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Dottore, ho una storia da raccontarti

Dietro ogni malattia c’è il vissuto della persona che va ascoltata. Da lì può ripartire la guarigione

Gio 25 Feb 2016 | di Francesco Buda | Salute
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La salute è legata alla storia personale. Vivere, gioire, soffrire, ammalarsi, guarire non è solo questione di pillole.
Di mezzo c'è il vissuto della persona. Esami, visite, test, prelievi, accertamenti di ogni genere.
Quanto però ci sentiamo veramente ascoltati dai medici? E quanto i camici bianchi sanno ascoltare i pazienti? Domande collegate anche all'ascolto che ciascuno dedica a se stesso, specialmente nei momenti difficili e quando si ha un disturbo fisico, dal 'semplice' mal di testa a malattie importanti.
In realtà, tutti i segnali del nostro corpo hanno importanza, c'interpellano e ci invitano a metterli in relazione con la nostra vita. Non siamo fatti in stile Ikea, né siamo macchine. E il dottore non è un meccanico, che ci misura e fa il tagliando.  Dietro ogni disturbo fisico, di solito c'è una storia. Un racconto che è bene tirar fuori, con noi stessi e davanti al medico. Da una quindicina d'anni si parla anche di "medicina narrativa", che pone al centro la persona nel suo insieme e i suoi trascorsi esistenziali, non solo i sintomi. 


STOP RIDUZIONISMI

«Basta ridurre la persona ad una malattia, la salute è un fenomeno estremamente complesso, non possiamo vedere solo una parte e considerarla come sostitutiva del tutto». A parlare è Alfredo Zuppiroli, cardiologo di lungo corso. Oltre a curare persone con problemi al cuore, va in giro per l'Italia per evitare che la scienza, la tecnica, la medicina disumanizzino il mondo sanitario e affinché, invece, chi sta male possa trovare professionisti capaci di ascoltarlo e di non limitarsi asetticamente al dato fisico. 
Nel suo libro "Le trame della Cura" per l'editrice Maria Margherita Bulgarini, offre un faro su un'esigenza fondamentale: ogni malato ha una sua storia che va ascoltata. «Si deve partire dalla storia della famiglia - ci dice -, capire se e quali disagi ha la persona, ad esempio lo stress sul lavoro che è uno dei fattori di rischio sempre più importanti. Bisogna capire in quali condizioni sociali la persona è vissuta». 
Non a caso, la SIMI, Società italiana di medicina interna, spiega che "avere ‘feeling’ con i pazienti migliora l’efficacia delle cure fino al 40% e fa bene anche al medico, riducendo il rischio di logoramento e di denunce per malpractice". Invece, sempre la SIMI, al suo ultimo congresso nazionale ha puntato il dito sul fato che pochi dottori ascoltano i bisogni dei malati e solo uno su 10 (il 22%) instaura un rapporto empatico con gli assistiti. Ecco allora che mediamente una visita non dura più di 9 minuti e già dopo 20 secondi il racconto del paziente viene interrotto dalle domande del medico, che per due terzi del colloquio - sottolinea l'associazione degli internisti - tiene gli occhi incollati al computer. 

RELAZIONE E RACCONTO 
«Mai come in quest'epoca la medicina è stata potente e capace - ragiona il dottor Zuppiroli -, ma mai come in questa epoca si soffre di una percezione, anche nel sentire comune, della medicina non all'altezza delle sue capacità, perché probabilmente è venuta meno la qualità della relazione tra chi cura e chi viene curato. Il mio libro nasce da un bisogno di mettere nero su bianco un'esigenza che è anche una sorta di grido di aiuto, un appello per un recupero della visione della cura e della medicina che non sia settorializzata e limitata alla sola dimensione tecnologica e tecnica, ma che vada oltre, che integri il dato biologico con il dato biografico. Perché la malattia oltre ad alterazioni fisiologiche, che si documentano non solo con analisi o radiografie, è un disagio esistenziale. È ormai giunto il tempo di una "rivoluzione scientifica", che sappia riportare in primo piano il soggetto e la sua storia, senza rinunciare ai grandi vantaggi che la spiegazione oggettiva della malattia può offrire, con i tanti e così efficaci rimedi oggi disponibili». 
Molto toccante ed efficace, ad esempio, la storia di Francesca, raccontata nel libro "Le trame della Cura": 41 anni, due fratelli maschi e un padre convinti che le decisioni spettino agli uomini (anche nell'industria di famiglia di cui lei è socia), sempre difesi dalla madre, marito assente che le rimprovera di occuparsi troppo dei genitori e dei fratelli a scapito delle proprie figlie. Ansia e paura di ammalarsi al cuore sono una costante in questa donna. «Genitori, marito, fratelli, figlie... sette persone verso le quali Francesca sente di avere doveri crescenti e dalle quali riceve poche gratificazioni e tante richieste esigenti», dice Zuppiroli. Una morsa che fa scoppiare la fibrillazione atriale. 

RITORNARE DENTRO DI SÉ
«Questa storia conferma quanto da millenni ogni cultura ha riconosciuto e tramandato - nota il cardiologo - e cioè la profonda connessione tra il cuore anatomico e quella dimensione che di volta in volta possiamo chiamare psichica, spirituale, affettiva, emotiva. Allora, come possiamo pensare che la Cura della sua aritmia possa prescindere dall'esigenza che Francesca prenda coscienza della gabbia in cui si trova e possa poi pensare a come uscirne? Era necessario che riconoscesse il proprio sovraccarico. Il rischio è che il cardiologo, ad esempio, si ponga solo come il tecnico che "stura" le coronarie senza considerare la persona cui queste coronarie appartengono. È tempo ormai che la medicina oltrepassi il suo ristretto orizzonte, limitato a basi teoriche che non contemplano che una persona in condizione di disequilibrio possa attivarsi con le proprie risorse per riguadagnare la salute». Oppure la storia di Simona, altra giovane con grave cardiopatia sin da piccolissima, che racconta di sé: «Da bambina ho indossato l'abito del coraggio come se fosse una cosa naturale, forse per proteggere il dolore dei miei genitori - racconta la paziente -. Una malattia che mette a repentaglio la tua sopravvivenza e ti spinge a riconsiderare la tua esistenza non solo come essere fisico, ma anche emotivamente e spiritualmente. La malattia mi ha forzato a portare costantemente l'attenzione dentro di me, ad ascoltare a ad ascoltarmi. Mi ha portato a considerare quello che ho dentro, oltre ogni limite fisico, la mia vastità oltre il mio considerarmi un essere 'limitato', e mi ha portato ad incontrare me stessa, le mie paure e tutto quello che sono. E mi ha fatto capire perciò il dono di essere 'vivente'. Sono ciò che sono e davvero qualcuno lassù mi ama illimitatamente». 
La storia di Simona, per il suo cardiologo Zuppiroli, «è emblematica della necessità che abbiamo oggi di andare oltre il doveroso rigore tecnico-scientifico, altrimenti il rischio è quello di curare immagini, sembianze, simulacri al posto delle persone, di creare l'iPatient. Quante malattie si stanno creando, basandosi solo su un dato di laboratorio o immagini anormale!».

HI TECH MA PURE HI HUMAN!
Oggi la tecnologia permette alle persone di vivere meglio e più a lungo. «Ma questo non deve oscurare la dimensione soggettiva che può migliorare la cura - avverte il dottor Zuppiroli -, il rischio è quello di ridurre la medicina soltanto alla cura degli aspetti bio-metrici. Non si tratta di rigettare la medicina tecnologica, ma di integrarla e riconoscere in quella specifica condizione il soggetto e il malato, in un percorso di cura il più personalizzato possibile, come il sarto che cuce il vestito addosso alla persona. Mentre oggi il rischio nella medicina è quello della taglia unica, o della macdonaldizzazione, come i fast food che servono cibo standard uguale in tutto il mondo. È molto più importante riconoscere che tipo di malato ha quella malattia piuttosto che cercare di capire che tipo di malattia ha quel malato, un gioco di parole detto da uno dei padri della medicina scientifica moderna, William Osler, vissuto in epoca positivista e faceva già questo richiamo. Se ascoltiamo con attenzione il paziente, gran parte del lavoro diagnostico è già fatto, lo dicevano grandi medici del passato». Quando andiamo dal dottore, allora, se non ha tempo per noi, aiutiamolo: è una brutta malattia!       

 


       

Il cuore ha un suo Cervello

«C'è una profonda connessione tra il sistema nervoso autonomo, non quello volontario che ci fa ad esempio muovere una mano quando lo decidiamo, e tutti gli organi, non solo il cervello - spiega il cardiologo Alfredo Zuppiroli -. Il cuore partecipa come causa e come effetto attraverso i suoi impulsi elettrici: si è scoperto recentemente che nel cuore abbiamo circa 40mila neuroni, che non stanno dunque solo nel cervello, ma anche in tanti altri organi. Fino a poco fa non lo sapevamo che il cuore è anche una ghiandola endocrina, cioè produce ormoni che vanno nel sangue e regolano il funzionamento di altri organi. Questa profonda connessione tra aspetto emotivo, psichico, spirituale è sempre stata presente in tutte le culture».

 




Persona a pezzi, visite a pezzi

Eccessiva frammentazione delle visite mediche, che aumenta il numero di farmaci ed esami e allunga i tempi di diagnosi e degenza. Colpa della iper-specializzazione sanitaria, in cui il paziente è trattato "a pezzi", anziché come realtà unica, unitaria e complessa. È il paradosso denunciato dalla SIMI, la Società italiana di medicina interna. «In un anno - fa sapere la SIMI - ciascun italiano bussa alla porta di un medico specialista in media 8 volte, con punte di 20 volte in Liguria, un'enormità, per circa un miliardo di spesa sanitaria. Una "esplosione" della medicina specialistica che ha di fatto spezzettato i pazienti in tanti frammenti. In Italia l'assistenza sanitaria continua a essere organizzata su un modello centrato su singoli apparati e singole malattie - lamentano gli internisti -, mentre oggi l'emergenza da affrontare è rappresentata da un'epidemia di malati con due o più malattie croniche in grado di interferire l'una con l'altra, che andrebbero gestite con un approccio globale completamente diverso». Tutto ciò comporta attività e spese inutili e talora dannose. «I pazienti visti "a pezzi" - afferma l'ex presidente della SIMI, Gino Roberto Corazza - da troppi medici sono più spesso sottoposti a esami inappropriati o ripetuti, ma soprattutto a politerapie costose e perfino rischiose». È il frutto avvelenato del dio denaro, che spinge molti a fare solo business con la sanità, e del dogma scientista, che vede la persona come macchina e considera solo i dati fisici e biologici. 


 


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