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È davvero scaduto?

Spreco alimentare: al via una crociata per eliminare “da consumarsi entro”

Gio 24 Mar 2016 | di Armando Marino | Attualità
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“Fai attenzione alla scadenza”. La classica frase della mamma che manda il figlio a comprare il latte pare destinata a diventare sempre più obsoleta. Non tanto perché ormai esistono tipologie di latte la cui scadenza è davvero a lungo termine, ma perché, moltiplicandosi le iniziative mirate a ridurre gli sprechi alimentari, si fa largo anche l’idea che la scadenza dei cibi non sia più così rigida. In molti ormai hanno colto la differenza tra “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro“. La seconda dicitura, con l’aggiunta dell’avverbio preferibilmente, fa riferimento alla data entro la quale il prodotto mantiene intatte le sue caratteristiche, aroma, gusto, colore. Ma non è affatto detto che trascorsa questa data non sia più commestibile. E infatti in alcuni Paesi europei si è discusso della possibilità di eliminare questa dicitura proprio per limitare gli sprechi alimentari. Ma, in effetti, toglierla significherebbe dare meno informazioni al consumatore, non di più.
Sta di fatto che alimenti a lunga conservazione che abbiano indicazioni di scadenza “preferibile” in genere restano commestibili anche per mesi dopo la data indicata. 
Dalla Danimarca è partita la crociata antisprechi legata a questi cibi: a Copenaghen ha aperto un “supermercato dello scaduto” che si chiama WeFood. Negli scaffali alimenti ritirati dalla grande distribuzione, venduti con sconti del 30 o anche del 50%. I promotori dicono di rivolgersi non solo a chi ha difficoltà economiche, ma anche a chi si preoccupa dell’enorme produzione di spazzatura nelle nostre città.
Anche in Italia si muove qualcosa. Ha iniziato l’iter parlamentare una legge cosiddetta “anti sprechi alimentari”, che prevede tra le altre cose la semplificazione delle misure burocratiche e igieniche che oggi rendono complicato anche cedere gratuitamente alimenti scaduti. La normativa prevede anche vantaggi fiscali, in termini di riduzione della tassa sui rifiuti, per i negozi che eviteranno di buttare alimenti scaduti. Per quelli non più commestibili è inoltre previsto il riuso per gli animali. Sono evidentemente norme tutte rivolte verso negozianti e grandi supermercati, da sempre nel mirino di chi lotta contro gli sprechi. Ma un sondaggio del Politecnico di Milano presentato a Expo deve farci riflettere: le rimanenze  alimentari in Italia sono di 5.590.000 tonnellate, pari a un valore oltre 13,5 miliardi di euro. Di queste i consumatori sono responsabili del 43%, la distribuzione del 13%, la ristorazione del 4%, la trasformazione del 3% e il settore primario del 37%. Noi, a casa nostra, siamo dunque i re dello spreco. E nessuna legge può fermarci, se non cambiamo testa.                                                                 
 
 

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