratello maggiore siamo figli di due impiegati; ricordo mio padre che cantava antiche canzoni romane e nelle riunioni familiari si ballava!».

Che infanzia hai vissuto?
«Ero un bambino chiuso e insicuro, tanto che a tre anni iniziai a balbettare pesantemente, un problema che oggi riesco a gestire bene. A quel tempo però non c’era il logopedista e il neurologo mi faceva andare avanti con i calmanti … Anche a scuola è stato difficile per la presa in giro da parte dei compagni, ma riuscivo spesso a cavarmela con qualche battuta spiritosa. Impegnarmi per diventare attore è stato terapeutico per trovare la mia maturità e combattere la mia difficoltà nel parlare».

Ti sei mai chiesto da che cosa è scaturita la tua balbuzie?
«Certamente era il frutto di una mia sofferenza inconscia. Anche se non ne siamo razionalmente consapevoli, ci portiamo dentro dei traumi fin da quando siamo nel liquido amniotico: il nostro inconscio registra tutto già dalla relazione prenatale con la madre. È difficile, ma per ottenere un’evoluzione personale, ognuno dovrebbe far emergere la propria parte più profonda e guardarsi nell’anima».

Come ti prendi cura della tua anima?
«Fino ai tempi della Prima Comunione mi sentivo profondamente legato a Dio, ma poi gradualmente sono rimasto molto ferito dalle ipocrisie degli ambienti cattolici che frequentavo. Come tanti altri, mi sono allontanato anche per l’insieme di regole e paure che la Chiesa trasmetteva: nel corso degli anni la fede è passata in secondo piano e anche i miei due figli sono stati battezzati molto tardi».

Come è continuata la tua ricerca spirituale?
«Probabilmente si è trasformata in un rapporto più profondo con me stesso, anche perché la nostra generazione ha scoperto la psicoanalisi, che in qualche modo ha sostituito il rapporto che c’era con il prete di riferimento. Inconsapevolmente, continuo a vivere da buon cristiano attraverso il mio impegno per essere una persona perbene, valore fondamentale aldilà della religione che si può professare». 

L’arrivo di Papa Francesco ha cambiato il tuo atteggiamento nei confronti della Chiesa?
«Francesco mi è molto simpatico e lo ammiro per la sua grande empatia: finalmente un Pontefice che esprime con forza il suo essere uomo! Molte persone, compreso me, hanno ricominciato ad ascoltare le parole della Chiesa attraverso la sua voce. Con la sua apertura ed accoglienza ha scardinato muri eretti nel corso dei secoli. La figura di Gesù è grandiosa, ma non tutti hanno l’occasione di approfondire il valore del Suo messaggio e il testo del Vangelo. Da 2000 anni il vero problema è l’incoerenza dei rappresentanti di Cristo, a maggior ragione nell’esistenza quotidiana della nostra città di Roma».

Il giorno più bello della tua vita?
«Quando ho conquistato il diploma liceale! La mia carriera scolastica è stata terribile, sempre rimandato e pieno di sensi di colpa per non essere all’altezza delle aspettative dei miei genitori. Non riuscivo proprio a studiare: giocavo molto bene a calcio e suonavo la chitarra. Questo, insieme alla forte educazione familiare, mi ha aiutato a non rimanere coinvolto nei giri poco puliti della periferia dove vivevamo».

La tua conquista più difficile?
«Trovare il coraggio di aprirmi e affrontare il mondo. È una battaglia necessaria per tutti, ma per me è stato molto difficile. Se ripenso alla mia infanzia di bambino chiuso, timido e balbuziente, che ha frequentato sempre scuole cattoliche, fu una vera rivoluzione. Appena diplomato, in quegli anni dove tutto era politica (1977 - ndr), iniziai a frequentare i collettivi di sinistra e a studiare teatro: un cambiamento enorme! Ancora oggi mi sembra incredibile che a soli ventidue anni ero già sul palco a recitare al fianco del mio idolo Gigi Proietti!».

Tra poco andrà in onda la nuova stagione di “Squadra mobile”, serie tv nata da “Distretto di Polizia”. Cosa ha significato la popolarità che quest’ultima ti ha regalato?
«È stato il coronamento di tanti anni di lavoro e mi ha dato un rapporto nuovo con i miei concittadini: i romani sono calorosi e dopo il successo della fiction mi hanno dimostrato molto affetto. La popolarità mi ha costretto ad approfondire il grande valore dell’umiltà e mi ha permesso di dedicarmi di più alla musica, l’altra mia grande passione. Soprattutto, ora sento necessario utilizzare la mia notorietà per aiutare tante associazioni di volontariato. È stato molto difficile raggiungere i miei risultati professionali: sento che rendermi utile a chi soffre, significa dare sacralità al mio impegno e alla mia persona. Dovremmo essere tutti un po’ sacerdoti e rendere sacro il nostro impegno lavorativo: il mondo sarebbe senz’altro migliore».

Abbiamo tutti nel cuore la tua toccante interpretazione nella fiction su Paolo Borsellino. E oggi sei tra coloro che sostengono il magistrato Nino Di Matteo. Come valuti l’attuale situazione politica?
«Interpretare la figura di Borsellino fu per me molto difficile, ma anche altamente formativo. Attualmente, nel mio piccolo, sento il dovere di sostenere il magistrato Nino Di Matteo e tutti coloro che si impegnano da anni per combattere le mafie, mettendo a rischio la propria esistenza. È assurdo che ancora oggi uomini e donne che tutelano con tanto impegno la legalità nel nostro Paese siano poco sostenuti dallo Stato. Io sono sempre stato un elettore di sinistra, ma sono sinceramente stufo di tante incoerenze e dei troppi lati oscuri della nostra politica. Il primo valore da affermare è senza dubbio l’onestà: apprezzo molto l’impegno di Matteo Renzi, anche se sono sempre più interessato dalla limpidezza e dal messaggio del Movimento Cinque Stelle».

 



CINEMA, TV, TEATRO E MUSICA

Nato il 1° febbraio del 1960 a Roma, è approdato nella compagnia di Gigi Proietti nel 1982, dove ha recitato per 9 anni. Giorgio Tirabassi è stato diretto al cinema da numerosi registi quali Francesca Archibugi, Carlo Mazzacurati, Marco Risi, Ettore Scola, Renato De Maria. A 41 anni è arrivato il vero successo con “Distretto di polizia”, dove interpreta Roberto Ardenzi, prima come ispettore capo (stagione 1-2), poi vicecommissario (stagione 3-5) ed infine come Commissario del X Tuscolano (stagione 6). Nel novembre 2004 interpreta il ruolo di Paolo Borsellino nell'omonimo film per la tv, per Canale 5. Nel 2008 è il professore Antonio Cicerino nella serie “I liceali”. Nel 2012 è protagonista di “Benvenuti a tavola - Nord vs Sud”, su Canale 5. A gennaio ha pubblicato il suo primo cd “Romantica” (Etichetta Nuccia) e ha ripreso il tour nei teatri con lo spettacolo “Coatto unico senza intervallo”. In primavera torna in tv con “Squadra Mobile”, seconda serie.


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