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Polveri sottili: troppi morti

Allarme Ocse: nel 2050 raddoppieranno i morti, sino ad arrivare a quota 3,6 milioni per anno

Gio 25 Feb 2016 | di Maurizio Targa | Salute
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Non è una profezia di complottisti o una diagnosi partorita da qualche associazione ambientale abituata a  sollevare timori. A suonare l'allarme stavolta è l'Ocse, il cartello dei paesi industrializzati che per decenni si è compiaciuta della continua crescita economica e industriale. Ora invece sostiene a gran voce che una moltiplicazione per quattro dell'economia nei prossimi 35 anni non è di per sé una buona notizia, perchè il rovescio della medaglia saranno le conseguenze che questo apparente progresso genererà. Lasciando camminare le cose per conto loro, infatti, il Pianeta Terra del 2050 offrirebbe di sè un volto alquanto cupo e preoccupante. Per cominciare, alla triste contabilità attuale che annovera un miliardo di affamati, si andrebbero a sommare, nei paesi più poveri, altre due miliardi di bocche da sfamare. Inoltre, su dieci terrestri, sette vivranno nelle aree metropolitane, aggravando all'inverosimile i problemi legati alle emissioni e alle polveri, continuando ad erodere risorse sempre più difficili da reperire. E il prezzo in termini di salute per tutti noi diverrà ancor più drammatico: se nel mondo le stime parlano sino ad oggi di 2 milioni di decessi prematuri, vittime del particolato presente nell'aria che respiriamo, dei quali 600mila nel solo continente europeo, tra poco più di vent'anni le cifre praticamente raddoppieranno, sino ad arrivare a quota 3,6 milioni per anno. 


Stravolgimenti ambientali

Troppo pessimismo? Quello che è certo - sostiene l'Ocse - è che, in assenza di un cambiamento di rotta, nei prossimi 35 anni la richiesta di energia aumenterà dell'80%. E, se saranno sempre i combustibili fossili a soddisfare l'85% della domanda trainata dai paesi emergenti, il degrado e l'erosione del nostro ambiente naturale rischia di aggravarsi causando cambiamenti irreversibili che potrebbero mettere in pericolo i benefici ottenuti in due secoli di miglioramento della qualità della vita. I fenomeni estremi prodotti dal cambiamento climatico già in atto (crescita delle alluvioni, alternanza tra siccità e intensificazione della violenza delle piogge) saranno esasperati proprio a causa dell'innalzamento delle emissioni causato dal consumo dei combustibili fossili. La concentrazione di gas serra in atmosfera s'impennerebbe a 650 parti per milione (era a 280 parti per milione all'inizio dell'era industriale) e l'obiettivo di mantenere la temperatura entro un aumento massimo di due gradi verrebbe vanificato. Il surriscaldamento produrrebbe un innlazamento della colonnina di mercurio, stimata tra 3 e 6 gradi, con conseguenze drammatiche su tutti gli ecosistemi. Il 10% della biodiversità terrestre verrebbe cancellato e la superficie delle foreste mature diminuirebbe del 13%. Di qui al 2050 – afferma l'Ocse - proprio il cambiamento climatico diventerà il principale fattore di riduzione della biodiversità, il cui impoverimento  minaccia il benessere umano, soprattutto quello delle popolazioni rurali povere e delle comunità autoctone. La perdita dei vantaggi legati ai servizi ecosistemici comporteranno, oltre alla catastrofe ecologica, un danno globale compreso tra 2mila e 5mila miliardi di dollari per anno. Ridurre l'inquinamento atmosferico è insomma oggi una priorità politica. La qualità dell'aria, la cui principale fonte di inquinamento atmosferico è il trasporto, soprattutto nei principali centri urbani, sarà un tema chiave alla Conferenza ministeriale Ambiente per l'Europa che si terrà quest'anno in Georgia: cinquantuno paesi dovranno convenire soluzioni comuni nel quadro della Convenzione UNECE sull'inquinamento atmosferico transfrontaliero, utilizzando tutte le risorse disponibili per ridurre l'inquinamento, nell'ottica della salvaguardia della vita di milioni di esseri umani, così come di miliardi per l'economia mondiale. 

 


 

Conto salato (in tutti i sensi)

I numeri futuri avranno anche un forte impatto sulle risorse degli Stati europei, se è vero che ogni anno ‘l’aria sporca’ ci costa circa 1.600 miliardi di dollari per tentare in parte di arginarne preventivamente le conseguenze. A ciò va aggiunto un altro 10% da imputare al costo di malattie di tipo cardiovascolare, ictus, ecc., le cui cause vadano ricercate nell'inquinamento atmosferico. Il tutto si traduce in un totale di quasi 1.800 miliardi dollari. In oltre dieci dei 53 Paesi del vecchio continente questo importo è pari o superiore al 20% del PIL nazionale. Per quanto riguarda l’Italia, il numero di morti prematuri l’anno è risultato di 32.447, che, calcolati in numeri di anni di vita persi, equivalgono a 47.481 anni di esistenza perduti per cause evitabili. Per i decessi causati dall’inquinamento atmosferico, inoltre, l’Italia spende 97 miliardi di dollari l’anno: il 4,7% del Pil ed è una magra consolazione constatare che cinque anni prima questa cifra raggiungeva addirittura il 5,7% del nostro prodotto interno lordo.


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