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Cicogna, carissima cicogna

Tra esami superflui e bombardamenti commerciali, il lieto evento pu diventare un salasso

Gio 24 Mar 2016 | di Claudio Cantelmo | Salute

I figli costano, si sa. E la cicogna mette il becco nelle tasche degli italiani anche prima del suo arrivo. Nei nove mesi che precedono la nascita, per esempio, lievitano le spese sanitarie, nonostante la gratuità delle prestazioni garantite dal Ssn, che offre alle future mamme l'assistenza di base, considerata più che sufficiente dagli esperti. La vecchia “mutua” consente infatti a tutte le donne in dolce attesa di essere seguite gratuitamente da un ginecologo afferente a una struttura pubblica, di sottoporsi a tre ecografie di controllo durante i nove mesi e di eseguire alcuni esami del sangue e delle urine, ritenuti indispensabili dietro pagamento del solo ticket, pari a 36,15 euro a ricetta. Lo Stato, inoltre, offre a tutte le donne che lo desiderino di sottoporsi gratuitamente all'amniocentesi. Il parto infine è gratuito se ci si rivolge ad un ospedale o a un centro nascita convenzionato. Tuttavia spesso le lunghe liste di attesa per eseguire esami e sottoporsi ad importanti visite indice le future mamme a rivolgersi alla sanità privata e in quel caso i costi possono lievitare non poco. Un'indagine condotta dall'Istituto Superiore di Sanità, infatti, ha mostrato che ben l'80% delle donne sceglie di affidarsi ad un ginecologo privato e a preferire la sanità pubblica sono soprattutto donne immigrate. Tuttavia quella statale non sembra essere un'offerta di serie B: oltre il 68% delle donne che si sono affidate all'ospedale pubblico si dichiara successivamente soddisfatta delle prestazioni ricevute.


Un conto mica da ridere
Affidarsi al privato può però avere costi non propriamente accessibili a tutti: le visite dal ginecologo possono costare fino a 100 euro l'una. Generalmente si tende a fare un controllo al mese con l'ecografia compresa nel prezzo della visita; diverso invece il costo dell'ecografia strutturale che può arrivare anche a 150 euro e lievita ulteriormente se se ne richiede una tridimensionale o in 4D. L'amniocentesi che analizza semplicemente il cariotipo fetale può costare nel privato anche 600 euro, ma se si vuole andare più a fondo e ricercare precise mutazioni legate a patologie genetiche può aumentare ulteriormente. La villocentesi può costare anche il doppio. Per quanto concerne il parto, i costi possono variare molto a seconda se si sceglie di partorire in casa o in una clinica convenzionata: in una casa di maternità privata il costo può essere anche 1500 euro; partorire in casa può arrivare a 3000 euro e la nascita del bebè in clinica privata non convenzionata parte in media dai 2000 euro, ma il costo sale a seconda della sistemazione della camera e dei servizi richiesti. Le donne – spiegano - hanno bisogno di rassicurazione e sostegno in questa fase della vita. Così può spiegarsi abbastanza agevolmente la scelta orientata verso il medico privato, che garantisce un rapporto diretto. Nel pubblico, purtroppo, anche quando l'assistenza è eccellente le pazienti, vengono spesso lasciate sole. Occorre quindi lavorare a una cultura del sostegno, coinvolgendo i medici di famiglia.

Esami superflui
Le future mamme - hanno spiegato dall'Istituto Superiore - sono poco informate e poco sostenute nel corso della gravidanza. E sono sottoposte a molte più analisi di quelle necessarie. Un fenomeno non esente da rischi, sostengono gli esperti, in particolare per i cosiddetti falsi positivi: esagerando con le indagini, si rischia più facilmente di avere l'indicazione della presenza di un problema anche quando non c'è. Appunto, il falso positivo. Si innesca in questo modo un meccanismo di azioni mediche costose e non di rado dannose. Non sempre, inoltre, la medicalizzazione della gravidanza - tendenza diffusa nel mondo occidentale - è indice di sicurezza: ad esempio il taglio cesareo, quando non assume i contorni salvavita, aumenta di due volte la mortalità neonatale e di quattro volte la mortalità materna. Basta questo indicatore a dimostrare come sia errato considerare che un eccesso di misure mediche rappresenti comunque un miglioramento. Il monito, insomma, a tutela della salute di mamma e bambino è puntare sulla qualità piuttosto che la quantità: con meno ecografie ci sarebbero meno attese e sarebbe più facile farle gratuitamente nel servizio pubblico. Necessaria, poi, una maggiore organizzazione del territorio e negli ospedali: in particolare deve crescere la qualità, con una maggiore assistenza in sala parto e una più spiccata umanizzazione, azioni che renderebbero il percorso dei nove mesi più agevole e rassicurante per le signore.

Il rischio zero non esiste, ma...
Una gravidanza al riparo assoluto da brutte sorprese non esiste. Ma l’Italia, insieme a Francia e Gran Bretagna, ha il più basso indice di mortalità al mondo in gravidanza: dieci donne su centomila che tradotto in cifre, su circa cinquecentomila parti all’anno fa 50 donne. È vero che negli Stati Uniti la percentuale è doppia, ma il numero spaventa comunque. Casi recenti hanno spinto a chiedersi se qualche test in più possa scongiurare qualche disgrazia; contro l’imprevisto, però, c’è poco da fare. E pensare di sottoporre tutte le donne in gravidanza ad ogni possibile esame serve solo ad aumentare i costi per il sistema sanitario, a tutelare in qualche modo il medico, ma non sortirebbe risultati apprezzabili e soprattutto non avrebbe alcun senso scientifico, perché il diffuso eccesso di esami non serve ad identificare più donne a rischio. Posto che una buona anamnesi dovrebbe essere fatta addirittura prima del concepimento, le gravidanze possono essere ad alto o basso rischio, non a rischio zero. Per fortuna quelle relativamente tranquille sono in maggioranza, circa l’80%, ma proprio per i maggiori numeri gli eventi avversi riguardano spesso questa categoria. E non c'è modo di intercettarle prima.             

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PROMOZIONI E RICCHI PREMI PER MAMME E BEBè

Ma non ci sono solo troppe analisi e controlli a gravare sul bilancio degli italiani che aspettano un pargolo. Le future mamme sono sommerse da messaggi promozionali dei più disparati prodotti per l'infanzia non appena le aziende scoprono una dolce attesa: per entrare nei loro data-base è sufficiente sottoscrivere la fidelity card di un negozio specializzato in puericultura o abbonarsi ad una rivista per future mamme e si mette in moto un meccanismo pubblicitario perverso fatto di invii di opuscoli, guide all'acquisto, campioni omaggio e quant'altro. Un vero e proprio bombardamento, senza contare i tanti optional 'sanitari' che il mercato propone: dalle vitamine (in media 13-14 euro al mese) alle creme anti-smagliature (dai 20 ai 40 euro a confezione); dai ritrovati anti-nausea non farmacologici (15 euro il 'braccialetto' per la acupressione) fino alle soluzioni per lavare le verdure crude (in media 14 euro al litro) che scongiuri le contaminazioni biologiche. Un meccanismo che, naturalmente, si intensifica ulteriormente dopo la nascita del bambino e che ha un solo obiettivo: quello di vendere il più possibile anche se l'oggetto in fondo non serve o è superfluo.
 
 

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