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Non chiamateli gemelli

Sotto la lente di Pietra Brustia, docente di Psicologia, il legame simbiotico dei gemelli per scoprire come affrontare la doppia fatica genitoriale

Gio 25 Feb 2016 | di Paola Maruzzi | Bambini
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Negli ultimi anni nei paesi occidentali le gravidanze gemellari sono cresciute del 47%, mentre quelle plurigemellari del 370%. I motivi sono il ricorso sempre più frequente alle tecniche di fecondazione assistita (in particolare all'induzione farmacologica) e l'età avanzata delle madri: tra i 35 e i 40 anni le donne hanno maggiori probabilità di avere una doppia ovulazione, quindi di concepire due figli in un colpo solo.
Che sia frutto di una naturale casualità o di un percorso "pilotato" la sostanza non cambia: un esercito di mamme e papà è in cerca di consigli. Convinti che il vecchio ritornello del "doppie fatiche ma doppie gioie" non sia abbastanza d'aiuto, abbiamo chiesto a Piera Brustia, docente di psicologia dinamica all’Università di Torino e promotrice del "Progetto Gemelli", di fornirci un kit di sopravvivenza per gestire al meglio questo particolarissimo ruolo genitoriale.

Qual è il primo consiglio per una coppia in attesa di gemelli?
«Iniziare a fare spazio nella mente in modo da prepararsi ad accogliere i figli in arrivo come persone a se stanti. Non è così scontato come sembra, soprattutto se la gravidanza gemellare è inaspettata: d'istinto siamo portati a immaginare e a proiettarci verso una maternità o una paternità al singolare. È bene familiarizzare sin da subito che occuparsi di gemelli significa rivolgersi a loro non in quanto coppia, ma come due singoli individui diversi, ciascuno con la propria identità: a questo punto si è già a metà dell'opera».

Le mamme dei gemelli vengono spesso definite super mamme o mamme speciali, etichette che la dicono lunga sul timore di non essere all'altezza del ruolo. È così?
«La gemellarità ha da sempre evocato qualcosa di magico e di speciale. È un avvento talmente fuori dal comune che in alcune culture i gemelli sono stati addirittura elevati a divinità. Tuttavia le loro mamme non hanno poteri straordinari: è bene, quindi, prendere coscienza che non si è onnipotenti. Molte donne negano a se stesse di aver bisogno di una mano perché temono di sentirsi sminuite nel loro ruolo genitoriale. In realtà è vero il contrario: chiedere aiuto è una cosa sana e naturale».

Cosa dire dei papà?
«A differenza dei loro colleghi con figli singoli, i papà dei gemelli vengono gettati nell'avventura genitoriale in modo precoce e diretto. Sin dalla gravidanza sono più partecipi, si sviluppa così quella che viene chiamata preoccupazione paterna primaria. In generale, i papà sono più coinvolti emotivamente nella cura dei bambini e fungono, a volte, da surrogato materno».

In Italia su che tipo di sostegno possono contare i genitori di gemelli?
«In generale non c'è molta attenzione a riguardo. Per colmare questa mancanza è nato 15 anni fa, in Piemonte, il "Progetto Gemelli" che continua ad andare avanti nonostante il rallentamento dovuto ai tagli dei fondi regionali. In collaborazione con le aziende ospedaliere prestiamo, attraverso un ciclo di incontri, un sostegno concreto e a tutto tondo sin dall'annuncio della gravidanza gemellare, spesso accompagnata da una serie di ansie e preoccupazioni a cui i neo genitori non sono preparati».

Nel suo libro "Vivere con i gemelli" si parla dell'importanza di de-gemellarizzare. Qualche esempio?
«Iniziamo dal non chiamarli "i gemelli", ma ognuno con il proprio nome, a non vestirli uguali, a dar loro giocattoli differenti a non esasperare le somiglianze. La relazione tra i gemelli è più forte di quella che i singoli hanno con la madre e quindi non va forzata e alimentata, enfatizzando le somiglianze e l'unità di coppia o potenziando la coesione e la dipendenza. De-gemellarizzare significa tagliare metaforicamente il cordone che unisce i co-gemelli, aiutandoli nella conquista dell'indipendenza».

Come gestire la continua conflittualità dei gemelli che, specie nei primi anni, si contendono le attenzioni della madre e del padre?
«Un piccolo segreto è regalare a ciascuno dei momenti esclusivi da figlio unico con entrambi i genitori. Questo non significa privare l'uno dell'altro, ma rafforzare un legame che va ben al di là della compresenza del co-gemello. Pensiamo, per esempio, al paradosso dei gemelli monozigoti: è stato dimostrato che gemelli di questo tipo separati alla nascita, avendo potuto sviluppare la propria identità senza subire condizionamenti, sono risultati più simili perchè non costretti a differenziarsi obbligatoriamente per non confondersi».

Qual è il vantaggio psicologico dell'essere gemelli?
«È un'unione fusionale unica: l'uno conta sull'altro come parte di sé. Gli aspetti positivi sono la collaborazione, la complicità e l'alleanza nelle difficoltà. La contropartita può essere la difficoltà a trovare la propria identità. L'esempio estremo e patologico è rappresentato dalla criptofasia, cioè lo sviluppo nei primi anni di vita di un linguaggio segreto condiviso solo dalla coppia che si preclude così l'apertura al mondo: è un caso molto raro, ma che ci ricorda l'importanza di vigilare sui comportamenti dei bimbi». 

Nella conquista dell'autonomia consiglia classi separate sin dall'asilo?
«Tendenzialmente sì, a partire dalla scuola dell'infanzia il consiglio è di dividerli. Il vero problema è che le nostre istituzioni scolastiche non sono preparate e spesso riducono la questione: o insieme o separati. Ma ogni relazione gemellare è a sé, non esistono ricette preconfezionate».

 


 

La straordinaria storia di Antonietta, mamma di tre gemelle

Se la teoria della degemellizzazione non fa una piega ben altra cosa è applicarla nel quotidiano. Lo sa bene Antonietta, 37 anni, tre gravidanze portate a termine splendidamente e cinque figli da accudire ogni giorno: Marco di 11 anni, Sofia di 9 anni e le new entry Elide, Irene, Alessandra di 15 mesi. 
«Io e mio marito di certo non possiamo dedicarci molto a ogni singolo figlio – racconta –. Cerco di sfruttare il momento del bagnetto e del cambio pannolino per giocare e coccolare le mie piccole singolarmente. Ognuna di loro ha le sue coccole preferite, chi il solletico sul pancino, chi sotto i piedi e chi le pernacchie. Sono i piccoli momenti che danno gioia e creano l'intesa fra noi e loro».
In casa Michelli sono due gli ingredienti che non devono mai mancare: «L'organizzazione e la pazienza. Mai farsi prendere dal panico e dagli imprevisti, cerco di ottenere collaborazione da tutti, ma non sempre ci riesco. Le giornate sono super programmate in ogni piccolo dettaglio, esigono il rispetto delle regole. Un consiglio che posso dare alle altre mamme è di rispettare rigorosamente gli orari di pappe e sonno per tutti, non dividere mai le attività dei gemelli... sarebbe un lavoro senza fine». 
Una sfida che non conosce tregua, ma che Antonietta porta avanti con il sorriso. «Con un figlio o con cinque il mestiere di mamma è comunque un lavoro che toglie le forze, ma regala gioia e soddisfazioni tali da farti essere forte ed affrontare tutto, ogni giorno».


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